• LA TESTIMONIANZA

La visita di papa Francesco, una speranza per l'Iraq

Dal 5 all'8 marzo papa Francesco sarà in Iraq, salvo impedimenti dell'ultimo momento. Arriva in un paese ancora ostaggio dei conflitti interni e internazionali, e con una comunità cristiana decimata e perseguitata. Il Papa non ha la bacchetta magica ma da lui ci aspettiamo una parola di verità e di giustizia che ha la forza della Parola di Dio; un grido che chiami gli oppressori alla conversione.
- «NOI, ANCORA OPPRESSI DA CAPI POLITICI E RELIGIOSI», di Nico Spuntoni

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L'attesa del Papa a Qaraqosh

Il momento nel quale i piedi del messaggero di pace Papa Francesco toccheranno il suolo di Mesopotamia, inizierà un evento storico, si realizzerà finalmente un sogno, e comincerà una nuova primavera.

Non è un segreto che l’Iraq di oggi sia pieno di crisi e disastri, divisioni etniche e religiose, persecuzioni e correzioni, dopo moltissimi anni di guerre sanguinose, e conflitti infiniti. In Iraq mancano i diritti umani e la libertà religiosa, manca il lavoro e la pace! All’autorità irachena stessa manca la libertà, essendo ostaggio delle milizie interne, ma anche di forze regionali e internazionali, prime fra tutte i vicini di casa come Iran, Arabia Saudita e Turchia.

Papa Francesco fra pochi giorni sarà in questo Iraq. E ci domandiamo: quale significato può avere questa visita in questi tempi duri e rassegnati di conflitti e di pandemia? Cosa può cambiare la prima visita di un Sommo Pontefice in Iraq?

Sappiamo tutti che il Santo Padre non ha una bacchetta magica, e non ha dei poteri militari e degli eserciti. L’unica cosa che ha è una parola. Però, non è una parola qualsiasi! È una parola di verità e di giustizia, una parola evangelica, una parola di solidarietà con gli oppressi e di condanna contro gli oppressori, una parola che invita i criminali e responsabili politici, militari, e religiosi alla penitenza e conversione, una parola che prende la sua straordinaria forza dalla Parola di Dio: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4, 12).

Il popolo iracheno e tutti gli uomini di buona volontà non vogliono che la prima visita di un Sommo Pontefice in una terra conosciuta come la Culla della Civiltà venga strumentalizzata dalle autorità - politiche e religiose - e venga utilizzata come una ottima carta per continuare la loro strategia egoistica, che non ha prodotto altro che conflitti, guerre, sangue, povertà e miseria.

Il popolo iracheno e tutti gli uomini di buona volontà vogliono che la prima visita di un Sommo Pontefice in Mesopotamia sia un grido come lo fu quello del Santo Papa Giovanni Paolo II contro la Mafia a casa sua, dicendo con chiarezza, rabbia e straordinaria forza: «Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» (Omelia di Giovanni Paolo II, Agrigento - Domenica, 9 maggio 1993).

Il cardinale Filoni – che era Nunzio Apostolico in Iraq durante l’ultima invasione amaricana del 2003 - ha riassunto la storia e la situazione attuale dell’Iraq con delle parole poetiche e profetiche molto belle, dicendo: «La storia di questa Terra è un intreccio di persone e di avvenimenti. E quella di oggi non prescinde da quella di ieri. Alcuni aspetti sembrano ripetersi: le invasioni della Mesopotamia, le terribili guerre che l’hanno intrisa di sangue, i dispotismi che l’hanno violentata, le cupidigie che l’hanno divorata. Grandezze e miserie, distruzioni e saccheggi, sequestri e riscatti, amore e morte: tutto è esistito qui da sempre! Lo racconta la Bibbia, lo dicono i ruderi, lo urlano le tempeste di sabbia, lo scrivono libri e cronache di oggi. Ci sarà ancora un futuro di bene per questo Paese e per i suoi abitanti?» (cfr. Filoni, F., La Chiesa in Iraq. Storia, sviluppo e missione, dagli inizi ai nostri giorni. Città del Vaticano 2015, 234).

Preghiamo e speriamo che ci sia davvero «un futuro di bene per questo Paese e per i suoi abitanti», e soprattutto per i suoi cristiani perseguitati, emarginati e cacciati dalle loro case e terre - e le altre sue minoranze religiose - che sono fra l’altro i suoi popoli originari!

Infine, ringraziamo Il Santo Padre Francesco con tutto il cuore per il suo coraggio ed insistenza di andare a trovare - come un buon pastore - il suo piccolo gregge, che è tuttora sotto l’attacco dei lupi rapaci, che vengono in veste di pecore (cf. Mt 7,15).
Grazie di cuore, caro Papa Francesco, e buon viaggio. Che il Signore La benedica e la Madonna La protegga nel Suo viaggio Apostolico in Terra di Abramo.

* Sacerdote iracheno

N.B. Oggi alle 14.30 il Venerdì della Bussola è dedicato alla visita del papa in Iraq, con la partecipazione del sacerdote iracheno don Aisen Elia Barbar e di monsignor Francesco Cavina, vescovo emerito di Carpi.

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