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L'arroganza dei "gaysdaran" alla conquista delle chiese

L’arroganza e la prepotenza delle associazioni che si battono per i falsi diritti gay si manifesta ultimamente nei confronti della Chiesa. Ne è una prova il caso di Pavia, dove nel week end appena trascorso è stato occupato il sagrato della chiesa di Santa Maria del Carmine per il racconto di una favola “gender”. Lo scopo manifesto è quello della diffusione dell’ideologia gender tra i più piccoli, ma non bisogna cadere nel tranello dell’”agibilità politica” di queste realtà: il vero obiettivo è quello dell’occupazione manu militari delle chiese sulle quali mettere non solo metaforicamente la bandierina dell’omoeresia trovando clero compiacente, ma anche occupando concretamente gli spazi sacri. Un desiderio di conquista portato avanti appunto con prepotenza e con una buona dose di impunità dato che i Comuni sono sempre pronti, per paura di essere tacciati come omofobi, a sostenere questa causa, anche se vìola palesemente le leggi.

Quando la Nuova BQ ha raccontato del sacrilegio nella chiesa di Sant’Angelo di Acquaviva delle Fonti, violata da un transessuale che vi era entrato con il solo scopo di profanarla trasformandola in un set fotografico di un finto matrimonio gay, era stato posto l’accento sul fatto che, una volta conquistato un potere dal punto di vista politico e sociale, la causa omosessualista stesse puntando ora dritta al cuore della Chiesa nel tentativo di scardinare, e irridere, il sensus fidei dei fedeli.

Infatti a Pavia è accaduto questo.

Da giorni c’erano polemiche per una manifestazione patrocinata dal comune chiamata “Giocanda”, l’improbabile femminile del gerundio non è un affronto alla Chiesa, ma all’italiano. Polemiche che avevano visto protagonista anche il vescovo il quale aveva lodato l’iniziativa che si proponeva l’intento di diffondere per i più piccini i giochi in strada per prevenire la piaga dell’azzardo, con un distinguo grande come una casa.

Questo: “Manifesto la mia disapprovazione per tale iniziativa: mi riferisco sia al contenuto che al metodo, con la scelta di inserire l’evento ‘Un arcobaleno di fiabe’, a cura dell’associazione Arcigay-Coming-Aut, in una manifestazione dedicata ai giochi. Il mio parere negativo riguarda anche il luogo scelto, ovvero Piazza del Carmine. Mi dispiace che il Comune dia il suo sostegno a questo evento, concedendo l’uso della Piazza e garantendo anche un patrocinio oneroso”, aveva scritto il prelato Corrado Sanguineti sulle colonne del settimanale diocesano.

Che cosa era successo? Che tra i partecipanti all’iniziativa ludica si erano infiltrate anche le sigle Lgbt proponenti l’ormai totalitario rito della favola gender con la quale manipolare i più piccoli per farli sentire, come direbbe Mary per sempre, né carne né pesce. Pur avendo a disposizione diverse piazze della città, lo spazio assegnato all’Arcigay per il racconto della favola “gaia” era guarda caso la piazza di Santa Maria del Carmine dove sorge l’omonima chiesa.

Ma le lamentele del vescovo, il quale aveva fatto notare che la lettura di favole gay non c’entrava nulla con lo scopo della kermesse, che era quella di promuovere il gioco sano e all’aria aperta, quello che facevano i nostri nonni quando non avevano smartphone e tablet tra i piedi, non hanno sortito alcuna riparazione.

Infatti, la “malapianta” dell’associazionismo gay, che quando vuole imporre agli altri la sua visione del mondo utilizza tutti i mezzi, leciti e non, ha pensato bene di andare fino in fondo con la provocazione.

Come? Occupando quella parte di piazza che di fatto non è più piazza civica, ma sagrato della chiesa. Di più: dato che i bambini dovevano ascoltare in religioso silenzio di gay e transgender trasformati in principi azzurri, i “gaysdaran” pavesi hanno pensato di sistemare i piccini sulla comoda gradinata della chiesa.

Insomma: le favole gay sono finite dritte dritte sul sagrato, che secondo tutte le norme, urbanistiche, catastali e canoniche, appartiene alla Chiesa e non al Comune. Ovviamente una volta fatto lo sgarbo, il parroco don Daniele Baldi, è dovuto intervenire forte della contrarietà già espressa dal suo vescovo.

Il siparietto andato in scena sabato pomeriggio e ripreso dai principali quotidiani on line della città, è un documento prezioso, perché mostra come l’ideologia gay si possa fare prepotente grazie al potere mediatico e civico, di cui gode dopo anni e anni di sdoganamento non solo della pratica omosessuale, ma anche del cosiddetto corpus dei dritti che vanno reclamando da tempo.

Il video mostra chiaramente le difficoltà del parroco e la tracotanza di suddette organizzazioni di perfetti sconosciuti che si arrogano perfino il diritto di entrare in casa d’altri pretendendo di fare i loro porci comodi. Il parroco infatti dibatte con un gruppetto di organizzatori intimando loro di allontanarsi di qualche metro dal sagrato e di occupare così la piazza della cittadina. Un confine ben demarcato dalla diversa pavimentazione degli spazi: a quadrettoni il sagrato e di acciottolato la piazza.

Sullo stesso sagrato era stato montato anche un altro gazebo, non di Arcigay, ma di un’associazione impegnata in un’altra attività meno invasiva per i piccoli e che non dava fastidio al parroco. Forti di questo trattamento diverso, i “gaysdaran” hanno accusato il parroco di fare le immancabili discriminazioni: “E’ evidente che non vuole noi perché siamo dell’Arcigay”.

E per forza! Il parroco l’ha lasciato intendere chiaramente anche perché era suo diritto decidere chi poteva occupare gli spazi del sagrato e che evidentemente, no. Invece le sigle Lgbt hanno pervicacemente insistito provocando il sacerdote che alla fine è sbottato e ha intimato loro di allontanarsi. Don Daniele è stato accusato persino di non avere alcuna autorità per “allontanare” i provocatori non essendo un pubblico ufficiale.

Nel frattempo, e questo l’hanno visto e documentato in tanti, ad assistere alla narrazione della fiaba gay, si posizionava una sola bambina – a detta anche del parroco -, prova quest’ultima che anche quello del genere letterario gender oriented è una pretesa di adulti in malafede e non un particolare interesse dei piccoli, i quali è come se avessero gli anticorpi per stare lontani da certe scempiaggini.

Ovviamente il tutto è finito sui giornali e il parroco ci ha fatto la solita figura dell’oscurantista omofobo. Perché in fondo l’Arcigay utilizza questo metodo per screditare i propri nemici: un metodo mutuato dalla tecnica marxista di infangare l’avversario. E poco importa che l’avversario in questione, un parroco considerato molto attento alla sua gente e per nulla esagitato, stesse semplicemente difendendo il suo diritto-dovere di preservare lo spazio sacro da un’aggressione politico ideologica.

Lo stesso giornalino diocesano nel pubblicare il racconto dei fatti del parroco ha commentato così: “Deve sussistere ancora la libertà di poter non ospitare in casa propria manifestazioni che uno non condivide. Non si può accettare che passi un clima d’intolleranza verso chi la pensa diversamente, e a diffonderlo sia proprio chi predica tolleranza e accoglienza”.

Ma anche solo dirlo è oggi un agguato di omofobia. Perché l’obiettivo è quello di attaccare la Chiesa più che di difendere gli pseudo diritti della causa gay. Salvo poi mettere in campo la lagna vittimistica dell’attacco quando sui social la gente si è scatenata a favore del sacerdote. In fondo accusare di omofobia è più facile che utilizzare la testa e il rispetto per gli altri. Prerogative notoriamente assenti in chi utilizza l’ideologia per imporre con la forza le proprie idee agli altri.

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