• LA SCOPERTA /2

Le orme di uno dei primi testimoni di Cristo

Il rinvenimento in Turchia della tomba dell'Apostolo certifica il ruolo di primo piano avuto dal discepolo di Gesù. Come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.

filippo apostolo

Ha destato scalpore l’annuncio, a fine luglio, del ritrovamento della tomba di san Filippo Apostolo. Ogni volta che l’archeologia porta alla luce un frammento di storia, ciò che si rivela inoppugnabilmente autentico si rafforza rispetto a quel che è semplicemente creduto. In questi ultimi decenni la credibilità storica cristiana ha beneficiato molte volte del lavoro degli archeologi, a danno di chi, con faciloneria mista a tendenziosità, desiderebbe tanto confinare il cristianesimo nella sezione “miti, saghe e leggende”.

E’ successo a proposito di Qumran, della scoperta della piscina dei cinque portici a Gerusalemme, delle iscrizioni di Cesarea Marittima, della croce rinvenuta sotto le ceneri di Pompei ed Ercolano, “fissate” dall’eruzione del 79 d.C. Gli scritti neotestamentari si concentrano tutti in un periodo non più lungo di quattro decenni, ricchi di riferimenti a luoghi e persone, con estrema coerenza reciproca e non senza rimandi verificabili da fonti coeve extracristiane. Tutta la Tradizione, lungi dall’essere una sfilacciata somma di fantasiose aggiunte ed interessate interpretazioni, non fa che mostrarsi radicata in precisi fatti che l’hanno determinata fin dalle origini del cristianesimo. Questo naturale bisogno -e piacere- di conferme, trae ora ulteriore linfa da san Filippo, rinviandoci al passo del Vangelo di Giovanni già approfondito, in cui proprio all’apostolo Gesù disse: “Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,10-11).

Secondo una certa interpretazione, la vera fede dovrebbe essere quella che prescinde totalmente dai segni visibili. Invece quella di Gesù non è la richiesta di una fede cieca, ma la beatitudine di coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire dai segni disponibili, credendo a testimoni affidabili: è la fede della Chiesa. Eliminando questo movimento, si sottintenderebbe che la fede consista in una decisione statica, da prendersi a cura dell’uomo. I primi annunciatori sono stati invece i testimoni oculari di un fatto. Perché è Dio a rivelarsi all’uomo.

Il prof. Francesco D’Andria,
responsabile degli scavi che hanno portato alla scoperata di Pamukkale (Gerapoli), ha citato un antico vescovo di Efeso (Policrate), che attorno all’anno 190 d.C. scrisse: “Anche in Asia infatti riposano grandi astri, che si leveranno nell’ultimo giorno della parousìa del Signore (...) (tra questi) Filippo, uno dei dodici apostoli, il quale si è addormentato a Hierapolis (...) anche Giovanni (...) si è addormentato a Efeso”. Non lasciamo correre troppo l’immaginazione sui possibili tempi della parusia, ma prendiamo atto che ciò che si scriveva già nel 190 d.C. è oggi attestato dall’archeologia, a seguito del paziente lavoro che prese avvio già nel 1957 grazie ad un ingegnere del Politecnico torinese, Paolo Verzone, che per primo ipotizzò la presenza della tomba di Filippo nel luogo dove è ora stata ritrovata.

La nostra epoca, così lontana da Dio per tante ragioni che alcuni intenderebbero essere persino “scientifiche”, in realtà mette a disposizione dei cercatori di verità degli strumenti realmente frutto dello sviluppo delle umane conoscenze: così dal 2001 il ricercatore del CNR Giuseppe Scardozzi, avvalendosi alle immagini satellitari applicate alla topografia dei luoghi attorno a Pamukkale, ha potuto individuare la via processionale che i pellegrini (nostri misteriosi alleati nella ricerca della verità, mossi nei secoli da una fede che non si accontenta di sapere, ma va e vuole vedere e toccare) percorrevano per raggiungere il sepolcro di san Filippo. Proprio in quei luoghi ha scavato l’equipe di ricerca diretta dal prof. D’Andria, saldando così tre fatti: quello fondativo (l’apostolo Filippo fu sepolto lì); quello della Tradizione (i pellegrinaggi, con tutta la fatica, la determinazione e le esigenze logistiche del caso); ed infine quello della scoperta archeologica (non uno scavare “per sentito dire”, ma forte della storia ed aiutato dalla tecnologia).

Filippo era di Betsaida, in Galilea. E’ tra gli apostoli citati nella moltiplicazione dei pani e dei pesci. Lo stesso Prof. D’Andria, in un recente articolo sull’Osservatore Romano, non esclude che il ricordo di Filippo ad opera dei pellegrini fosse particolarmente legato a questo segno di Gesù: l’archeologo spiega che essi infatti per raggiungere il sepolcro “attraversavano un pianerottolo decorato da un raffinato mosaico con raffigurazione di pesci. Un riferimento al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv,6,5)?”. La Bussola Quotidiana ha già proposto una rassegna di particolari per comprendere i risvolti geografici di questo episodio. Filippo era un conoscitore delle Scritture (Gv 1,45). In ragione di tale sapienza egli è uno dei primissimi discepoli di Gesù. A lui si deve l’apostolato che porterà Natanaele (Bartolomeo) ad essere uno dei dodici apostoli. Nelle tradizioni orientali le vite dei due apostoli risultano particolarmente collegate. E’ ancora Filippo a condurre alcuni “greci” da Gesù, tramite Andrea, nell’imminenza della Pasqua decisiva (Gv 12, 20-22): evidentemente era un uomo con il talento della mediazione che porta all’incontro con Gesù, anche se ne traspare l’umiltà di chi non se ne fa mai l’assoluto protagonista.

Filippo predicò, seconda la Tradizione, in Siria e Frigia. La città di Gerapoli fu interessata attorno al 61 d.C. (le date proposte da Tacito ed Eusebio, entrambe riferite al regno di Nerone, differiscono infatti di un paio d’anni) dal rovinoso terremoto che coinvolse tutta l’area circostante, comprese le vicine città di Colosse e Laodicea (formavano l’aggregato delle cosiddette “tre città”). Laodicea è una delle sette chiese alle quali è inviato il messaggio che introduce il libro dell’Apocalisse di San Giovanni (Ap 3,14-22). Colossi è invece la città alla quale è indirizzata una delle lettere di Paolo, dalla prigionia romana, quindi attorno al 60 d.C. Anche la lettera a Filemone è scritta prima del termine della prima prigionia romana di San Paolo e si indirizza a cristiani residenti in quest’area molto importante per i primi passi del cristianesimo. Non va infine dimenticato che Efeso dista circa 60 chilometri, e che pure la lettera di San Paolo agli efesini è ritenuta una “lettera circolare”, destinata a tutte le comunità residenti nelle vicinanze.

In tutti questi scritti non si fa riferimento al catastrofico terremoto che rase al suolo fiorentissime ed importanti città, tra l’altro, secondo alcuni geologi, dando origine alle sorgenti calde che caratterizzano i dintorni dell’odierna Pamukkale. Un ulteriore indizio che tutti gli scritti vanno datati prima di quel terremoto? Filippo comunque morì a Gerapoli: secondo alcuni al tempo di Tito (79-81 d.C.), per altri circa 20 anni prima (subito dopo il terremoto in Frigia e nel contesto delle persecuzioni anticristiane di Nerone, che possono essere lo sfondo delle profezie dell’Apocalisse e costarono la vita a Pietro, a Paolo e -pochi anni prima, ma sempre sotto Nerone- allo stesso Giacomo il minore.

Si tramanda che Filippo fu giustiziato per decisione del proconsole romano di quella provincia, irritato per la conversione al cristianesimo della propria moglie. La conversione sarebbe da collegare alla guarigione che Filippo procurò alla signora, morsa da un serpente. In quella zona erano diffusi i culti pagani, uno dei quali riguardava proprio un enorme serpente. Filippo sarebbe morto crocifisso a testa in giù e poi lapidato in quella innaturale posizione. C’è da sperare che aprendo la tomba di Filippo possa emergere qualche ulteriore informazione.