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L'eredità di Mubarak e la lezione ignorata

La morte dell'ex presidente egiziano Mubarak spinge alla riflessione sull'Egitto di oggi, guidato dal generale Al Sisi, che di Mubarak è il vero erede. Ma sembra che la Primavera araba che portò al potere i Fratelli musulmani abbia insegnato poco sia ai militari sia all'opposizione democratica.

I funerali dell'ex presidente Mubarak

I tre giorni di lutto nazionale indetti per la scomparsa di Hosni Mubarak, avvenuta il 25 febbraio, offrono un'occasione di riflessione su una figura d'importanza cruciale per la storia dell'Egitto contemporaneo.

Condannato a morte per la repressione delle proteste di Piazza Tahrir nel 2011, durante la Primavera Araba, fu assolto successivamente, una volta uscito di scena l'incipiente regime fondamentalista dei Fratelli Musulmani. La contro-rivoluzione militar-popolare anti-islamista sfocerà nella "restaurazione" dell'attuale presidente Al Sisi, che del trentennale regime di Mubarak, salito al potere nel 1981 dopo l'assassinio di Sadat, ripropone oggi difetti e contraddizioni. 

Ripercorrendo le cronache degli anni immediatamente precedenti alla Primavera Araba, erano numerosi i commentatori e gli analisti che evidenziavano allarmati l'insostenibilità della situazione egiziana, mettendo in guardia dal pericolo che i Fratelli Musulmani potessero beneficiarne.
Diversi erano i fattori che stavano concorrendo a creare le condizioni per l'ascesa dell'organizzazione islamista. La mancata crescita dell'economia in un paese ad altissimo tasso demografico determinava tassi altrettanto elevati di povertà e di disoccupazione, specie giovanile, di cui la Fratellanza è stata abile ad approfittare attraverso attività di assistenza sociale che le sono valse il consenso dell'ampia fascia di popolazione meno abbiente.

Allo stesso tempo, la Fratellanza era riuscita a penetrare il mondo delle professioni e degli affari, sfornando tra i suoi ranghi avvocati, ingegneri (come l'ex presidente Morsi) e imprenditori. Sul versante politico, pur essendo fuori legge, la Fratellanza contava numerosi militanti in parlamento, candidatisi come indipendenti o all'interno di partiti "legali".
Su quello culturale e religioso, con accademici e studenti, gli "Ikhwan" erano ben presenti nelle scuole coraniche e nelle università, anche all'interno di Al Azhar, il più prestigioso ateneo  al mondo dell'islam sunnita, esercitando così una notevole influenza sull'orientamento degli imam e dei fedeli. 

I Fratelli Musulmani erano pertanto riusciti a penetrare la società egiziana nei suoi gangli vitali e aspettavano solo il momento giusto per scalzare i militari e prendere le redini del governo come agognato da decenni, con il supporto dall'esterno dei loro grandi sponsor: il Qatar degli emiri Al Thani e la Turchia di Erdogan. 

A rendere la situazione ancor più esplosiva, contribuiva in maniera significativa la crescente contrapposizione tra il regime di Mubarak e la nuova generazione, delusa e arrabbiata per la mancanza di opportunità lavorative, il dilagare di corruzione e nepotismo  (l'idea di Mubarak d'imporre il figlio Gamal come suo successore alla presidenza era guardata con sfavore), le violazioni dei diritti umani, l'ostracismo in politica nei confronti dei partiti democratici e liberali. 
La rivoluzione era uno sviluppo atteso e ricercato dalla vasta maggioranza del popolo egiziano, che nel febbraio 2011 si è così ritrovato unito in quel di Piazza Tahrir al Cairo e in altre località del paese contro il nemico comune: Mubarak. 

La democrazia era finalmente a portata di mano, sebbene di lì a poco il grande sogno sarebbe stato infranto dall'inizio del gelido inverno islamista, coinciso con la vittoria alle elezioni dei Fratelli Musulmani, a cui la democrazia serviva (e serve) solo come strumento per la conquista del potere finalizzata all'instaurazione di una dittatura islamista (con il placet degli Stati Uniti di Obama e Hillary Clinton). 

I test di verginità effettuati forzatamente sulle donne erano il preludio alla nascita in Egitto di un regime oscurantista e retrivo, sullo stile del regime khomeinista in Iran, e i rivoluzionari di Piazza Tahrir - quelli veri -, vedendo il vero volto dei Fratelli Musulmani, hanno così optato per la contro-rivoluzione. 

L'Egitto di oggi, che Mubarak ha lasciato per sempre dietro di sé, vede Al Sisi combattere in maniera indefessa i Fratelli Musulmani, mentre ha inaugurato un processo di depurazione dell'islam egiziano dal fondamentalismo in collaborazione con Al Azhar (di qui anche la firma del Documento sulla Fraternità Umana di Abu Dhabi tra il Grande Imam Sheikh Ahmed Al Tayeb e Papa Francesco).

Al Sisi, inoltre, ha rafforzato considerevolmente le relazioni con i cristiani della Chiesa copta, che sotto Mubarak non godevano della stessa protezione e rilevanza. D'altro canto, in continuità con Mubarak, Al Sisi non intrattiene relazioni improntate al dialogo e alla cooperazione con l'opposizione democratica e liberale, che chiede al presidente egiziano le cose di sempre: partecipazione politica e rispetto dei diritti umani. 
Le responsabilità del mancato incontro vanno probabilmente attribuite ad entrambi. Al Sisi, come Mubarak prima di lui, sembra farsi interprete dei timori della compagine militare di perdere la propria posizione di centralità se dovesse lasciare maggiore spazio politico all'opposizione. Inoltre, non si fida di quest'ultima, poiché le sue rivendicazioni  potrebbero favorire un ritorno dei Fratelli Musulmani, sempre sostenuti da Doha e Istanbul nell'ergersi, ipocritamente, a paladini della democrazia in Medio Oriente.

Dimentica della lezione della Primavera Araba, l'opposizione ha individuato in Al Sisi il suo peggior nemico, non considerando che le restrizioni vigenti sono dovute principalmente alla minaccia alla sicurezza costituita dai Fratelli Musulmani.
Prendere completamente le distanze dalla Fratellanza, individuando nelle istituzioni egiziane un proprio alleato contro il nemico comune, servirebbe ad accorciare le distanze con Al Sisi, a sua volta chiamato ad attuare un programma di riforme nella direzione indicata dall'opposizione. 

Mubarak ha avuto il merito di tenere ancorato l'Egitto nell'alveo della comunità internazionale, facendone un punto di riferimento dell'Europa nella lotta al terrorismo e nel mantenimento di sicurezza e stabilità a livello regionale. Al Sisi può aprire una nuova pagina nella storia del paese, dove insieme alla sconfitta del fondamentalismo dei Fratelli Musulmani gli egiziani potranno finalmente celebrare la vittoria di una vera democrazia.