• IL CASO ALLA CEDU

Lo psicologo che non può studiare i casi di trans pentiti

È arrivata alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la causa di uno psicoterapeuta britannico, James Caspian, a cui l'accademia ha impedito di portare a termine uno studio sui casi di transgender pentiti che decidono di tornare al sesso originario. Nessun tribunale britannico, infatti, ha accolto la sua causa. Una nuova tirannia ammantata di tolleranza.

Washington, marcia di protesta dei transgender

Alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per difendere la libertà di ricerca. È l’ultima tappa della battaglia di uno psicoterapeuta inglese, James Caspian, 61 anni, che si è visto negare dall’università con cui collaborava, la Bath Spa University, la possibilità di procedere nelle sue ricerche, stoppate in quanto troppo politicamente scorrette. Il motivo? Mettevano in luce le storie di transgender «pentiti», ossia di persone che dopo il «cambio di sesso» hanno deciso, sperimentato un perdurante disagio, di ritornare alla loro condizione originale.

Premessa: il dottor Caspian può essere ritenuto tutto fuorché un bigotto conservatore. Dichiaratamente omosessuale e vicino alla comunità Lgbt, in tanti anni di lavoro ha fornito consulenza a centinaia di persone gay e interessate al «cambio di sesso», seguendole molte volte in questo controverso iter. Siamo insomma lontani anni luce da ogni possibile sospetto di oscurantismo. Ciò nonostante, nel 2014, questo professionista, iscrittosi ad un Master presso la Bath Spa University, ha iniziato uno studio sull’universo transgender.

Caspian ha scelto di approfondire il tema per due motivi. Ha registrato un'impennata di persone intenzionate alla riassegnazione del genere e, soprattutto, si è accorto che i dati sui tassi di pentimento dei trans – stimati tra l’1 e il 5% in pubblicazioni degli anni ‘80 e ‘90 – erano superati da un fenomeno in preoccupante aumento. Di qui l’avvio di una ricerca che inizialmente, nel dicembre 2015, l’università aveva approvato. Poco meno di un anno dopo, però, a Caspian è stato imposto uno stop con la seguente motivazione: «La pubblicazione di materiale sgradevole e reperito nei blog e social network può andare a scapito della reputazione dell’Istituzione». Una evidente scusa.

La vera «colpa» di quell’indagine, secondo lo studioso, era quella di voler raccontare delle storie politicamente scorrette. Come quelle di un gruppo di americane che avevano contattato Caspian per raccontare la loro vicenda di donne che hanno provato a diventare uomini salvo poi tornare sui loro passi. «Ho voluto includerle nella mia ricerca», ha spiegato lo psicoteraputa, «perché alcune di loro affermavano che la loro decisione iniziale di fare il passaggio all’identità maschile era stata condizionata da pressioni sociali e politiche e non per ragioni psicologiche». Questo è quello che la Bath Spa University considera «materiale sgradevole».

Così, nel 2017 Caspian ha adito le vie legali, ma nessun tribunale inglese ha finora voluto trattare il suo caso. Di qui la scelta di ricorrere alla CEDU, con lo psicoterapeuta assistito dal Christian Legal Center. «Negli ultimi dieci anni si è registrato un aumento del 3.000% di ragazze e donne indirizzate alle Gender Identity Clinics», ha spiegato Andrea Williams, amministratore delegato del Christian Legal Center, «è un fenomeno che si sta verificando in ogni nazione occidentale con molti pentimenti successivi. Perché? Questo era ciò che James Caspian voleva capire».

Purtroppo non si tratta di un caso isolato. È notizia di questi giorni anche il blocco di uno studio del Semel Institute for Neuroscience and Human Behaviour, istituto di ricerca dell'Università della California. Si trattava di un lavoro per approfondire le strutture e le risposte del cervello tra le persone che convivono con la disforia di genere. Informati dell’iniziativa, gli attivisti Lgbt, con la scusa che un simile lavoro avrebbe fatto passare chi convive la disforia di genere come persona da curare, hanno preso di mira il principale promotore di questa ricerca, il dottor Jamie Feusner, inducendolo a fermarsi.

Del resto, se neppure ad un omosessuale dichiarato e pro Lgbt come James Caspian è consentito di studiare il lato oscuro dell’universo trans, significa che in Occidente la libertà di pensiero è davvero al tramonto. La sola differenza con quello che vivevano gli scienziati sotto l’Urss o che possono sperimentare gli intellettuali oggi in Cina o in Corea del Nord è che, in tutti quei casi, la dittatura del pensiero unico è visibile. Nel mondo occidentale, invece, tutto appare libero. Ma basta grattare appena, su questa patina di presunta libertà, per scorgere il volto di una nuova tirannia.