a cura di Stefano Fontana
  • FILOSOFIA

Locke, il padre dell’autodeterminazione

Autodeterminazione è termine oggi molto in voga. Esso indica la sovranità dell’individuo su se stesso e sulle proprie azioni. La persona è qualcosa che si autodetermina, cioè che è criterio a se stessa, agisce come essa stessa decide per i fini che essa stessa si pone. Autodeterminazione significa quindi libertà assoluta e volontà altrettanto assoluta. L’unico valore, per l’autodeterminazione, è la sincera volontà del soggetto, ossia che la scelta sia fatta totalmente in proprio, senza influenze esterne di qualsiasi tipo esse possano essere. L’autodeterminazione non conosce leggi, perché è essa stessa la legge. Oggi il principio è applicato in molti campi della bioetica e della biopolitica, dall’autodeterminazione della donna ad abortire fino all’autodeterminazione di chiedere la morte.

Ci si può chiedere da dove e da chi abbia inizio questo principio. Per rispondere ci viene in aiuto un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista francese “Catholica”. Il direttore, Bernard Dumont, intervista il prof. Juan Fernando Segovia, argentino, che rivela il nome e il cognome del responsabile: John Locke, il filosofo della seconda rivoluzione inglese del XVII secolo, considerato il padre del pensiero politico liberale.

Come si sa, Locke pensava che nello stato di natura l’uomo avesse, tra gli altri, il diritto alla proprietà e che questo diritto egli portasse con sé anche nello stato di società, assieme al diritto alla vita e alla libertà. Ecco perché viene considerato il fondatore del pensiero liberale. Il fatto è che secondo lui la proprietà non riguardava solo i rapporti con le cose, ma anche il rapporto della persona con sé medesima. La persona è proprietaria di se stessa ed esercita un dominio e una autorità su se stessa in modo che solo essa può avere dei diritti su di sé. Si tratta di un “individualismo possessivo” dalle grandi conseguenze morali, giuridiche e politiche.

Nasce qui il principio di autodeterminazione, ossia di autonomia in cui si fa consistere addirittura la dignità della persona. La personalità è vista ora come un’opera d’arte prodotta dalla volontà e dalla libertà senza regole. L’uomo crea la propria persona come il coltivatore un giardino e si percepisce quindi come “prodotto” e “costruito” da se stesso. Egli può quindi vantare solo diritti soggettivi, a cominciare dal diritto ad essere ciò che egli vuole, dato che la sua autocoscienza è padrona di se stessa, mentre non può accettare doveri, che avrebbero la loro origine fuori di sé. L’autonomia dell’uomo è ordinata alla realizzazione di sé e non più all’applicazione dei precetti della legge morale o umana.

Il principio della proprietà è considerato da Locke espressione della natura umana, infatti egli non lo considera un prodotto della società ma qualcosa presente anche nello stato di natura presociale. Ma la natura umana  come la concepisce lui è la negazione di una natura umana intesa come oggettiva, costitutiva della persona, normativa dei suoi comportamenti. La natura umana viene assorbita nell’autodeterminazione: sarò io a stabilire quale sia la mia natura umana.

Le conseguenze sono davanti ai nostri occhi. Qualsiasi legge perde di significato e la comunità politica, che si regge sulla visione in comune dei fini, va in rovina. Il diritto e la morale si fondano sulla volontà degli uomini e le nuove regole di vita diventano l’autonomia, l’autodeterminazione, l’autosufficienza, l’autorealizzazione. Il desiderio di essere autonomo prevale sul desiderio di essere buono.

Grazie a questo articolo di “Caholica” ora sappiamo chi dobbiamo ringraziare.