• FRANKENSTEIN TRANS

L'utero agli uomini: la norma di un mondo ribelle

Il chirurgo Christopher Inglefield afferma che un uomo che si crede donna può farsi impiantare un utero e tramite la fecondazione artificiale rimanere incinto. Se infatti accettiamo che un uomo che si percepisce donna sia per diritto tale, dobbiamo credere che sia un suo diritto anche averne uno. Poco importa che il bebè sarà partorito da un uomo (forse suo padre?), importa solo il best interest del transessuale. 

Il tabloid inglese The Mirror riporta la seguente notizia: «Il chirurgo Christopher Inglefield, fondatore della London Transgender Clinic, afferma che ora è possibile realizzare con successo un impianto di utero in una trans-femmina». Ossia un uomo che si crede donna potrebbe farsi impiantare un utero e così, tramite le tecniche di fecondazione artificiale, rimanere incinta/o.

Inglefield, novello Dott. Frankenstein per la comunità LGBT, è sicuro del buon esito perché l’operazione non sarebbe dissimile da quella che avviene per il trapianto di utero nelle donne sterili (nel 2017 nacque in Brasile il primo bambino partorito da donna a cui era stato impiantato l’utero). «Gli ormoni supplementari – aggiunge il Nostro - potrebbero essere assunti per replicare i cambiamenti che si verificano nel corpo durante la gravidanza di una donna». Ahinoi, conclude Inglefield, la mamma trans non potrebbe però partorire normalmente, ma solo con il cesareo.

Domanda: ma un transessuale può legalmente accedere alle tecniche di fecondazione artificiale, tecniche indispensabili per concepire in questo specifico caso? Risponde un portavoce dell'Human Fertilization and Embriology Authority, l’ente governativo competente per le tecniche di fecondazione extracorporea: «Posso confermare che, per quel che ci consta, non esistono attualmente regolamenti che impediscano a una persona che ha ricevuto un trapianto di utero di sottoporsi a un trattamento di fecondazione in vitro. […] E, come indicato nella legge, la persona che è gravida o che lo è stata a seguito di un trasferimento di embrioni o inseminazione artificiale è considerata come la madre del bambino alla nascita». Inoltre, non si richiede che chi si sottopone a queste tecniche dichiari di essere donna. E anche se fosse richiesto, il transessuale femmina agli occhi della legge è donna a tutti gli effetti.

Il senso di ribrezzo o perlomeno di straniamento che proviamo noi comuni eterosessuali privi di disforie di genere nell’apprendere tutto ciò è brillantemente superato dal medico inglese: «Una volta che la comunità medica accetterà questo intervento come trattamento per cis-donne con infertilità uterina, come l'assenza congenita di un grembo materno, sarebbe illegale negarlo ad una trans-femmina che ha completato la sua transizione». Traduciamo dalla neolingua LGBT all’italiano: una volta che la comunità scientifica avrà accettato questo intervento per le donne non si vede perché non dovrà accettarlo anche per gli uomini che si credono donna. Il ragionamento non fa una grinza se accettiamo che un uomo che si percepisce come donna sia per il diritto realmente una donna. Come donna è suo diritto avere un utero funzionante. Poco importa che il bebè sarà partorito da un uomo e forse da suo padre – posto che il trans abbia fornito lo sperma e dunque conservi qualcosa della sua mascolinità nelle zone dei genitali – importa il best interest del transessuale.

L’intervento preconizzato da Inglefield potrebbe intendersi come l’upgrade dell’utero in affitto. Se abbiamo accettato che ci sia una donna che porti avanti una gravidanza per conto terzi, non si vede perché quell’utero non possa appartenere direttamente ad un uomo, senza troppi passaggi intermedi. Sarebbe una scorciatoia per tagliare la filiera della filiazione su commissione: una filiazione a KM Zero.

La proposta di Inglefield fa comprendere bene non solo che il bambino è un pacco dono, ma che l’utero non è più il luogo sacro dove si sviluppa la vita, bensì un mero incubatore. Ora potrà accadere che le donne trans, ossia donne che si credono uomini, spingeranno perché gli scienziati, per par condicio, permettano anche loro di concepire con il trapianto di pene e testicoli. Perché la vera uguaglianza non è più essere chi madre natura (o papà Dio) vuole che tu sia, ma è prendere il posto di un altro o di un’altra.