• IL CASO GRAN BRETAGNA

Migliaia di abusi fra minori: la libertà sessuale presenta il conto

In Gran Bretagna la polizia ha denunciato un enorme scandalo sessuale fra adolescenti di cui si vede per ora solo “la punta dell’iceberg” accusando la cultura, il porno e il sistema educativo genitoriale e scolastico. Ma i media e la politica non vogliono guardare alle cause del problema per non contraddire la cultura progressista del “corpo è mio e lo gestisco io”. E così parlano di “rape culture”, “misoginia” e maschi violenti, incolpando le scuole private.
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E’ scoppiato da qualche giorno uno dei maggiori scandali sessuali “che riguarda il nostro paese”, ha detto alla stampa Simon Bailey, capo della sezione nazionale di protezione dei bambini della polizia inglese. Il caso sta coinvolgendo migliaia di vittime e violentatori giovani e minorenni, centinaia di scuole e università pubbliche e private.

Per ora alla Polizia sono pervenute circa 7 mila denunce di abusi fra giovani e minori ma, ha chiarito Bailey, si tratta solo “della punta dell’iceberg”: “Penso - ha continuato - che ora dovremo affrontare accuse molto recenti...e accuse non recenti". Le cause del fenomeno per la polizia sono chiare: la pornografia a portata di cellulare, la sessualizzazione dei minori come problema del sistema educativo. Eppure la stampa e la cultura di massa si sono affrettate a bollare il fenomeno con il termine di “rape culture”, “cultura dello stupro”. E si sa che in questi casi i termini sono tutto, perché inducono il pubblico a pensare quale sia la radice del problema.

Ovviamente la guerra mediatica contro questa “cultura” ha una paladina che la conduce, Soma Sara, 22 anni, ex allieva di una scuola privata che ha creato il sito Everyone’s Invited, dove si possono scrivere testimonianze anonime di abusi (Scotland Yard le sta esaminando) per denunciare la misoginia. Come a dire che il nocciolo della questione è sempre lo stesso: la donna vittima della natura maschile, di per sé aggressiva e tossica (“toxic masculinity”, come va di moda definirla).

Eppure, più che di cultura dello stupro, bisognerebbe parlare di cultura del sesso libero e quindi della pornografia, oggi sempre più violenta e a cui hanno accesso, secondo le statistiche mondiali, anche bambini dagli 8 anni in su e che è capace di generare una vera e propria dipendenza modellando i cervelli dei piccoli che tendono a ripetere quanto visionato. La polizia inglese già nel 2018 aveva parlato di 40.000 segnalazioni di bambini che avevano violentato sessualmente altri bambini, di cui 2.625 casi si erano verificati a scuola. 

La piaga ha già rovinato diverse famiglie che si sono divise a causa di minori che hanno abusato di cugini o fratellini dopo aver visto su smartphone e tablet i filmati pornografici (qui una storia impressionante). Il tutto va naturalmente ad alimentare il mercato della pedofilia dove piccoli e giovani ipersessualizzati si danno in pasto ad adulti sempre più perversi, e i numeri lo testimoniano.

Perciò il capo della polizia ha ammesso che la soluzione è educativa: “'Abbiamo un vero problema sociale in termini di offuscamento dei confini di ciò che le persone intendono essere relazioni sane e relazioni sessuali sane...credo che i genitori abbiano la responsabilità di garantire che i loro figli crescano con dei valori...come la fiducia e il rispetto". Inoltre, ha chiamato in causa anche le scuole e le istituzioni governative invitandole a "guardarsi allo specchio", perché è difficile che queste non avessero idea di cosa stesse accadendo da tempo, chiedendo come estremo rimedio alle famiglie di portare i figli alla polizia nel caso siano autori di reati sessuali.

Ovviamente le misure di lockdown prese come se il Covid fosse l’unico problema globale hanno peggiorato la situazione: Bailey ha ricordato che “durante le chiusure c'è stato un aumento del 20% della quantità di materiale pornografico consumato”. Peccato però che il porno resti un tabù, un’industria miliardaria quasi intoccabile, davanti a cui le istituzioni e la politica hanno appunto chiuso mille occhi. Anche perché arrivare fino a vietarlo significherebbe infrangere la cultura progressista per cui il corpo e la sessualità sono affari privati che ciascuno deve poter usare come vuole. Eppure, è solo arrivando fin qui che è possibile tornare ad educare i giovani ad una sessualità sana, che non è mero individualismo ludico, ma relazione piena di significato e di uno scopo che esige limiti e rispetto per essere vissuta pienamente. Al contrario è una forza che sfocia in violenza.

E’ proprio questo che le voci che si sono alzate a denunciare gli abusi con il termine fuorviante di “cultura dello stupro” non vogliono ammettere. Molti hanno parlato di misoginia e di donne trattate come oggetti, senza andare al cuore del problema. Significativo l’intervento della giornalista inglese Lorraine Candy che racconta: “Quando le mie figlie adolescenti hanno usato per la prima volta il termine cultura dello stupro, le ho invitate a fare attenzione nell’usare parole così forti”, ma mentre raccontavano cosa accade sul web e fra i ragazzi, “mi sentivo in colpa per aver sottovalutato le mie ragazze”, perché secondo la giornalista si tratta di “misoginia tossica tra adolescenti”. Insomma, la colpa sarebbe il disprezzo delle donne da parte di “ragazzi che si filmavano segretamente mentre facevano sesso, ragazzi che facevano sesso con ragazze ubriache contro la loro volontà...”. Tutto ciò come se le femmine minorenni che si svendono facilmente o che si ubriacano non sia un problema altrettanto grave che fa capire che la questione è generazionale piuttosto che legata al Dna maschile.

Purtroppo però la cultura libertina adulta in cui questi giovani, di sesso maschile e femminile, vengono allevati ed educati è appunto intoccabile. Solo l’onorevole David Lammy, intervistato da Times Radio ha almeno parlato delle “preoccupazioni che molti hanno sollevato sulla natura prolifica del porno e sui giovani che hanno accesso al porno”, ultima conseguenza, solo più estrema, delle basi teoriche del progressismo sessantottino. Nessun commento, infatti, è stato fatto sul sesso presentato nelle scuole come esercizio da cui difendersi al massimo con i profilattici, figurarsi poi se è stata tirata in ballo l’ideologia di genere, insegnata in ogni ordine e grado e per cui il corpo lo puoi anche amputare se ti va di apparire del sesso opposto. Anzi, la soluzione per molti è incrementare ancora di più l’educazione sessuale.

Inoltre, che il problema non sia solo maschile, lo dice il fatto che molte ragazze si vendono sul web: Il Daily Mail ha raccontato la storia di una giovane universitaria che lo fa per pagarsi gli studi, ricordando che un sondaggio condotto su 3.200 studenti l'anno scorso ha riportato che il 4% degli alunni britannici - quasi 1 su 20 - si prostituisce per pagarsi la retta, mentre uno su dieci afferma che lo farebbe in caso di "emergenza". Una prostituzione che pare meno invasiva proprio grazie al web. Infatti, tra chi vende il proprio corpo è solo il 28% ad avere rapporti sessuali pagati, il 71% si finanzia inviando foto, mostrandosi attraverso la webcam o vendendo le proprie immagini ai siti pornografici.

Come biasimarli se il progressismo continua ad insegnare a giovani e bambini che “il corpo è mio e lo gestisco io”? Come affermare che il problema sono solo i maschi cattivi che abusano delle donne mentre queste si concedono pensando che per studiare in un certo ateneo valga la pensa svendersi? E’ chiaro che si comincia credendo che il proprio corpo non subisca troppi danni mentre poi si finisce così: “[Una] notte ho cercato di uccidermi e mi hanno indirizzata al servizio di consulenza universitaria, ma mi vergognavo troppo per dire loro perché ci avevo provato", ha detto una studentessa alla BBC.

Anche in questo caso però la stampa e la politica hanno dato la colpa alle rette universitarie troppo alte e alle scuole private. Ma l’analisi non torna dato che questo non accadeva anni fa quando i costi dei college inglesi e americani erano gli stessi, se non più alti. Infine, è quanto meno ipocrita, leggere gli articoli in merito a questi fenomeni che gridano allo scandalo mentre al loro lato compaiono pubblicità in cui le donne mostrano nudi e provocanti lati B con malizia, quasi ad invitare il maschio ad afferrare, per poi affermare che qui il tutto avviene liberamente.