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Missionari (anti-Covid) uccisi nel mondo. Le storie

A fine anno l’agenzia di stampa Fides ha pubblicato come di consueto un rapporto sui missionari uccisi nel mondo. Nel 2020 sono stati 20, nove in meno rispetto al 2019: otto sacerdoti, un religioso, tre religiose, due seminaristi e sei laici. Quest’anno Fides per la prima volta include nel rapporto i sacerdoti, le religiose, i cappellani ospedalieri morti mentre curavano e davano conforto spirituale agli ammalati di Covid-19. Ecco le loro storie

A fine anno l’agenzia di stampa Fides ha pubblicato come di consueto un rapporto sui missionari uccisi nel mondo. Nel 2020 sono stati 20, nove in meno rispetto al 2019: otto sacerdoti, un religioso, tre religiose, due seminaristi e sei laici. Il continente in cui si sono registrati più morti è stato l’America con otto vittime: cinque sacerdoti e tre laici. Segue l’Africa con sette missionari: cinque sacerdoti, due laici e un seminarista. In Asia sono stati uccisi un sacerdote, un seminarista e un laico; in Europa, un sacerdote e un religioso.

Come ogni anno, nel presentare il rapporto, Fides specifica di usare il termine “missionario” per indicare tutti i battezzati, nella consapevolezza che “in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario”. Inoltre precisa di non usare il termine “martiri” al loro riguardo perché nel rapporto sono registrati tutti i “battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento”, non espressamente “in odio alla fede”.

È il caso di Shage Sil, il seminarista cattolico il cui corpo senza vita è stato rinvenuto la sera del 24 dicembre nella Papua indonesiana, una regione con una consistente minoranza cristiana in cui si registrano crescenti tensioni a causa delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza governative contro la popolazione. Come altri giovani, Sil chiedeva giustizia e ha pagato con la vita. Sarebbe diventato diacono nel 2021 e sacerdote subito dopo. Era “una persona coraggiosa – di lui dice padre Johan della diocesi di Jayapura che lo conosceva di persona – si interessava dei bisogni delle persone e non aveva paura di alzare la voce soprattutto quando si trattava di giustizia”. Prima di lui, il 26 ottobre, a Papua è stato ucciso Rufinus Tigau, un catechista cattolico della diocesi di Timika. Era in corso una operazione dell’esercito e della polizia nel suo villaggio contro i combattenti di un gruppo separatista. Tigau si è fatto avanti disarmato, a mani alzate, per chiedere che smettessero di sparare rischiando di colpire la popolazione inerme e un agente lo ha ucciso.

Altri missionari sono stati uccisi durante una rapina, una sparatoria, vittime come tanti del degrado culturale e morale che spesso accresce i disagi della povertà. Nel nome di Gesù – spiega Fides – non hanno avuto paura di abitare in contesti in cui  violenza, abusi e sopraffazione sono regole di vita, in cui manca il rispetto per la vita e in cui i diritti umani sono ignorati: “nessuno di loro, in questa scelta di ‘abitare’ le situazioni e i luoghi dove erano chiamati a vivere, ha compiuto imprese o azioni eclatanti: hanno semplicemente condiviso la vita quotidiana della popolazione, portando una testimonianza evangelica di misericordia, prossimità e fraternità, come segno di speranza cristiana”.

Hanno messo in conto e accettato il rischio di essere vittime di malviventi e persino delle stesse persone di cui si prendevano cura. Padre Jorge Vaudagna, in Argentina, nella diocesi di Rio Cuarto, è morto il 27 ottobre. Mentre scendeva dall’auto, di ritorno a casa, è stato ucciso da tre colpi di arma da fuoco sparati da alcuni malviventi che cercavano di derubarlo. Vittima di una rapina, in Brasile, nella diocesi di Caratinga, è stato anche padre Adriano da Silva Barros, ucciso a colpi di arma bianca. I malviventi hanno cercato di bruciarne il corpo che è stato rivenuto nella notte del 14 ottobre.  

Vittime proprio dalle persone di cui si prendevano cura sono stati gli unici due missionari uccisi in Europa, entrambi in Italia. Il 15 settembre, a Como, don Roberto Malgesini è stato ucciso a coltellate da un immigrato  proveniente dalla Tunisia  mentre si apprestava come ogni giorno a distribuire un pasto caldo agli immigrati che assisteva. Il 4 dicembre un ospite della comunità “Tenda San Camillo” di Risposto, Catania, che assiste malati di Aids e tossicodipendenti, ha ucciso nel sonno fratel Leonardo Grasso e per coprire l’omicidio ha cosparso il corpo e la stanza di benzina provocando un incendio.

Questi morti del 2020 si aggiungono a un lungo elenco. Dal 1980 a oggi, secondo la ricostruzione di Fides, sono stati uccisi 1.224 missionari, includendo le morti violente durante il genocidio del Rwanda nel 1994. Negli ultimi 20 anni le vittime sono state 536 tra le quali si contano cinque vescovi.

Sono migliaia, inoltre, i missionari sopravvissuti ad aggressioni, maltrattamenti, furti, minacce, sequestri a scopo di estorsione così come le strutture cattoliche – chiese, scuole, ambulatori, seminari… - attaccate, saccheggiate, vandalizzate e distrutte.

Da sempre nel conteggio dei morti avrebbero meritato di essere inclusi i missionari deceduti mentre prestavano assistenza, in qualità di medici, infermieri e altro personale sanitario, ad ammalati affetti da malattie trasmissibili. Il pensiero va agli eroi del St Mary’s Lacor, l’ospedale missionario del nord Uganda, che nel 2000 per primi hanno affrontato il virus Ebola curando i malati invece di limitarsi ad assisterli. Ebola fino ad allora aveva registrato un tasso di letalità del 70 per cento. Al Lacor scese a meno del 40 per cento, al costo di 15 morti tra il personale sanitario, incluso il primario, dottor Matthew Lukwiya, morto pregando: “Se io muoio, fa che io sia l'ultimo”, e la sua preghiera fu ascoltata.

Quest’anno Fides per la prima volta include nel rapporto, anche se non nel conteggio, i sacerdoti, le religiose, i cappellani ospedalieri morti mentre curavano e davano conforto spirituale agli ammalati di Covid-19. Sacerdoti e religiosi sono “la seconda categoria, dopo i medici, che più ha pagato in Europa il suo tributo di vita al covid-19. Secondo un rapporto parziale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, nel 2020 sono morti a causa del covid oltre quattrocento preti, impegnati nelle cure mediche o pastorali dei fedeli”. La situazione non è dissimile in altre parti del mondo: “un tratto caratterizzante la missione della Chiesa – ricorda Fides – è la cura dei sofferenti e l’impegno nella sanità, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Questa presenza consolatrice ha comportato un alto costo di vite umane”.