• CONVEGNO

Modernismo, un pericolo sempre presente

«Il nucleo del modernismo non consiste tanto nell’opposizione all’una o all’altra delle verità rivelate, ma nel cambiamento radicale della nozione stessa di “verità”». È quanto è stato rimarcato in un convegno dedicato a vecchio e nuovo modernismo, organizzato a Roma dalla Fondazione Lepanto.

La parola “modernismo” forse non dice molto per tante persone. Eppure questa corrente di pensiero fu una grande preoccupazione per la Chiesa, specie agli inizi del XX secolo. Questa preoccupazione veniva dal fatto che il modernismo è un accomodamento ad alcune idee della modernità che sono opposte a quelle cattoliche, un accomodamento quindi svantaggioso per la Chiesa stessa, che ne può provocare una sorta di svuotamento dall’interno.

Questa corrente di pensiero fu vigorosamente condannata da San Pio X, in alcuni documenti epocali, come l’enciclica Pascendi (1907). La relazione fra scienza e fede sarà uno dei nodi importanti su cui si svolgerà la lotta del modernismo alla Chiesa stessa, una lotta che ebbe grandi momenti di visibilità nel secolo passato.

Eppure questa corrente di pensiero ha la qualità di risorgere in certi periodi con più vigore che mai. Ecco lo scopo di una giornata di studi dal titolo: “Vecchio e nuovo modernismo. Radici della crisi nella Chiesa”, che si è svolta a Roma il 23 giugno 2018 e che è stata organizzata dalla Fondazione Lepanto. La giornata di studio ha visto una buona partecipazione di un pubblico qualificato.

Il convegno non aveva intenzioni polemiche o di impatto mediatico – come ha tenuto a precisare in apertura dei lavori il professor Roberto De Mattei. Egli, da storico, ha quindi delineato le origini del modernismo, visto come una conseguenza della filosofia tedesca del XIX secolo. De Mattei ha notato come il modernismo non sia solo una dottrina, ma quasi un atteggiamento psicologico. Ha delineato interpreti e correnti del modernismo fino alla svolta conciliare. Commentando proprio la Pascendi, De Mattei affermava: «Il nucleo del modernismo per san Pio X non consiste tanto nell’opposizione all’una o all’altra delle verità rivelate, ma nel cambiamento radicale della nozione stessa di “verità”, mediante l’accettazione del “principio di immanenza” che sta a fondamento del pensiero moderno come riassume la proposizione 58 condannata dal Decreto Lamentabili: “La verità non è più immutabile dell’uomo stesso, giacché essa si evolve con lui, in lui e per lui”.

L'immanenza è una concezione filosofica che assume l’esperienza come assoluto ed esclude ogni realtà trascendente. Per i modernisti, essa nasce da un sentimento religioso, che non poggiando su alcune premesse razionali è in realtà fideismo. La fede non è l’adesione dell’intelligenza ad una verità rivelata da Dio, ma una esigenza religiosa che si sprigiona dall’oscuro fondo (subcoscienza) dell’anima umana.  Le rappresentazioni della realtà divina si riducono a “simboli”, la cui “formula intellettuale” muta a secondo dell’“esperienza interiore” del credente. Le formule del dogma, per i modernisti, non contengono verità assolute: esse sono immagini della verità che devono adattarsi al sentimento religioso.  In ultima analisi la verità religiosa si risolve nella auto coscienza dell'individuo di fronte ai singoli problemi della fede. In questo senso si riprende il tentativo dello gnosticismo di abbracciare tutte le verità attraverso un principio unico, la soggettività della verità e la relatività di tutte le sue formule. Per san Pio X, “di fatto l’immanenza dei modernisti vuole e ammette che ogni fenomeno di coscienza nasce dall’uomo in quanto uomo. Dunque di legittima conseguenza deduciamo che Dio e l’uomo sono la stessa cosa: e perciò il panteismo”».

Tra i relatori del convegno ricordiamo il professor Joseph Shaw, della Università di Oxford; Enrico Maria Radaelli, filosofo e discepolo del grande pensatore Romano Amerio; il filosofo e teologo canadese John Lamont, l'Abbé Claude Barthe, esperto di liturgia; la dottoressa Maria Guarini che ha parlato della applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum; don Alberto Strumia, sacerdote e scienziato; Valerio Gigliotti, professore associato di storia del diritto medievale e moderno; il cileno José Antonio Ureta, autore di uno studio sui cinque anni di Papa Francesco.