• COMUNITÀ MINACCIATA

Nigeria, una protesta di preghiera dei cristiani

Il Mercoledì delle Ceneri in Nigeria molti cattolici hanno partecipato alle funzioni religiose in lutto per le continue violenze subite. Nelle regioni centrali sono i Fulani, nel Nordest è ancora Boko Haram a razziare intere città e mietere vittime. I vescovi indicono la "protesta di preghiera contro le continue uccisioni e l'insicurezza del Paese"

Nigeria, chiesa distrutta da Boko Haram

Il Mercoledì delle Ceneri in Nigeria molti cattolici hanno partecipato alle funzioni religiose vestiti di nero o indossando una fascia nera. Lo hanno fatto, rispondendo all’appello della Conferenza episcopale, in segno di solidarietà con le vittime di violenza, in particolare i tanti cristiani ancora minacciati dai jihadisti Boko Haram nell’estremo Nordest e dai Fulani nella Middle Belt, le regioni centrali del paese dove le tribù del Nord, pastori di fede islamica, si scontrano con quelle del Sud, agricole, cristiane e animiste. Domenica 1° marzo la Conferenza episcopale ha inoltre disposto che le messe della sera siano sospese e sostituite da una “protesta di preghiera pacifica contro le continue uccisioni e l’insicurezza del Paese”.

L’invito è stato esteso a tutti i cristiani del mondo: “I cristiani devono alzarsi e difendere la loro fede con tutte le armi morali che hanno – aveva detto monsignor Matthew Kukak, vescovo di Sokoto, l’11 febbraio, partecipando al funerale di un giovane seminarista rapito e ucciso nello stato di Kaduna – dobbiamo presentare in modo più forte i valori del cristianesimo, soprattutto il nostro messaggio di amore e non violenza a una società violenta. Tra i lupi del mondo, dobbiamo stare più attenti a livello politico, saggi come i serpenti e semplici come colombe”.     

Ma non sono solo i cristiani a protestare per l’insicurezza delle loro vite. Babanga Zulum, il governatore dello Stato nordorientale del Borno, a maggioranza islamica, roccaforte di Boko Haram, ha voluto che il 24 febbraio fosse una giornata di digiuno e preghiera per “il ritorno della pace” nello Stato. Nel più popoloso e ricco Paese del continente, la violenza non risparmia nessuno grazie all’inerzia delle forze di sicurezza. Se nella Middle Belt a farne le spese sono soprattutto i cristiani, vittime dei Fulani che, assai meglio armati e agguerriti, impunemente ne attaccano i villaggi per razziare raccolti e bestiame facendo strage di chi non riesce a mettersi in salvo, nel resto del paese a sentirsi davvero al sicuro sono solo le famiglie dei funzionari di grado superiore, dei parlamentari e dei ministri, degli alti gradi dell’esercito, dei grandi industriali e finanzieri che si possono permettere guardie del corpo e addirittura milizie armate a protezione delle loro abitazioni. I nigeriani miliardari sono 25, i milionari circa 71mila. Al di sotto, il vasto ceto medio ha imparato a temere e si difende come può dalle rapine e dai sequestri a scopo di estorsione, frequenti nel centro e specialmente nel sud, le regioni più ricche.

Negli Stati del Nordest, alla minaccia della delinquenza comune si aggiunge quella del jihad. Anche Boko Haram non risparmia nessuno, attacca chiese e moschee, villaggi e qualche volta persino campi profughi che l’esercito dovrebbe rendere sicuri. Dal 2015, quando grazie alla costituzione di un forza regionale di contrasto è stato ricacciato nella foresta di Sambisa dove ha le sue basi di addestramento, ha smesso di paralizzare la vita economica e sociale della regione. Sono finiti quasi del tutto gli attentati dinamitardi suicidi nei mercati e nelle stazioni di autobus, il suo raggio di azione si è ridotto notevolmente. Ridimensionato  anche numericamente, diviso in due fazioni, si poteva forse estirpare.  C’era un piano per “bonificare” Sambisa estirpandone le ultime cellule: “costruiremo delle strade nella foresta – aveva assicurato il capo di Stato Maggiore dell’esercito – e allestiremo una base militare che servirà da centro di addestramento e di collaudo di nuovi armamenti”.

Invece non è stato fatto. Benché sporadici, gli attacchi soprattutto ai villaggi nei dintorni della foresta e sulle coste del vicino lago Ciad sono continuati. Ma negli ultimi mesi sono aumentati in numero e in portata. Con essi è tornata la paura. Il 26 gennaio due attentatori suicidi si sono fatti esplodere all’interno o forse all’ingresso di una moschea a Gwoza, nello stato del Borno, uccidendo tre persone e ferendone nove. Come in passato a compiere l’attentato sono state due ragazzine. Il 9 febbraio dei terroristi a bordo di alcuni autocarri hanno attaccato un’area di sosta lungo una arteria stradale a pochi chilometri dalla capitale del Borno, Maiduguri, dove decine di persone attendevano che l’esercito togliesse un blocco stradale posto poco più avanti. I jihadisti hanno ucciso 30 persone e, dopo aver incendiato 18 automezzi, se ne sono andati portando con sé delle donne e dei bambini. La sera del 18 febbraio, a bordo di autocarri e motociclette, hanno raggiunto la città di Korongilum e hanno dato fuoco a molte case e a una scuola. Il numero delle vittime è incerto, forse tre morti e sei feriti. L’azione più grave risale al 21 febbraio. Dopo aver attaccato un posto di controllo, hanno preso d’assalto la città di Garkida, nello stato di Adamawa. Erano decine, dicono i testimoni, a bordo di nove autocarri e diverse motociclette. Hanno sopraffatto i soldati e le guardie armate accorsi. Mentre gli abitanti scappavano sulle montagne vicine, per ore la città è stata nelle loro mani. Hanno saccheggiato case e negozi, inclusa una farmacia, incendiato una stazione e una caserma di polizia, due chiese, l’ospedale. Non riuscendo a farle partire, hanno dato fuoco anche a due ambulanze. Il bilancio delle vittime resta incerto. Testimoni sostengono che i jihadisti hanno rapito delle persone, probabilmente dei cristiani. Sembra anche che avessero dei complici tra i residenti della città e che questi abbiano indicato loro quali proprietà distruggere.

“Ci vorrebbero altri 100.000 soldati per sconfiggere Boko Haram” sostiene il governatore del Borno. Ma quelli disponibili probabilmente basterebbero se fossero ben equipaggiati e motivati. Lo scandalo di milioni di dollari destinati all’esercito e invece sistematicamente dirottati in conti privati di alte cariche governative e militari lascia i soldati sguarniti e, quel che è peggio, demotivati. La corruzione che in Nigeria è endemica, “uno stile di vita” come dicono i nigeriani, è il primo nemico da sconfiggere. “Qui cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme – spiega affranto Markus Gamache, della Brethren Church di Garkida – ma negli ultimi anni si sono create delle divisioni a causa di pessimi insegnamenti religiosi. Per questo, per interessi politici e per il lavaggio del cervello che è stato fatto abbiamo perso i nostri valori tradizionali e culturali e i nostri legami famigliari”.