a cura di Stefano Fontana
  • IL DIBATTITO

Paolo VI e la Dottrina sociale della Chiesa

Sull’ultimo numero della rivista “Teologia” della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, Giuseppe Angelini torna sul rapporto tra Paolo VI e la Dottrina sociale della Chiesa nell’articolo “Paolo VI e il primato moderno della coscienza” (pp. 337-360).

Come è noto, esiste una vulgata secondo la quale Paolo VI avrebbe raffreddato la Dottrina sociale della Chiesa a seguito del raffreddamento attuato dal Concilio. Secondo questa interpretazione, la Gaudium et spes  avrebbe formulato un nuovo paradigma che avrebbe superato la Dottrina sociale della Chiesa. Prova ne sia il fatto che l’espressione stessa non viene quasi mai adoperata. I motivi di fondo sarebbero due: prima di tutto il nuovo rapporto paritetico della Chiesa con il mondo per cui cade la pretesa di avere una dottrina da dare al mondo come se fosse elargita dall’alto; secondariamente il nuovo ruolo assegnato alla coscienza della persona nell’agire morale e sociale, rispetto alla quale la dottrina risulterebbe sempre astratta e inefficace. Così inteso il rapporto tra Concilio e Dottrina sociale, risulta facile considerare il magistero sociale di Paolo VI di scarso entusiasmo per la Dottrina sociale e addirittura come un suo ridimensionamento. Nel 1971 la tradizionale commemorazione della Rerum novarum, in precedenza avvenuta tramite nuove encicliche sociali come la Quadragesimo anno del 1931 o la Mater et magistra del 1961, fu fatta con una semplice Lettera apostolica, la Octogesima adveniens: prova evidente – seconda la vulgata – di un ridimensionamento dell’importanza e del ruolo della Dottrina sociale.

Come è altrettanto noto, questa tesi è stata contestata apertamente da Benedetto XVI nella Caritas in veritate del 2009. Nel primo capitolo egli espone il messaggio della Populorum progressio (1967) di Paolo VI e considera globalmente in suo magistero sociale. Benedetto XVI sostiene che Paolo VI rilanciò la Dottrina sociale della Chiesa e a ciò finalizzò non solo la Octogesima adveniens o la Populorum progressio ma anche la Evangelii nuntiandi e la stessa Humanae vitae. Egli impostò la Dottrina sociale dentro la missione e l’evangelizzazione, prefigurando quanto insegnerà poi Giovanni Paolo II sulla Dottrina sociale come annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Dopo queste precisazioni della Caritas in veritate si pensava che la lettura di un Paolo VI desideroso di ridurre l’importanza della Dottrina sociale fosse superata.

Ora, invece, Giuseppe Angelini titola un paragrafo del suo articolo così: “Oltre la dottrina sociale della Chiesa” (pp. 348-351), tornando alla tesi del rifiuto da parte di Paolo VI della nozione “forte” di dottrina sociale. Questo indebolimento deriva secondo lui dall’accentuazione della pastorale rispetto alla dottrina operata dal Vaticano II e dalla singolare sensibilità di Paolo VI. Costui avrebbe  intuito che la nozione di dottrina sociale non rispondeva più alle nuove esigenze culturali che chiedevano ormai “una mediazione culturale della fede e della stessa coscienza morale” ma non ha condotto l’analisi fino in fondo. Ecco perché, secondo Angelini, la Dottrina sociale nel magistero di Paolo VI rimane come a mezz’aria, da cui deriva il suo sostanziale indebolimento, ma senza la prospettiva di un nuovo quadro.

Perché segnalo questo articolo di Angelini? Perché esso testimonia che il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa voluto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, ambedue fondati sul Vaticano II e su Paolo VI, non è mai stato assimilato dalla teologia morale postconciliare. Infatti il giudizio che Angelini dà su Paolo VI comporta un giudizio di inadeguatezza anche per i due pontificati successivi. L’inadeguatezza propria di Paolo VI sarebbe aumentata, piuttosto che il contrario, in Giovanni Paolo II e Benedetto XVI dei quali quindi si insinua che non abbiano ben compreso le esigenze del rapporto tra Chiesa e mondo a seguito del Vaticano II.