• POLITICA E CORONAVIRUS

Parlamento chiuso, un segnale inquietante

La nostra è una Repubblica parlamentare, il Parlamento è titolare della funzione legislativa e rappresenta tutto il Paese, non può essere tagliato fuori in un'emergenza del genere. Attraverso decreti legge e decreti del presidente del consiglio dei ministri, Palazzo Chigi sta gestendo in autonomia un Paese in cui le libertà individuali sono in larga parte sospese.

Il presidente del Consiglio Conte

Mentre il Parlamento europeo ha sospeso le sessioni plenarie fino all’estate e i suoi componenti potranno anche discutere e votare on line, i due rami del Parlamento italiano sono ancora paralizzati dall’emergenza Coronavirus e stanno facendo ben poco per lasciare un segno in questa delicata fase della vita nazionale.

Nelle settimane scorse, alcune forze politiche, in particolare Pd e Lega, hanno fatto pressioni affinché venissero varate procedure di votazione elettronica, al fine di consentire a deputati e senatori di continuare a dare un contributo al processo legislativo, pur rimanendo fuori dalle aule parlamentari per ragioni di sicurezza legate al rischio contagio da Covid-19.

Finora, però, non si è arrivati ad alcuna decisione, e questo è un bruttissimo segnale che si dà all’opinione pubblica. La nostra è una Repubblica parlamentare, il Parlamento è titolare della funzione legislativa e rappresenta tutto il Paese. Camera e Senato sono lo specchio del pluralismo politico-sociale, mentre il Governo, titolare della funzione esecutiva, è espressione di parte, cioè soltanto di una maggioranza, peraltro claudicante, stando ai sondaggi che danno Pd e Cinque Stelle insieme a poco più del 35% dei consensi.

Attraverso decreti legge e decreti del presidente del consiglio dei ministri, Palazzo Chigi sta gestendo in autonomia un Paese in cui le libertà individuali sono in larga parte sospese. L’emergenza sanitaria è una delle ragioni che giustifica le attuali limitazioni della nostra libertà di circolazione. A parziale compensazione di questo isolamento forzato, però, ci si aspetterebbe quanto meno una condivisione in Parlamento di tutte le scelte che vanno a impattare sulla nostra vita quotidiana. E invece l’unico ambito di confronto tra maggioranza e opposizione sono i vertici durante i quali il Premier informa i leader dell’opposizione di quanto il Governo ha deciso per far uscire il Paese dal tunnel attuale. La discussione si traduce il più delle volte in una presa d’atto, da parte di Matteo Salvini e degli altri esponenti del centro-destra, di scelte fatte direttamente da Giuseppe Conte e dai leader di Pd, Cinque Stelle e Leu.

Nella fisologia democratica questo confronto si svolge in Parlamento. La democrazia parlamentare è questo. Non c’è tempo, si obietterà. È vero in parte, perché tutte le restrizioni sin qui prese dall’esecutivo sono state anticipate da un braccio di ferro costante tra Governo e Regioni. Durante quelle accese discussioni ci sarebbe stato anche il tempo di riunire le Camere, rispettando le dovute precauzioni sanitarie, al fine di offrire agli italiani la rappresentazione plastica di una dialettica tra le forze politiche sui temi che riguardano più che mai il presente e il futuro dell’Italia.

Il Presidente della Camera, Roberto Fico, ha confermato che il televoto non è praticabile perché l’art.64 della Costituzione è molto chiaro nel prevedere la presenza fisica dei parlamentari. A detta dell’esponente grillino, la votazione on line rischierebbe di rendere più superficiale e meno partecipato il confronto tra diverse opzioni politiche e di inficiare la regolarità e affidabilità delle votazioni. Questo rilievo stupisce per due ragioni. Siamo già abituati a vedere immagini di sedute parlamentari scarsamente partecipate, tra assenze e sbadigli di senatori e deputati, per cui non è detto che partecipando a distanza i parlamentari siano necessariamente meno attenti e più distratti di quanto non lo siano abitualmente.
In secondo luogo proprio il guru del Movimento Cinque Stelle, Davide Casaleggio ha più volte profetizzato la fine del Parlamento entro qualche anno e l’instaurazione di una democrazia elettronica. Ci sarebbe stato dunque da aspettarsi una più convinta apertura di Fico all’ipotesi di utilizzare la Rete, almeno in questa fase di emergenza, per agevolare il lavoro del Parlamento.

Quello che invece realisticamente si potrà fare nelle prossime settimane è al massimo creare una commissione speciale, con una equa rappresentanza di tutte le forze politiche, per esaminare i disegni di legge, organizzare il lavoro di Camera e Senato e prevedere la convocazione di sedute finalizzate a votare i testi di legge. Per rispettare le distanze di sicurezza legate ai provvedimenti Covid-19 si potrebbe pensare a una votazione per alzata di mano, con un turnover di parlamentari in aula onde evitare i tanto vituperati assembramenti.

Dopo tutto, tantissime categorie di operai e lavoratori di vari settori continuano ad andare tutti i giorni a lavoro e  rischiano la salute per garantire alla popolazione italiana alcuni servizi pubblici essenziali. Non si capisce perché i parlamentari non possano fare altrettanto, vista l’importanza del loro ruolo.

Infine una considerazione. Proprio in ragione del loro alto reddito e del ridotto carico di lavoro di questi mesi, sarebbe un bel gesto da parte dei Presidenti delle Camere se proponessero rispettivamente ai membri di Camera e Senato di devolvere parte del loro stipendio alla battaglia contro il Coronavirus. L’odio anti-casta forse sarebbe meno acceso e un’azione del genere probabilmente contribuirebbe a riconciliare almeno in parte il popolo italiano con la sua classe dirigente.