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Per chi suona la campana? Per un mancato accordo

Dal 14 dicembre in poi, ogni giovedì sera, suonano le campane di tutte le chiese di Kinshasa. E' un modo per ricordare l'accordo fra il presidente Kabila e i partiti all'opposizione, mai rispettato, la cui mancata applicazione rischia di far scoppiare la guerra civile.

Nikki Haley media con i vescovi del Congo

Dal 14 dicembre in poi ogni giovedì sera, alle nove in punto, le campane di tutte le chiese cattoliche della diocesi di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, incominceranno a suonare e continueranno per 15 minuti per reclamare l’applicazione dell’Accordo di San Silvestro tra il governo e i partiti all’opposizione firmato con la mediazione della Conferenza episcopale del Congo il 31 dicembre del 2016.

L’accordo impegnava il presidente della repubblica, Joseph Kabila, a indire le elezioni presidenziali entro il 31 dicembre 2017, ma non è stato rispettato. In realtà le presidenziali si sarebbero dovute svolgere già il 27 novembre 2016 perché il secondo e ultimo mandato di Kabila scadeva il 19 dicembre di quell’anno. Però il giovane capo di stato – ha solo 45 anni – come molti dei suoi colleghi africani non ha la minima intenzione di lasciare il potere. Non essendo riuscito a far sopprimere il limite di due mandati presidenziali previsto dalla costituzione, che gli impedisce di ricandidarsi, sei mesi prima del voto aveva ottenuto dall’Alta Corte una delibera in base alla quale, nell’eventualità di un rinvio delle elezioni, lui avrebbe dovuto rimanere in carica fino al loro svolgimento. Guarda caso, il rinvio c’è stato. La Commissione elettorale infatti, a poche settimane dal voto, annunciava che, a causa di problemi economici e di ritardi nella compilazione del registro degli aventi diritto al voto, l’elezione del capo dello stato non si sarebbe potuta organizzare prima dell’aprile 2018. La notizia è stata accolta con ansia, rabbia e delusione. Nella capitale e in altre città l’opposizione ha organizzato delle manifestazioni di protesta a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone. Il governo ha reagito con durezza. Negli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine più di 20 persone sono state uccise a Kinshasa e nella seconda città del paese, Lubumbashi.

È stato allora che la Chiesa, nel tentativo di evitare una guerra civile, ha proposto i colloqui che hanno dato origine all’Accordo di San Silvestro. Ma per Kabila si è trattato solo di prendere tempo. Il suo obiettivo è conservare la carica il più a lungo possibile, con mezzi legali o, se necessario, con la forza: e approfittarne per consolidare il proprio patrimonio e quello della sua estesa parentela, proseguendo una tradizione di saccheggio delle risorse nazionali iniziata nel 1965, con l’indipendenza del paese dal Belgio e con la dittatura di Sese Seko Mobutu, l’uomo che non ha mai nascosto di attingere senza ritegno alle ricche casse statali del suo paese: “ho un sacco di soldi – diceva rispondendo a un giornalista nel 1987 – che c’è di strano per una persona che da 22 anni è presidente di un paese tanto grande?”.

Nel 1996 il padre di Joseph Kabila, Laurent Désiré, ha costretto all’esilio Mobutu vincendo una guerra alla quale hanno partecipato milizie di altri cinque stati africani e che è costata centinaia di migliaia di vittime civili. Alla sua morte, nel 2001, per mano di una delle guardie del corpo, Joseph ha ereditato la carica. Nei 16 anni trascorsi ha creato un impero economico famigliare che controlla centinaia di imprese: detiene decine di permessi di sfruttamento di miniere di oro, rame, cobalto e diamanti, azioni e quote di banche, possiede aziende agricole, distributori di carburante, compagnie aeree, imprese di costruzione, alberghi, ditte fornitrici di prodotti farmaceutici, agenzie di viaggio, negozi, locali notturni...

Nel frattempo il Congo langue, il 77% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, oppressa da un regime autoritario che i simulacri di democrazia non provano neanche più a mascherare e, soprattutto nelle regioni orientali, alla mercè di bande armate che agiscono quasi indisturbate, nonostante la presenza della più costosa delle missioni Onu di peacekeeping, la Monuc. Il 12 dicembre l’Unicef ha pubblicato un rapporto drammatico. Nella sola regione del Kasai, 400.000 bambini di età inferiore a cinque anni soffrono di gravi forme di malnutrizione e moriranno se non riceveranno aiuti. Negli ultimi 18 mesi gli scontri tra gruppi armati hanno prodotto 1,5 milioni di sfollati che adesso stanno tornando a casa privi di risorse, specie gli agricoltori che non hanno potuto coltivare i loro terreni e non potranno contare su un raccolto per molto tempo.

La Commissione elettorale, provatamente schierata con Kabila, lo scorso ottobre ha informato il paese di persistenti difficoltà nella compilazione delle liste degli aventi diritto al voto, tali da richiedere un ulteriore rinvio delle presidenziali al 2019. Grazie alla ferma pressione degli Stati Uniti a livello internazionale e della Conferenza episcopale in Congo, la Commissione ha poi aggiustato il tiro, dicendosi in grado di “anticipare” il voto. Al momento la data è stata fissata al 23 dicembre 2018. Il 24 novembre i vescovi hanno diramato il testo di un messaggio rivolto al presidente Kabila con cui lo esortano a non ricandidarsi nel 2018: “Signor presidente, la esortiamo a rassicurare l’opinione pubblica che lei non si candiderà. Siamo convinti che solo così potranno placarsi le tensioni politiche”.

D’ora in poi i sacerdoti della diocesi di Kinshasa suoneranno le campane una volta alla settimana per mantenere viva l’attenzione del paese e del mondo. Hanno chiesto ai loro parrocchiani di accompagnare il suono delle campane facendo quanto più rumore possibile per 15 minuti, con i clacson delle auto, fischietti, vuvuzela, casseruole, qualsiasi cosa.