• LA PROVOCAZIONE

Per favore, non festeggiate il Natale...

Voi che siete a favore dell’ “amore è amore”, delle “nozze” gay, dello sterminio di decine di milioni di figli nel grembo della propria madre; voi che siete obiettori di coscienza al buon senso  e non volete che un bambino cresca con un padre e una madre.... non festeggiate il Natale. Festeggi invece chi tradisce il coniuge, ma sente un macigno sul cuore; chi ruba non facendo il proprio lavoro, ma si vede come un infame....

Per favore, non festeggiate il Natale. Voi che siete a favore dell’ “amore è amore”, delle “nozze” gay, dello sterminio di decine di milioni di figli nel grembo della propria madre, non festeggiate il Natale. Voi che siete obiettori di coscienza al buon senso  e non volete che un bambino cresca con un padre e una madre, non festeggiate il Natale. Voi che plaudite all’industria dell’uomo in provetta e alle incubatrici di carne, non festeggiate il Natale. Voi che vi battete per divorzi sempre più brevi e di vite sempre più brevi con l’eutanasia, non festeggiate il Natale. Voi sposi che amoreggiate con la contraccezione e voi uomini che amoreggiate con l’amante, a volte resa presentabile in società come nuova moglie, non festeggiate il Natale. Voi che non mettete mai piede in una chiesa e che irridete i sacramenti perché riti magici, non festeggiate il Natale. Voi che dite di credere a modo vostro e non al modo di Dio e che pensate che quello che dice la Chiesa siano tutte fesserie, non festeggiate il Natale. Siate coerenti almeno una volta all’anno.

Non potete, ahivoi, festeggiarlo perché non siete cristiani. Perchè il credente è colui che crede in ciò che Dio ha comandato di credere e tenta con tutto se stesso di metterlo in pratica. Ma prima di agire bene occorre pensare bene. Dirsi cristiano ed essere a favore di divorzio e omosessualità, è come dirsi ambientalista ed essere a favore del riscaldamento globale e della desertificazione.

Il Natale non è vostro, ma dei cristiani. Si fa festa a Natale per un unico motivo: nasce Colui che ci dà una chance di non finire all’Inferno. Ora alzi la mano chi crede nell’Inferno. Solo quelli possono festeggiare il Natale. Gli altri non ne hanno motivo. Senza un motivo per essere felici è da stupidi essere felici. Quindi per favore, niente abeti, niente presepi, niente luminarie, niente regali, niente auguri, niente di niente. Martedì 25 come ogni altro giorno incolonnatevi sulla statale in auto o pressatevi negli scompartimenti di un treno per andare a lavorare. Lasciate che l’intima gioia del Natale sia elitaria, di pochi. Ci avete emarginato in tutto, nella politica, nei media, nell’istruzione, nell’arte. I credenti sono gli intoccabili esclusi dalla vita pubblica. E dunque anche in questo caso siate coerenti: emarginateci e lasciateci in pace, lasciate il Natale a noi. Voi continuate nel vostro sabba secolare, gaudenti e nevrotici come sempre. Non vi disturberemo. Tenetevi pure l’inclusività, la responsabilità e solidarietà e lasciate a noi la redenzione, il merito e la carità. Giù le mani dal Natale che è stato acquistato a caro prezzo da Cristo e non comprato a buon mercato su Amazon nel black Friday.

E non veniteci a dire che il Natale ormai è la festa dei buoni sentimenti ricchi di glucosio. Lo sanno tutti che, grattando, dietro i buoni sentimenti si nasconde il business. Il Natale è solo l’occasione più propizia durante l’anno per dar la stura al nostro desiderio di possedere. Il Natale è stato da tempo sequestrato dall’anonima atea, è stato espropriato dalle mani dei credenti per utilità commerciale pubblica. Ci hanno rubato il Natale e manco ce ne siamo accorti. Ma a noi in fondo non importa. Importa stare a casa con  ferie retribuite.

E a questo proposito, dove sono ora i sindacati, le Bonino e le Boldrini a rivendicare la laicità dello Stato, a berciare che non si può festeggiare pubblicamente per una solennità che è invece squisitamente ed esclusivamente cristiana? Perché ora non valgono quei principi laicissimi per i quali dovremmo spogliare ogni edificio pubblico dei crocefissi? Perché la croce no e la mangiatoia sì? Perché il Natale dovrebbe manifestare valori condivisi anche dai non credenti e non il crocefisso? Siate coerenti: chi non è cristiano vada a lavorare il 25, a Pasqua e nelle altre feste cattoliche, domenica compresa. Noi volentieri salteremo a piè pari la festa del 1 maggio.

E poi, a ben vedere, il Natale è una ricorrenza drammatica, altro che magia natalizia. Si festeggia la volontà di Gesù di sottomettersi alle frustate, agli insulti, agli sputi, alle botte e al supplizio della croce per noi. Sotto il tetto della capanna sono tre gli animali; il bue, l’asinello e l’Agnello sacrificale.

Festeggi invece chi tradisce il coniuge, ma sente un macigno sul cuore; chi ruba non facendo il proprio lavoro, ma si vede come un infame; chi lotta, piange e si dispera perché non si sente uomo o donna sino in fondo; chi ha ucciso il proprio figlio prima di vederlo in volto perché le tenebre fitte in cui era avvolto il suo cuore non le ha permesso di prendere in mano la lanterna della verità ed ora si sente il ventre vuoto e il cuore gonfio di disperazione; chi prova un fitta nell’anima nell’ascoltare il proprio figlio dire “mamma e papà non stanno più insieme perché non si vogliono più bene”; chi ha steso matasse di filo spinato tra sé e il figlio, la madre, la suocera, lo zio, ma poi è rimasto impigliato lui stesso tra le spine e si è ferito; chi ha giocato la propria vita sulla roulette russa e ha capito che, ad ogni gettone ingoiato da quelle macchinette, veniva ingoiata anche una quota della sua umanità; chi non riesce proprio a dirsi credente perché c’è il male nel mondo, perché i fedeli si comportano da infedeli, perché il suo dolore gli pare un disabile gravissimo tanto è cieco e sordo, ma non smette di credere che una risposta ci deve essere e forse la risposta giusta è proprio nel suo dolore; chi non ammazza, nè ruba ma annega nella mediocrità del quotidiano: eppure in lui palpita ancora un vago desiderio di infinito; chi vive per sé perché vuole essere indipendente e libero, ma si è accorto che la solitudine è un vestito troppo stretto per muoversi liberamente; chi pensa che ha fallito, che ha mancato il bersaglio una volta per sempre con l’ultima freccia che aveva nella faretra, ma a guardar il presepe si accorge di tornare bambino, un bambino capace ancora di sognare; chi insomma compie il male, ma sente la nostalgia del tepore del bene. Festeggino tutti costoro, perché tutta questa zavorra è già il preludio di un futuro riscatto, a patto che costoro abbiano l’umiltà e la speranza di mettersi in fila insieme ai Re Magi e porgerla come dono a Bambino Gesù. Lì c’è la risposta a tanta inquietudine, a tanto non senso, a tanta noia, a tanta sofferenza, a tanta disperazione.

Festeggiamo tutti noi, ammassati come pecore sotto il tetto di quella capanna in cui il Dio bambino ci ha promesso che un giorno Lui asciugherà ogni lacrima da tutti i nostri volti.