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Pro life ferito da un medico, il prezzo salato della verità

La preghiera per la vita davanti all'ospedale di Monza finisce con un'aggressione a due volontari e un ferito con dieci giorni di prognosi. Contrariamente a quanto scritto da Repubblica, però, a cercare lo scontro è stato un giovane medico che si è scagliato con veemenza contro un 72enne e poi contro il militante pro life Giorgio Celsi - intervenuto per dividere i due - che è rimasto ferito. La vicenda finisce in Procura, con le denunce dei protagonisti e un esposto all'Ordine dei medici da parte dei legali di Iustitia in Veritate, ma è un pessimo segnale sulla libertà di espressione nel Paese: testimoniare la verità sull'uomo, dopo l'ostracismo e gli insulti, può costare caro anche per la propria incolumità fisica.
- PARAGONA ABORTO E OLOCAUSTO, SACERDOTE ALLA GOGNA

Il referto medico parla di un ferito con escoriazioni alla mano e al ginocchio e prognosi di dieci giorni. È il triste bilancio dell’aggressione avvenuta venerdì mattina davanti all’ospedale San Gerardo di Monza dove il militante pro-life Giorgio Celsi è stato aggredito durante una preghiera per la vita. Quel che è più inquietante, però, è che ad aggredire fisicamente Celsi e un altro volontario dell’associazione Ora et labora non è stato un gruppo di antagonisti riuniti sotto una qualche sigla, ma è stato un medico che ha reagito così di fronte a quel momento pacifico.

Saranno ora i carabinieri di Monza ad appurare le responsabilità dell’aggressione che la dice lunga sul clima di intimidazione che sono costretti a vivere i volontari che manifestano e pregano davanti agli ospedali dove si praticano gli aborti. Dalle accuse verbali, sempre più frequenti, si sta passando alla violenza fisica. Non è un bel segnale.

L’episodio però è stato strumentalizzato da Repubblica e dal sito Gayburg, perché nella cronaca dei fatti si è omessa clamorosamente l’origine dell’aggressione e si è fatto passare Celsi come un brutale aggressore del medico. Invece i fatti sono andati diversamente come lo stesso Celsi spiega alla Bussola e come è scritto nero su bianco nella querela che Celsi ha sporto.

«Il presidio di preghiera e testimonianza in difesa della vita nascente si stava svolgendo tranquillamente davanti all’Ospedale di Monza, come facciamo ogni 15 giorni, con regolare comunicazione alla Questura», spiega il volontario pro-life.

La situazione è degenerata quando un giovane medico sui trent’anni è passato alle maniere forti. «Si tratta del dottor Federico Emanuele Pozzi - dice Celsi -, specializzando presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, il quale, vedendo i manifesti contro l’aborto a difesa della vita, ha aggredito con urla e pesanti insulti il nostro gruppo di volontari, per poi scagliarsi contro uno di noi, un uomo di 72 anni».

Celsi racconta che l’uomo, il signor Virgilio Baroni, è stato «aggredito al collo e spintonato con violenza». A quel punto Celsi, come responsabile del gruppo, è intervenuto per tranquillizzare gli animi e identificare l’aggressore, ma Pozzi, stando al racconto di Celsi, «si è scagliato anche contro di me con calci e pugni. Così, per legittima difesa, sono stato costretto a bloccarlo e siamo entrambi caduti a terra, il tutto sotto lo sguardo degli altri volontari, che hanno chiamato le forze dell’ordine».

Sono stati attimi di spavento, nella colluttazione Celsi ha avuto la peggio riportando una ferita alla mano con prognosi di 10 giorni ed escoriazioni ad entrambe le ginocchia.

Giunti sul posto, i carabinieri hanno raccolto le testimonianze delle persone presenti allo scontro, i quali non hanno potuto far altro che riferire che a iniziare, soprattutto aggredendo il 72enne, era stato proprio il medico.

Celsi ha anche spiegato che «il giovane aggressore aveva già attaccato verbalmente il nostro gruppo di volontari lo scorso 15 gennaio nello stesso luogo; stavolta però non si è limitato alla violenza verbale, ma ha cercato lo scontro fisico causandomi le lesioni».

Il racconto di come sono andati i fatti è depositato nella denuncia che Celsi ha presentato ieri mattina in caserma a Monza, dopo essersi incrociato di nuovo con Pozzi al pronto soccorso per la medicazione. Anche Pozzi, infatti, ha presentato denuncia per aggressione, ma saranno decisive in questo caso le testimonianze dei presenti, circa una decina, che hanno assistito alla scena. Tra questi S.C., un’altra partecipante al momento di preghiera che è rimasta sotto choc per l’episodio.

Ad assistere Celsi e la prima vittima, Virgilio Baroni, che presenterà una denuncia lunedì, è l’associazione Iustitia in veritate, costituitasi durante il lockdown per la difesa dei diritti dei fedeli e che sta iniziando a seguire anche questi casi di soprusi.

«Non escludiamo anche eventuali azioni nei confronti del dottore attraverso una segnalazione all’Ordine dei medici», spiega alla Bussola l’avvocato dell’associazione Francesco Fontana, che nella querela presentata ieri da Celsi ha incluso, oltre ai reati di aggressione e lesioni, anche quello di diffamazione nei confronti di Gayburg, che in un articolo ha attribuito la responsabilità del fatto a Celsi, tratteggiando dei volontari per la vita un quadro gravemente lesivo dell’onorabilità.

Al di là dei risvolti penali e disciplinari che avrà la vicenda per il medico, l’episodio mostra che la testimonianza per la vita è sempre più a rischio. Si sta passando da un’ostilità fino ad oggi verbale ad aggressioni vere e proprie e quel che stupisce è che nessuno, all’infuori del mondo pro-life, si è precipitato per esprimere solidarietà al militante rimasto ferito. Un disinteresse verso una deriva liberticida che peserà in futuro: esprimere la verità sull'uomo, contro la soppressione di una vita, rischia di essere molto pericoloso. Ma è un piano inclinato che prosegue la sua discesa verso l'abisso da 40 anni ormai e sta iniziando a presentare un conto molto salato in termini anche di incolumità.

Prima si è dovuto sopportare l'ostracismo, poi gli insulti, le offese e la perdita di cittadinanza delle idee nel gran mercato del relativismo, adesso è la volta dell'umiliazione dell'aggressione fisica. Testimoniare la verità, così come accade in tutti i regimi della storia, ha un prezzo molto alto da pagare.