a cura di Stefano Fontana
  • MAGISTERO

Quanta ideologia dietro "l'analisi della situazione"

In questo blog è stato più volte osservato che ormai i documenti del magistero iniziano sempre da una analisi sociologica della situazione e che la cosa pone non pochi problemi per i rischi molto concreti di inquinamento ideologico che questo comporta. Vorrei ora cercare di spiegare cosa ci sia all’origine di questo atteggiamento.

I Documenti preparatori dei prossimi Sinodi sui Giovani e sull’Amazzonia sono pieni di posizioni ideologiche mascherate da analisi della situazione. L’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium e l’enciclica Laudato si’ hanno interi capitoli di analisi della situazione in dipendenza dalle correnti delle scienze sociali maggiormente in auge oggi e, anche se non costituiscono magistero, fanno parte comunque di un testo magisteriale, creando confusione. Con la nuova Costituzione apostolica Episcopalis communio, la prassi di partire da una analisi della situazione è diventata addirittura legge. Si parla infatti di “ascolto del popolo di Dio”, la qual cosa è però possibile solo con gli strumenti delle scienze sociali.

Valutare la situazione alla luce della fede non fa problema. Anche la Rerum novarum valutava la situazione degli operai all’interno della moderna questione sociale, anche la Quadragesimo anno valutava la nuova situazione di dittatura internazionale della finanza, anche la Centesimus annus dava uno sguardo teologico sul crollo del regime comunista. Ma erano valutazioni che partivano dalla sapienza evangelica, erano condotte con uno sguardo di fede, partivano da Dio e non dalle conclusioni delle scienze sociali del momento.

Ora invece, le scienze sociali hanno la priorità rispetto alle valutazioni di ordine filosofico e teologico e rappresentano sempre ormai il punto di partenza che influisce su tutto il resto. Questo è possibile perché si sono accumulati molti equivoci che gli esperti chiamerebbero di ordine “epistemologico”, ossia riguardanti la natura delle varie discipline coinvolte nella Dottrina sociale della Chiesa che, lo ricordiamo, ha appunto un carattere interdisciplinare (Centesimus annus, n. 59).

Le scienze umane sono solo descrittive e non prescrittive. Esse descrivono – e per di più con grandi margini di approssimazione – dei fenomeni sociali alla luce di ipotesi interpretative da cui partono e delle definizioni su cui gli scienziati si accordano. Cos’è la società per un sociologo? Quello che la comunità scientifica dei sociologi chiama società, ossia una ipotesi operativa capace di definire il campo della disciplina e permettere al sociologo di lavorarci dentro. La sociologia non ha alcuna velleità di conoscere cosa sia la società “in sé”, si accontenta di stabilire in via ipotetica cosa essa sia per i sociologi in modo che questi possano lavorare. Quando le scienze sociali, oltre a fornire descrizioni, fornissero anche indicazioni operative in base a presunte leggi da esse trovate, si tratterebbe di prescrizioni ipotetiche e non a carattere normativo, come sono invece quelle morali.

Questo limite intrinseco delle scienze sociali ha fatto scrivere a Giovanni Paolo II che “Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell’uomo dentro la scienza e per metterlo in grado di capir meglio se stesso in quanto essere sociale. Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la Dottrina sociale della Chiesa” (Centesimus annus, n. 54).

Le scienze sociali possono essere “di aiuto”, richiedono di avere alle spalle la filosofia e la fede (ossia la retta ragione e la rivelazione), mentre oggi la fanno da padrone, assumendosi il compito di analizzare la realtà da cui partire per ogni discorso successivo, anche di ragione e di fede. È la svolta della teologia moderna, che ha sostituito la conoscenza con l’ermeneutica: si deve partire sempre dalla situazione storica in cui si è inseriti per leggere i doveri morali ed anche le verità di fede. Dietro c’è l’errore di prendere quella delle scienze sociali come la conoscenza della realtà, mentre lo è solo di alcuni fenomeni ipoteticamente considerati. Da qui il pericolo difficilmente evitabile di scadere nell’ideologia.