• STORICITA' DEI VANGELI

Quel giorno in cui Gesù si staccò da terra

Quaranta giorni dopo la Pasqua il Cristo alla presenza dei discepoli fu elevato in cielo e sparì tra le nubi. Cronaca di una giornata da brividi.

Giotto
La precisa attendibilità dei vangeli circa la resurrezione (già descritta nel precedente articolo “Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato”), ci dice che il terzo giorno si diffuse rapidamente la notizia dapprima della constatazione della tomba vuota e subito dopo dell’incontro di più persone con Gesù risorto, dai primissimi chiarori del primo giorno dopo il sabato, quindi in un 16 nisan del calendario lunare ebraico. Gli Atti degli apostoli attestano (At 1,3) che Gesù si mostrò più volte e “con molte prove” (At 1,3) ai suoi.

Quaranta giorni dopo quella straordinaria domenica, riuniti i discepoli su un’altura ad est di Gerusalemme, verso Betania (Lc 24,50), in un’area frequentatissima da Gesù, dai suoi e dai loro conoscenti, il Figlio di Dio si staccò da terra e “fu assunto in cielo” (At 1,2 ed anche in Mc 16,19). E’ il 25 di lyar (anticamente il mese era chiamato ziv), corrispondente ad un giovedì (il 12 maggio nel nostro attuale calendario). Dieci giorni dopo, 6 sivan, è la festa di shavuot, la pentecoste. Di quell’istante da brividi in cui Gesù si separò dai discepoli abbiamo un ulteriore richiamo nel vangelo di Luca (Lc 24,51) ed anche in questo caso il verbo è passivo (“fu portato verso il cielo”). Infine ancora Luca (At 1,9) conclude che Gesù “fu elevato in alto” ed “una nube lo sottrasse al loro sguardo”.

Questa “passività” è significativa perché una volta ancora mostra Gesù tutto immerso nella volontà del Padre. Gesù e il Padre sono una cosa sola, la stessa volontà, dal momento che Gesù la asseconda totalmente. Ed è il Padre che chiama a sé il Figlio, dopo averlo fatto incarnare in una donna, averlo offerto in sacrificio sulla croce per la redenzione del mondo ed averlo risuscitato da morte, vincendo l’ultima sfida che il principe di questo mondo ha lanciato all’Amore divino. E’ tale la forza con la quale Gesù spiega questa intima unione che dal vangelo del 1 giugno (Gv 16,12-15) leggiamo che Gesù disse “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà”. Nel vangelo di Marco è anche scritto che Gesù asceso al cielo “sedette alla destra di Dio”, il che è doppiamente importante, perché ci rimanda al Credo che recitiamo durante la Messa e ci riporta al processo di Gesù, durante la notte del 14 nisan, quando la citazione del profeta Daniele (Mt 26,64; Mc 14,62; Lc 22,69) fece imbufalire gli accusatori e valse la condanna a morte del Nazareno.

Mettersi seduti
alla destra di Dio è ben più di una “frase fatta”: nella Bibbia significa condividerne la sovranità! Ecco che il Regno promesso da Gesù, il “posto” (Gv 14,3-4) che Lui ci prepara, prendono forma e posizione nel modo più glorioso possibile per l’umanità ferita dal peccato e dalla morte e salvata da Gesù. Gesù è il compimento della Legge e dei Profeti. Sotto gli occhi esterrefatti e sbalorditi dei discepoli, il corpo di Gesù, toccato nelle sue evidenti ferite (Gv 20,27), toccato e visto mangiare il pesce con loro (Lc 24,37-43), visto entrare nella sala della loro riunione a porte chiuse (Gv 20,19 ed ancora Gv 20,26), si sottrae una volta in più alle comuni leggi della fisica e sale in cielo. In Colossesi 2,8-9 san Paolo ci avverte dei rischi di ragionare secondo le filosofie mondane e non su Cristo, “in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”.

Siamo a ridosso del 60 d.C., durante i due anni di arresti domiciliari a Roma, Paolo non scrive che Gesù “abitava”, ma che “abita” (utilizzando quindi il tempo presente) in un corpo vivo, fatto di carne ed ossa, tanto fisico quanto è vero che è salito al cielo. Distratti e sviati dal nostro razionalismo, corriamo il rischio di sottovalutare di che cosa parlò Gesù prima di impartire l’ultima benedizione e ritornare al Padre. Gli apostoli, ormai rinsaldati nella loro fede prima vacillante e poi provata, tornano a porre una domanda molto concreta: “E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1, 6). Ma (e questo “ma” pesa) Gesù porta l’attenzione ben oltre: “Non spetta a voi conoscere i tempi che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete la forza dallo Spirito santo… e mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra”… (At 1,7-8). Non si può dire che Gesù non avesse le idee chiare: oggi la Chiesa Cattolica è presente ovunque nel mondo. Quel manipolo di israeliti concentrati sulla loro fetta di mondo sono diventati più di due miliardi di battezzati, dei quali ben oltre la metà cattolici, in comunione con Pietro e Roma.

Al momento dell’Ascensione gli apostoli restarono comprensibilmente imbambolati, con lo sguardo in su, tanto che dovettero presentarsi due uomini in bianche vesti (At 1,10-11) a scuoterli, annunciando comunque che Gesù “tornerà allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo”. Ecco dunque il triplo valore aggiunto del fatto, realmente accaduto, dell’Ascensione: la regalità di Gesù, una missione da compiere affidata ai credenti, un appuntamento (la parusia) che certamente rispetterà. I discepoli ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi (circa un chilometro di strada), tanto per rimarcare che questo fatto non è successo nella fantasia, ma in un posto, un giorno ed un luogo ben precisi. Negli atti ci sono tutti i nomi degli undici. E con loro c’erano alcune donne, Maria ed altri “fratelli” di Gesù (At 1,14). Paradossalmente il distacco di Gesù non ha prodotto tristezza, ma ha dato ai discepoli una carica incontenibile, spingendoli al tempio (nessuna colpa e riserva è fatta al tempio, casa di Dio, in associazione a ciò che i capi del sinedrio, tuttora ostili, hanno deliberato contro Gesù) a lodare il Signore (Lc 24,53).

Papa Benedetto XVI nell’ultimo capitolo del suo recente volume su Gesù, sottolinea che il periodo delle apparizioni post pasquali è stato limitato nel tempo. Terminato il quale, la promessa del Suo ritorno ha alimentato speranze ed inquietudini, soprattutto nei tempi di prova. Oggi da quel maggio del 33 d.C. sono trascorsi 1978 anni. Malgrado le molte vicissitudini e persecuzioni, l’ostilità del mondo, i traffici dei poteri avversi, ancora l’attesa non manca di presentare testimoni che vivono la gioia della presenza di Gesù risorto. Gesù non è sparito lontano da noi, ma anzi è proprio con noi, vivente. Sempre il Papa nel suo secondo “Gesù di Nazaret” ci ricorda che il finale del vangelo di Luca si salda con l’inizio degli atti degli Apostoli: l’Ascensione è l’anello di congiunzione tra l’andare al cielo (fisicamente, con il suo corpo risorto, sperimentato dai testimoni) del Maestro e la missione della Chiesa, confermata nella fede dalle apparizioni post-pasquali.

Una missione affidata agli uomini che riceveranno lo Spirito santo. Una missione che appartiene a Dio e che Dio tornerà a visitare. Gesù ritornerà, non scordiamocelo mai. Ma Lo attendiamo davvero? Chi e che cosa (Lc 18,8) troverà? Comunque la storicità dei vangeli non è una questione di venti secoli fa, perchè ci riguarda anche oggi, domani e/o dopodomani…