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Quella sinistra italiana innamorata degli ayatollah

Nonostante 40 anni di repressioni, torture, violazioni dei diritti umani e civili (a danno soprattutto delle donne), la sinistra, oltre a una parte minoritaria della destra, continua a simpatizzare per il regime khomeinista iraniano. Prova ne sono i commenti in difesa dei pasdaran nell'ultima crisi seguita all'uccisione di Soleimani. 

Manifestazione sotto il consolato Usa a Milano, 6 gennaio 2020

Nonostante 40 anni di repressioni, torture, violazioni dei diritti umani e civili (a danno soprattutto delle donne), la sinistra continua a simpatizzare per il Regime Khomeinista iraniano. Un fenomeno diffuso tanto in Europa quanto negli Stati Uniti e nel resto dell'Occidente, a cui l'Italia ha sempre contribuito in maniera significativa. Basti pensare a Prodi, D'Alema, Bonino e Mogherini, quali punta dell'iceberg in ambito politico-istituzionale di un intero sistema che crede davvero che la Repubblica islamista incarni una giusta causa.

Che gli operatori economici spingano per il mantenimento di buoni rapporti con Teheran è comprensibile, dal punto di vista della ricerca di nuovi affari e guadagni. Perché, invece, molti esperti di politica estera, accademici, giornalisti e, in fondo in fondo, anche diplomatici, fanno il tifo per ayatollah e pasdaran? La risposta va ricercata nella pregiudiziale antiamericana, propria anche di una certa destra (una minoranza), ma dilagante a sinistra, specie quando negli Stati Uniti non c'è un presidente di proprio gradimento alla Casa Bianca. Quanto mancano ai partigiani della presunta "resistenza" del Regime Khomeinista contro l'imperialismo, i tempi della "mano tesa" di Barack Obama e di quello che sarebbe stato un grande successo della diplomazia internazionale, ovvero l'accordo sul nucleare. La scomoda realtà viene invece oscurata, rimossa dalle menti, dai cuori e dagli articoli di giornale, dove guai a far notare che in cambio della firma su quell'accordo (semmai Teheran lo abbia mai rispettato), Obama ha dato il via libera alle ambizioni iraniane di conquista dell'egemonia regionale, espressione dell'imperialismo intrinseco alla rivoluzione fondamentalista del 1979. Il colpo di stato e l'occupazione degli Houthi che sono la causa della guerra nello Yemen; l'egemonia di Hezbollah che ha trascinato il Libano sull'orlo del baratro; le milizie estremiste che tengono l'Iraq in ostaggio; gli attacchi alla sicurezza marittima nelle acque del Golfo: com'è bello il Medio Oriente dove a dominare è il Regime Khomeinista insieme ai suoi alleati!

Con Donald Trump, ecco invece tornare alla ribalta il "Grande Satana". Per cui, dopo l'attacco drone del 2 gennaio all'aeroporto di Baghdad, Qassem Soleimani, il capo delle Forze Al Quds artefici della destabilizzazione dell'area, è assurto a martire anche sui media occidentali e non solo nelle commemorazioni messe letteralmente in scena in tutto l'Iran sotto la regia della guida suprema, Ali Khamenei. Un nobile guerriero, una figura romantica e leggendaria, non il patrono (e compagno di viaggio in quel 2 gennaio) di Abu Mahdi Al Muhandis, tra i capi più potenti delle milizie estremiste irachene. Queste sono state glorificate per aver sconfitto ISIS, poco importa se le vittorie più importanti sono state ottenute grazie all'esercito regolare (quello addestrato dagli americani). E importa ancor meno se tali milizie non sono altro che squadroni della morte, colpevoli di omicidi di attivisti per i diritti umani (meglio se donne), rapimenti e torture, oltre ad essere oggi le principali metastasi del cancro della corruzione che sta divorando l'Iraq.

Contro la corruzione, si è ribellata in massa la nuova generazione e molti degli oltre 400 morti sono stati provocati proprio dalle milizie create, armate e finanziate da Soleimani, perché la protesta aveva espressamente richiesto la fine delle ingerenze iraniane. I giovani iracheni non hanno il diritto di rivendicare la possibilità di vivere in uno stato pienamente indipendente e sovrano, che non sia una pedina nel grande risiko di Teheran? Evidentemente no, per gli apologeti occidentali del Regime Khomeinista, che di Soleimani hanno persino fatto un defensor fidei per il suo presunto ruolo a difesa delle comunità cristiane in Iraq e Siria. Se i cristiani gli stavano così a cuore, perché non è intervenuto per favorire la loro permanenza durante l'insorgenza congegnata dallo stesso ex capo delle Forze Al Quds dopo la caduta di Saddam Hussein? Terribile, inimmaginabile è stata la vita per gli abitanti di Mosul e delle altre località della Piana di Ninive che erano sotto il controllo di ISIS. Ma i cristiani rimasti oggi non guardano certo con favore al passaggio da un estremismo all'altro, con l'ascesa delle milizie di cui Suleimani era il deus ex machina. I cristiani di Siria possono testimoniare meglio di chiunque altro come la vita sia certamente migliore nello stato di polizia di Assad che nel Califfato di Al Baghdadi, sia sotto il profilo della sicurezza che delle libertà. Su questo, non può esserci discussione. Eppure, secondo l'organizzazione Réseau syrien pour les droits de l’homme, il regime di Damasco è stato il responsabile del 61% degli attacchi contro chiese e luoghi di culto cristiani in Siria, verificatisi dal 2011 al 2019. Ciò significa che i cristiani e, in generale, le cosiddette minoranze religiose ed etniche in Iraq e Siria, sono state oggetto di grandi strumentalizzazioni, servite a figure come Soleimani per ingannare gli ingenui occidentali rispetto alla sua reale identità e ai suoi reali obiettivi. Un'altra operazione di successo. 

Non si tratta di prendere le parti degli Stati Uniti nella contrapposizione con il Regime Khomeinista, assolvendo Trump dalla grave "colpa" di aver ucciso il generale pasdaran, ritirato Washington dall'accordo sul nucleare e imposto nuove sanzioni. Bensì, è il popolo iraniano che va sostenuto, almeno quella parte che sfugge al controllo ideologico e sociale di Khamenei e chiede a gran voce diritti e libertà, pagando con il carcere, le torture e la propria vita. Al riguardo, l'indifferenza della Sinistra parla da sé e ci dice dell'anima nera di chi ha criticato non solo l'eliminazione di Soleimani, con argomenti ispirati al solito pacifismo d'accatto, ma anche la vicinanza mostrata al popolo iraniano dal presidente americano, a cui viene contrapposto il silenzio "responsabile" di Sant'Obama durante la sanguinosa repressione dell'Onda Verde nel 2009. 

Un "appello a una maggiore responsabilità" diretto alle "istituzioni occidentali" è stato lanciato qualche giorno fa, sul blog di Concita De Gregorio, da uno dei tanti accademici italiani folgorati sulla via del khomeinismo. Nel post, l'accademico di stanza a Teheran - per il quale la vita nell'Iran di oggi sembra tutta pace, dialogo e meraviglia - criticava l'ambasciatore britannico Rob Macaire, perché avrebbe partecipato alle manifestazioni scoppiate nella capitale successivamente all'ammissione di colpa da parte delle forze armate iraniane dell'abbattimento del Boeing ucraino in cui hanno perso la vita 176 persone. L'accademico ritiene l'arresto del diplomatico giustificato: "[...] cosa ci faceva [...] a una manifestazione di protesta?", si chiede compunto. Sembra, in realtà, che l'ambasciatore, dopo aver preso parte alla commemorazione delle 176 vittime, tra cui 4 britannici, sia rimasto bloccato nel mezzo delle proteste studentesche durante le quali sono stati lanciati slogan contro Soleimani e sono state richieste le dimissioni di Khamenei, considerato il vero responsabile del disastro (e non solo di quello dell'aereo abbattuto da due missili lanciati "per errore" dal Corpo delle Guardiani della rivoluzione fondamentalista a cui apparteneva lo stesso Suleimani).

D'altro canto, non sarebbe stato sciocco e irragionevole da parte del diplomatico britannico partecipare deliberatamente a una manifestazione anti-regime in un contesto e in un clima a dir poco ostili? L'accademico è forse incorso nella "falsa ingenuità (per non dire ipocrisia) tipica della propaganda politica" del Regime Khomeinista e dei suoi seguaci anche italiani? Ma si sa, i comunisti stanno con i khomeinisti.