a cura di Stefano Fontana
  • la DSC assente dall'esortazione

Querida Amazonia, ma senza Dottrina sociale

Il lettore dell’Esortazione apostolica di papa Francesco sull’Amazzonia non si imbatte quasi mai in considerazioni specificamente derivate dalla Dottrina sociale della Chiesa. In tutta l’ampia trattazione ci sono solo due riferimenti: uno alla Populorum progressio e il secondo alla Caritas in veritate, laddove Benedetto XVI osserva che una natura pura e semplice non si dà, poiché oggi essa è dentro la cultura e la vita sociale, sicché cambiamenti naturali inducono cambiamenti sociali e cambiamenti sociali inducono cambianti ambientali. La frase può andare a sostengo del principio centrale della Querida Amazonia secondo cui “tutto si tiene”, ma può anche essere utilizzata per dissuadere dagli utopistici “ritorni alla natura” incontaminata, di cui si trovano molte tracce nella medesima Esortazione.

A parte comunque la discussione su questi due passi tratti da encicliche sociali, bisogna constatare che l’impianto concettuale della Dottrina sociale della Chiesa, con i suoi classici principi che vanno dal bene comune alla proprietà privata e così via, non è utilizzato.

Si può sostenere che questa Esortazione ha un aspetto poetico, lirico, contemplativo. Essa esprime l’amore del papa per l’Amazzonia, come ha sottolineato Matteo Bruni, capo ufficio stampa della Santa Sede in occasione della presentazione, e tutta l’esposizione è incentrata su quattro “sogni” come si addice ad un testo “profetico”. In questo quadro considerazioni improntate alla Dottrina sociale della Chiesa sarebbero state improprie.

Però, ad esaminarli bene, tutti e quattro i “sogni” enunciati nell’Esortazione richiamerebbero per loro natura i principi di riflessione della Dottrina sociale della Chiesa. L’aspetto sociale, quello culturale, quello ecologico e quello pastorale (o dell’evangelizzazione) hanno certamente dei collegamenti importanti con la Dottrina sociale.

L’analisi della situazione sociale dei popoli amazzonici, con la valutazione teologica e morale che ne deriva, ha bisogno delle categorie della Dottrina sociale per non cadere vittima di alcuni risultati delle scienze sociali, spesso ideologicamente orientate, e per avere uno sguardo di insieme, altrimenti si corre il rischio di fissarsi in alcuni slogan scarsi di fondamento.  

Le osservazioni e analisi dell’aspetto culturale pure avrebbero bisogno dei criteri di giudizio della Dottrina sociale della Chiesa, perché le culture primitive non devono essere sottratte al corretto sviluppo e assunte come paradigmi immobili a cui ispirarsi.

Anche la prospettiva ecologica ha bisogno degli apporti della Dottrina sociale della Chiesa, la quale può coordinare i risultati delle varie discipline su questo grande tema, liberandole dai condizionamenti di parte e, in forma interdisciplinare, valutare con realismo e buon senso il da farsi.

Infine la grande sfida dell’evangelizzazione in un contesto tanto segnato da problematiche sociali ed economiche, ambientali e politiche avrebbe certamente un aiuto nella Dottrina sociale della Chiesa, che è uno strumento di evangelizzazione, come insegnava Giovanni Paolo II.

Questa Esortazione certamente non poteva e non doveva diventare un testo di specifico magistero sociale. Non c’erano nessi diretti con la storia della Dottrina sociale. Tuttavia, non solo i quattro “sogni” richiedevano anche questa valutazione, ma anche l’idea di fondo del Sinodo la presupponeva. Mi riferisco all’idea che le riflessioni sull’Amazzonia avrebbero dovuto essere fatte proprie da tutta la Chiesa e non relegate in uno specifico ambito territoriale. Questo respiro sarebbe stato forse perseguito meglio se si fosse adoperato anche lo strumento di riflessione e analisi della Dottrina sociale della Chiesa.