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Rapporto Undp: diritti del pianeta prima di quelli umani

Svolta storica del rapporto annuale dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Stavolta non si calcolerà il livello di sviluppo umano in ogni Paese, ma anche l'impatto ambientale. Prevale l'approccio verde dell'impronta ecologica.

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Impronta ecologica

Da 30 anni il rapporto annuale sullo sviluppo umano dell’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, costituisce un utile strumento di lavoro per ricercatori e studiosi, per mass media, istituzioni pubbliche e private. Contiene infatti un patrimonio di dati sulla situazione demografica, sociale, economica e politica della popolazione mondiale, Paese per Paese, esposti con chiarezza, di facile accesso e consultazione alla pagina web.

Lo stato dello sviluppo umano in ogni Paese è dato da 13 indicatori ciascuno dei quali articolato in diversi sottoindicatori: in tutto, più di 150. Ad esempio, l’indicatore “Salute” è formato da 17 sottoindicatori, quali il tasso di mortalità dovuto a malattie non trasmissibili, il tasso di mortalità infantile, la spesa sanitaria. Per ogni Paese si può inoltre ripercorrere l’andamento di ogni indicatore a partire dal 1990, anno del primo rapporto. Gli Stati considerati, per i quali è stato possibile reperire i dati necessari, in questa edizione sono 189, suddivisi in quattro fasce di sviluppo: molto alto, alto, medio e basso.

Ogni anno il rapporto viene presentato con un titolo che ne vuole essere la sintesi. Quest’anno il titolo è: “La prossima frontiera: sviluppo umano e l’Antropocene”. L’introduzione al rapporto ne chiarisce il significato. L’edizione 2020 – spiega – “dimostra che siamo entrati in una fase storica del tutto nuova, in cui le attività umane sono la forza dominante. Come sostengono molti scienziati, per la prima volta nella vita della Terra non è il pianeta che modella gli esseri umani, sono gli esseri umani a modellare il pianeta. È l’Antropocene, l’Era degli uomini, una nuova era geologica”.   

Sul modo insostenibile in cui l’uomo sta “modellando” la Terra l’Undp non ha dubbi: “crisi climatiche, collasso della biodiversità, acidificazione degli oceani… l’elenco – dice – è lungo ed è destinato ad allungarsi”, con l’aggravante che questi impatti tutti negativi interagiscono con gravi disuguaglianze preesistenti. Il cambiamento climatico è stato il più serio campanello d’allarme fino a poco tempo fa. Poi è arrivato il Covid-19 a darci un’idea del nostro futuro in un pianeta sotto pressione. 

Dunque l’Undp sposa ipotesi e congetture, le stesse che ormai orientano l’azione delle Nazioni Unite a tutti i livelli e in ogni ambito, prima fra tutte quella del global warming di origine antropica. Abbiamo dato la Terra per scontata, ha detto il direttore esecutivo dell’Undp Achim Steiner presentando a Stoccolma il Rapporto 2020, “nessun paese ha raggiunto livelli elevati di sviluppo umano senza mettere a dura prova il pianeta. Ma potremmo essere la prima generazione a correggere questo torto. Questa è la prossima frontiera per lo sviluppo umano. Ma solo un radicale cambiamento, nel modo in cui viviamo, lavoriamo e cooperiamo, può modificare la via che abbiamo intrapreso. Il Rapporto 2020 intende dare inizio a quel cambiamento”.

L’Undp ha deciso di farlo aggiungendo in via sperimentale un parametro ai tre – sintesi di tutti gli indicatori – usati finora per compilare l’Indice di sviluppo umano (HDI nell’acronimo inglese): l’elenco degli Stati del mondo ordinati in base al livello di sviluppo umano conseguito. Il nuovo parametro è l’impatto ambientale, cioè la pressione umana sul pianeta determinata in base alle emissioni di diossido di carbonio per persona e alla “profondità” dell’impronta materiale individuale: più basso è l’impatto ambientale, maggiore lo sviluppo umano. Il risultato è un indice di sviluppo il cui acronimo diventa PHDI, dove la “P” sta per “pressione planetaria”, che misura il livello di sviluppo tenendo conto del costo ambientale dei progressi realizzati.

Nel corso degli anni, i Rapporti dell’Undp hanno rispecchiato sempre più marcatamente mode e ideologie, quella ambientalista sempre più di frequente, associata a denunce di ingiustizie planetarie da sanare, dipingendo un mondo sviluppato a spese altrui, fino ai giorni nostri in cui si accusano i paesi industrializzati, ricchi, di essere responsabili di un insostenibile e inaccettabile impatto ambientale del quale farebbero le spese le popolazioni più “virtuose”. Già il rapporto del 2007-2008, ad esempio, si intitolava: “Lotta al cambiamento climatico: solidarietà umana in un mondo diviso”; e quello del 2011, “Sostenibilità e uguaglianza: un futuro migliore per tutti”.

30 anni fa l’Undp annunciava, giustamente fiera, di aver creato un modo nuovo, più corretto, di concepire e misurare il progresso: “invece di usare la crescita del Prodotto interno lordo come unico parametro di sviluppo abbiamo ordinato gli Stati del mondo in base al loro sviluppo umano, verificando cioè in ogni stato se e in che misura la popolazione ha la libertà e l’opportunità di vivere la vita che desidera”. Per questo finora sono stati usati tre parametri: una vita lunga e in salute, misurata con la speranza di vita alla nascita, una buona istruzione, misurata attraverso la media degli anni trascorsi a scuola dagli adulti e la media attesa degli anni da trascorrere a scuola per i bambini che si iscrivono alla scuola primaria, e un decoroso standard di vita, misurato dal Prodotto interno lordo pro capite.  

Con un HDI calcolato in quel modo, l’Undp affermava che al centro dello sviluppo deve esserci l’essere umano, non l’economia. La nuova formulazione sembra mettere al centro il pianeta, non l’uomo.

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