• IL NATALE DEL PAPA

«Riscopriamo la famiglia come culla di vita e di fede»

«La nascita di Gesù è la novità che ci permette ogni anno di rinascere dentro, di trovare in Lui la forza per affrontare ogni prova», le parole di Francesco nel corso dell'omelia nella Notte Santa, anticipata alle 19.30. Alla benedizione urbi et orbi un appello alla famiglia come «culla di vita e fede». 

La Santa Messa della Notte nella Basilica di San Pietro iniziata alle 19 e 30 anziché - come di consueto - alle 21 e 30 dà l'idea della straordinarietà dei tempi che viviamo. Papa Francesco ha celebrato la Messa della Vigilia all'Altare della Cattedra davanti a poco più di un centinaio di fedeli ed una trentina di cardinali ammessi a concelebrare. Non è mancato il coro della Cappella Sistina guidato per la prima volta dal nuovo direttore, non più ad interim, della Cappella Musicale Pontificia, monsignor Marcos Pavan.

Nella sua omelia, Francesco ha paragonato la gioia del Natale a quella della nascita di un figlio che "è qualcosa di straordinario, che cambia tutto, mette in moto energie impensate e fa superare fatiche, disagi e veglie insonni, perché porta una grande felicità, di fronte alla quale niente sembra che pesi" e allo stesso modo "la nascita di Gesù è la novità che ci permette ogni anno di rinascere dentro, di trovare in Lui la forza per affrontare ogni prova". "Dio - ha spiegato il pontefice - viene al mondo come figlio per renderci figli di Dio" e il suo amore per noi "non dipende e non dipenderà mai da noi: è amore gratuito". L'omelia si è poi soffermata sul mistero del Figlio di Dio che nasce in mezzo all'estrema povertà "per farci capire fino a dove ama la nostra condizione umana: fino a toccare con il suo amore concreto la nostra peggiore miseria".

"Il Figlio di Dio - ha detto Francesco - è nato scartato per dirci che ogni scartato è figlio di Dio" ed "è venuto al mondo come viene al mondo un bimbo, debole e fragile, perché noi possiamo accogliere con tenerezza le nostre fragilità". L'immagine della mangiatoia di Betlemme contrapposta a quella di "tante mangiatoie di vanità" in cui gli uomini si buttano da "analfabeti di bontà", mentre "Dio è nato bambino per spingerci ad avere cura degli altri" ed "il suo tenero pianto ci fa capire quanto sono inutili tanti nostri capricci", ricordandoci che "il tempo che abbiamo non serve a piangerci addosso, ma a consolare le lacrime di chi soffre".

Dal sapore più politico il messaggio natalizio che ha preceduto la Benedizione Urbi et Orbi: il papa, andando a braccio, ha detto che "in questo tempo di oscurità e incertezze per la pandemia, appaiono diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini" che per portare speranza al mondo intero, però, "devono stare a disposizione di tutti". A questo punto Bergoglio se l'è presa con i "nazionalismi chiusi" che "ci impediscano di vivere come la vera famiglia umana che siamo" e con "il virus dell'individualismo radicale" che fa mettere le "leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell'amore e della salute dell'umanità".

Nel messaggio c'è stato spazio per l'augurio di pace in Siria, Yemen, Libia e Iraq; quest'ultimo meta del prossimo viaggio apostolico, il primo dopo lo scoppio della pandemia. Francesco ha invocato il sostegno divino al mantenimento del cessate-il-fuoco in Nagorno-Karabakh tra armeni ed azeri e nel Donbass. Un pensiero alle popolazioni africane colpite da crisi umanitarie, guerre e disastri naturali o alle prese con difficili percorsi di riconciliazione nazionale: quelle del Burkina Faso, del Mali, del Niger, dell'Etiopia, del Mozambico, del Sud Sudan, della Nigeria e del Camerun.

Il pontefice ha chiesto "serietà, onestà e trasparenza" per la classe politica libanese dopo l'accelerazione della crisi del sistema istituzionale avvenuta nel corso di questo 2020 e manifestatasi al mondo lo scorso agosto in occasione della tragica esplosione al porto di Beirut. Nel suo continente, quello americano, l'unica menzione speciale è stata riservata al Cile ancora in preda a gravi tensioni sociali e al popolo venezuelano. Sin dall'inizio del messaggio, Francesco ha indicato la "crisi ecologica" come la principale preoccupazione per le sorti del mondo insieme ai gravi squilibri economico-sociali aggravati dalla pandemia e per questo ha voluto inviare un segnale di vicinanza ai popoli di Vietnam e Filippine "dove numerose tempeste hanno causato inondazioni con ricadute devastanti sulle famiglie che abitano in quelle terre, in termini di perdite di vite umane, danni all’ambiente e conseguenze per le economie locali".

E soffermandosi sull'Asia, Bergoglio ha pregato per i Rohingya, musulmani nomadi che il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, aveva definito "uno dei popoli più discriminati del mondo, se non il più discriminato”. Francesco si era già espresso in passato a favore della loro causa ma durante la visita apostolica in Birmania, seguendo l'indicazione del cardinale birmano Bo, aveva evitato di pronunciare la parola "Rohingya", sconsigliata per l'accezione politica che avrebbe potuto assumere nel Paese asiatico. Ieri quella parola, già pronunciata durante un incontro con sedici di loro in Bangladesh, è tornata però sulla bocca del pontefice che ha pregato affinché "Gesù, nato povero tra i poveri, porti speranza nelle loro sofferenze".

Il pensiero finale nel messaggio natalizio è andato alle famiglie, "a quelle che oggi non possono ricongiungersi, come pure a quelle che sono costrette a stare in casa" nella speranza che per tutti "il Natale sia l’occasione di riscoprire la famiglia come culla di vita e di fede; luogo di amore accogliente, di dialogo, di perdono, di solidarietà fraterna e di gioia condivisa, sorgente di pace per tutta l’umanità".