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Ritiro spirituale di fedeltà gay, il vescovo all'appello

Dopo la notizia del ritiro spirituale diocesano sulla fedeltà gay, sacerdoti e famiglie supplicano l'Arcivescovo Nosiglia a intervenire per richiamare il sacerdote promotore e cancellare il ritiro. Fedeltà, fede, Scrittura, amore esclusivo: quanta verità serve sul caso di Torino.

L’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia è chiamato all’appello. Ora che l’attività pastorale verso gli omosessuali di don Gianluca Carrega si è mostrata in tutto il suo clamore come una pastorale dell’omoeresia, per il pastore di Torino è venuto il momento di prendere una posizione chiara: o confermare il ritiro spirituale per coppie gay per aiutarle a “scoprire il valore della fedeltà nella loro relazione” in una provocatoria ordalia che sembra sfidare tutto in un colpo la Sacra Scrittura e il Catechismo della Chiesa, oppure richiamare quel sacerdote che si fregia di essere il primo incaricato in una diocesi italiana per seguire gli omosessuali e assumersi il gravoso compito di ristabilire il corretto approccio dottrinale della Chiesa verso le persone con tendenze omosessuali. 

Questo non può non passare dalla proposta della castità e del fermo rifiuto di qualunque tipo di unione, sia essa “celebrata” in un municipio che saltuaria o di fatto. Ne va della tenuta di un progetto soprannaturale sull’uomo che la Chiesa ha custodito in questi secoli con la misericordia e la giustizia. 

A chiederlo a Nosiglia, dopo l’articolo della Stampa che ha fatto il giro delle agenzie, sono i sacerdoti della diocesi, in stragrande maggioranza perplessi dalle parole di un loro confratello, che di fatto parla a nome del vescovo. Parole che gettano in un cestino la verità che la Chiesa ha sempre insegnato su atti che non sono secondo natura e che sono sempre intrinsecamente e gravemente disordinati. Questo almeno è quello che dice la dottrina, se qualcosa è cambiato non è con queste incursioni radicali che lo si potrà imporre al sensus fidei di un clero sempre più rattristato e smarrito. 

Ma lo chiedono anche tante famiglie che sperimentano la fedeltà come vincolo esclusivo principalmente a Gesù, una fedeltà che si dispiega attraverso tutti i passi che Lui chiede. C’è dolore in queste missive inviate al vescovo: il dolore di chi non riesce a comprendere il rovesciamento della verità da parte di un sacerdote che può dichiarare come esista una fedeltà in una relazione che la Chiesa definisce intrinsecamente disordinata, cioè contro l'originale volontà del Creatore. 

Domande a cui Nosiglia, che è pastore, dovrà ora cercare di dare risposte nonostante questo sia il tempo delle non-risposte dei pastori. 

Una su tutte: «Com’è possibile una fedeltà che si fonda su un mero rapporto sessuale e su un rapporto sessuale contro natura? Per proseguire con lo smarrimento di chi si ritrova a dover fare i conti con un prete insegnante in seminario che si vanta pubblicamente di prescindere dai dieci comandamenti: quali sacerdoti verranno formati? Fino ad arrivare ad una supplica filiale: rassicurare la diocesi che l'errore è condannato e che i cattivi maestri carezzevoli non possono portare all'ignoranza su Cristo e sulla natura umana.

Don Carrega per la verità con le “sparate” mediatiche non è certo alle prime armi. 

Non più tardi di un anno fa aveva denunciato gli errori con cui la Chiesa aveva giudicato le persone omosessuali. L’occasione era il funerale di un uomo che nell’agosto del 2016 si era unito civilmente con il compagno. Don Carrega, nell’omelia funebre, aveva considerato il compagno rimasto come una sorta di vedovo cui la Chiesa doveva chiedere scusa. A fare da grancassa lo stesso giornalista che sabato ha firmato l’articolo sui corsi per fedeltà gay, segno che come in tutte le campagne mediatiche servono giornalisti fidati che sappiamo delineare un fossato ben marcato tra quegli “ultracattolici” del Timone che lo hanno accusato di omoeresia e chi invece si fa carico davvero delle sofferenze dell’uomo secondo una letteratura che non vuole fare prigionieri. Insomma: una campagna mediatica sentimentalista e fuorviante che non finirà qui. 

Intanto però restano le parole di don Carrega che si vanta di aver partecipato negli ultimi tempi a un solo matrimonio “tradizionale” e a ben tre unioni civili, quasi come se si trattasse di un nuovo dato Istat. Nè può essere presa in considerazione nel delirio di un sacerdote che si atteggia a profeta della nuova religione la “lacuna legislativa”, così l’ha chiamata, di una legge, la Cirinnà, che non prevede a differenza dei veri matrimoni la fedeltà. Una fedeltà che però non servirà a salvare le loro anime. 

Perché c’è fedeltà e fedeltà ed è sconcertante che un prete che non sembra più comprendere la sua missione sacerdotale non lo riconosca: la fedeltà non rappresenta un "valore assoluto”, viene qualificata moralmente dall’oggetto cui si riferisce. La fedeltà al bene è santità, la fedeltà al male è vizio. Questo insegna la teologia. 

Anche l’amore omosessuale viene così piegato ai canoni dell’amore «esclusivo e unico», ma soltanto con un’amore di predilezione sponsale, strutturalmente aperto alla vita, si può propriamente parlare di unità ed esclusività. Inutile così ricordare che il «valore della fedeltà e dell’amore alla luce del messaggio biblico», che auspica don Carrega, non può che portare con sè una visione dell’uomo nella dualità sessuale maschio-femmina oltre all’esplicita condanna di ogni genere di disordine sessuale, con particolare condanna della sodomia. Come si fa a presentare il messaggio biblico senza annunciare integralmente la verità su Dio e sull’uomo, pena il rinunciare a farsi portatori di questo messaggio? 

Secondo il sacerdote poi il problema della fedeltà non riconosciuta né promossa è connesso con il rischio che la coppia omosessuale viva una sorta di clandestinità. Sembra di rileggere le vecchie motivazioni radicali per l’introduzione dell’aborto. Eppure rendere ancor più pubblico e manifesto un peccato dovrebbe essere un’aggravante, perché giustifica il disordine e crea scandalo. 

Uno scandalo che invece si vuole normalizzare secondo il deamicisiano assunto che «una coppia credente che fa un’unione civile dovrà pur portare la sua fede religiosa all’interno della convivenza». Ma di quale fede parliamo? Di una fede che si fa un bon ton spirituale o di un rapporto vitale con Cristo vivo e vero grazie al quale giudicare e trattenere?