Sant’Angelo di Sicilia

Dopo la morte dei genitori, entrò nel monastero del Monte Carmelo, la cui spiritualità si ispirò fin dal principio all’esempio della Beata Vergine e del profeta Elia

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Sant’Angelo di Sicilia (c. 1185-1220), detto anche “da Gerusalemme” per il luogo di provenienza, nacque nella Città Santa da ebrei convertiti al cristianesimo. Dopo la morte dei genitori, lui e il gemello Giovanni entrarono nel monastero del Monte Carmelo, la cui spiritualità si ispirò fin dal principio all’esempio della Beata Vergine e del profeta Elia.

Nel 1205 era stato nominato patriarca di Gerusalemme sant’Alberto (1149-1214). I carmelitani gli chiesero di scrivere una norma di vita per la loro comunità, che divenne nota come Regola di Sant’Alberto, contenente indicazioni per il digiuno, il lavoro in silenzio, la preghiera, e ricca di belle esortazioni: “I tuoi lombi devono essere castigati con la castità, il tuo petto fortificato da sante meditazioni perché, come dice la Scrittura, la santa meditazione ti salverà. Indossa la santità come corazza e ti permetterà di amare il Signore tuo Dio con tutto il cuore, l’anima e la forza, e il tuo prossimo come te stesso. La fede deve essere il tuo scudo in tutte le occasioni”.

Intorno al 1218 Angelo ricevette l’incarico di recarsi a Roma per illustrare la Regola a papa Onorio III, che l’approvò otto anni più tardi. Fu un passo fondamentale nella storia dell’Ordine della Beata Vergine del Monte Carmelo. Era un periodo di grande fermento religioso, come testimonia il fatto che lo stesso pontefice aveva già approvato le regole dei domenicani (1216) e dei francescani (1223). Ma era anche un tempo in cui la Chiesa si trovava a fronteggiare l’eresia catara. E Angelo, che nel suo breve soggiorno a Roma si era messo in luce come brillante predicatore, fu inviato in Sicilia per contrastare gli eretici. L’agiografia più diffusa riferisce di migliaia di persone presenti ai suoi sermoni e gli attribuisce diversi miracoli operati sull’Isola, come per esempio la guarigione di sette lebbrosi (indicati con il nome e il luogo d’origine).

L’ultima tappa del suo viaggio fu Licata. Qui cercò di convertire un signorotto di nome Berengario che dava scandalo per la relazione con la sorella, dalla quale aveva avuto tre figli. Angelo riuscì a operare la conversione della donna, convincendola a troncare il rapporto incestuoso. Ma il fratello non la prese per nulla bene. Mentre il sacerdote carmelitano predicava nella chiesa intitolata ai Santi Filippo e Giacomo, Berengario lo assalì, ferendolo gravemente con cinque colpi di spada. Il santo fu portato dai fedeli in una casa vicina, dove morì il 5 maggio 1220 dopo quattro giorni di agonia, invocando il perdono per il carnefice. Il suo sepolcro, posto nella chiesa dov’era avvenuto l’assalto (oggi Santuario di Sant’Angelo), divenne subito meta di pellegrinaggi.

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