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Se l'illustre scienziato prende una sbandata

A rumore il mondo scientifico: il famoso climatologo svedese Lennart Bengtsson si è "unito" alla Global Warming Policy Foundation, un think tank che raccoglie fra i più noti "scettici" in tema di riscaldamento globale.

Lennart Bengtsson

Lui è un serio professionista, un po' attempato. Di più, un professore con un curriculum che non finisce più. "Lei", una ragazzina, ancora lontana dalla maggiore età e con frequentazioni, dicono in molti, piuttosto discutibili. Eppure, da qualche giorno si sono fidanzati. Prevedibilmente, la notizia ha fatto molto scalpore soprattutto nel giro dello scienziato.

Ma chi sono i protagonisti della relazione? Lui è Lennart Bengtsson. E' stato tra i fondatori e poi direttore dello  European Centre for Medium-Range Weather Forecasting, il più importante centro meteorologico europeo con sede a Reading in Inghilterra, ha poi guidato il Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo e l'International Space Science Institute di Berna. E' membro dell'Accademia delle Scienze svedese. Al suo attivo più di duecento pubblicazioni nel campo della meteorologia e del clima ed alcuni tra i più prestigiosi premi. Per farla breve, uno tra i più autorevoli studiosi nel suo settore in Europa e nel mondo.

"Lei" è la Global Warming Policy Foundation, un think tank con sede a Londra e che raccoglie alcuni fra i più noti  "scettici" in tema di riscaldamento globale. Spesso accusata, ma senza prove, di ricevere finanziamenti dalle industrie energetiche per contrastare le politiche di riduzione delle emissioni di gas serra. Lei, prevedibilmente, nega e sostiene di non accettare finanziamenti da società che hanno un diretto interesse a cercare di orientare le politiche climatiche. E' un fatto che tra gli esperti che sovrintendono all'attività del pensatoio, cui da qualche giorno si è unito lo scienziato svedese, vi siano economisti e climatologi molto qualificati, con posizioni diverse in merito alla valutazione del fenomeno del riscaldamento globale ma accomunati dalla preoccupazione che politiche aggressive di riduzione delle emissioni possano comportare costi superiori ai benefici.

A chi gli chiedeva negli scorsi giorni se non avesse cambiato posizione rispetto al passato, Bengtsson ha risposto negativamente sostenendo di essersi sempre considerato uno "scettico" ossia, come dovrebbe essere scontato, uno scienziato con un occhio critico, innanzitutto sul proprio lavoro. Atteggiamento che lo ha portato a mettere in discussione i modelli di previsione del clima, che lui stesso ha contributo ad ideare, in quanto incapaci di riprodurre fedelmente l'evoluzione della temperatura. Se i modelli sono falsificati dalla realtà, ha affermato, dovremmo impegnarci per renderli migliori, non adottare politiche su ipotesi scientifiche non validate empiricamente.

Di certo, quello di Bengtsson non è stato un colpo di testa. Già da tempo il professore aveva mostrato di essere in profondo dissenso con l'approccio al tema del riscaldamento globale che va per la maggiore nel mondo politico così come in quello dell'informazione.

Intervistato nel febbraio dello scorso anno da Dagens Nyheter, il quotidiano più diffuso in Svezia, sosteneva: «Stiamo creando una tremenda ansia che non è giustificata. Sì, gli esseri umani influenzano il clima. Ma non c'è alcun elemento per dire che il riscaldamento sia così elevato da farci prendere dal panico. Rispetto al 1800 la temperatura media è aumentata di 0,8 °C ed è rimasta pressoché invariata negli ultimi quindici anni». In assenza degli strumenti di misura di cui disponiamo oggi, probabilmente non ce ne saremmo neppure accorti. 

Più recentemente ha sostenuto che la nozione di un "consenso" su quanto sta accadendo al clima è priva di significato: gli stessi rapporti dell'IPCC (il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) mostrano come le attuali conoscenze non consentano di prevedere un’univoca evoluzione della temperatura del pianeta.

Nel contempo, ha però aggiunto Bengtsson, è molto difficile per un singolo scienziato esprimere il proprio dissenso dalla visione prevalente, quella che lui stesso etichetta come versione politically correct. E' la posizione che già dieci anni fa esprimeva un altro climatologo, lo statunitense Patrick Michaels, quando sottolineava come fosse assai arduo per un giovane ricercatore vedere i propri articoli pubblicati sulle riviste scientifiche (e progredire nella carriera accademica) senza "dare un tocco di  allarmismo".

Solo chi, come lui stesso, è ormai a fine carriera e non più alla ricerca di più prestigiose posizioni da ricoprire può permettersi la più completa libertà di espressione.

Ma c'è di più. L'allarmismo è un elemento che ha avuto un ruolo fondamentale nell'accrescere i finanziamenti governativi per un ambito di ricerca che solo trent'anni fa era praticato da pochissimi studiosi. E, ad esempio, ha consentito ai produttori di impianti di energia rinnovabile di conseguire abnormi profitti a spese del contribuente: in Italia i sussidi alle energie rinnovabili pesano oggi sulle bollette elettriche per circa 12 miliardi l’anno; dall'altra parte dell'Atlantico, pochi giorni fa, il leggendario Warren Buffett ha candidamente confessato di aver investito ingenti risorse nel settore dell'eolico al solo fine di godere degli sgravi fiscali previsti dal governo.

Sarebbe quindi auspicabile, è ancora lo scienziato svedese a parlare, cancellare tali sussidi pubblici e concentrarsi sulla ricerca di base per capire meglio il funzionamento del clima e per scoprire forme di produzione di energia che comportino minori emissioni di anidride carbonica ma che, prima di tutto, siano vantaggiose in termini economici rispetto a quelle tradizionali. Idea condivisa da un altro illustre professore, l'economista di Yale William Nordhaus, secondo il quale la politica migliore sarebbe, almeno per i prossimi cinquanta anni, quella di non ostacolare la crescita economica con misure volte a ridurre drasticamente le emissioni. Tali politiche avrebbero, ma sarebbe meglio dire che hanno già avuto, pesanti effetti negativi soprattutto sui paesi più poveri e che più di tutti necessitano di avere a disposizione energia a basso costo per migliorare le proprie condizioni di vita.

La fretta e la paura non sono, di norma, buone consigliere. Il caso del riscaldamento globale non fa eccezione alla regola.