• EDITORIALE

Solo il cristianesimo ha dato dignità alla donna

La storia del monaco irlandese sant'Adamnano (VII secolo), spiega tutta la falsità di chi imputa al cristianesimo il disprezzo della donna, origine del femminicidio.

Abbazia di Iona

Ultimamente si parla con sempre più insistenza del fenomeno denominato “femminicidio”, neologismo della lingua italiana proveniente da Oltremanica (femicide) dove fu coniato nel lontano 1801 da tale John Corry e pubblicato per la prima volta nella Satirical Review of London at the Commencement of the Nineteenth Century.

Nella ridda di commenti, non sempre a proposito, che continuano ad affastellarsi sul tema, spiccano tesi bislacche. Come quella secondo cui l’odio contro le femmine deriverebbe dalla cultura patriarcale e maschilista introdotta dal Cristianesimo, con tutto il suo pesante carico di misoginia (sacerdozio negato alla donne, la paolina subectio mulierum, l’ossessione contro le streghe del Malleus Maleficarum, e simili amenità).

In Gran Bretagna qualcuno è arrivato a spingersi fino al punto da imputare proprio alla cultura cristiana una sorta d’imbarbarimento della civiltà occidentale, per quanto riguarda la questione femminile, denunciando il fatto che grazie a quest’opera devastatrice la donna sarebbe stata ridotta ad, «animal imperfectus». Davvero singolare che l’accusa giunga da quelle langhe, in cui poco si conosce della Storia.

Sant’Adamnano, nono abate dell’Abbazia di Iona dopo San Colombano, infatti, fu uno dei monaci irlandesi che contribuì alla civilizzazione dei veri barbari che all’epoca popolavano la Britannia. Fu anche un fine giurista, e a lui si deve la redazione, nell’Anno del Signore 697, della Lex innocentium, la Legge degli Innocenti, denominata anche Cáin Adomnáin che letteralmente significa Canone di Adamnano. Lo stesso santo riuscì a convincere re Dál Riata, sovrano dei Pitti, ed un’altra cinquantina di monarchi irlandesi, a recepire e far applicare tale legge nei propri domini.

Ebbene tra le disposizioni normative di carattere penale del Cáin Adomnáin, che la tradizione vuole essere stato rivelato a Sant’Adamnano da un angelo, ve ne è una particolarmente severa a tutela delle donne. Oggi si direbbe contro il femminicidio. Uno dei reati più infamanti e duramente puniti, infatti, era l’uccisione di una donna. Disponeva la Lex innocentium che le donne non potessero «in alcun modo essere uccise da un uomo, né con un’arma, né con veleno, né con acqua, né con fuoco, né per sbranamento di cani o animali selvatici, né per sotterramento», essendo ad esse riservato il pieno diritto ad una «pacifica morte naturale nel proprio letto legittimo». La ratio di tale norma, che doveva essere applicata «in Irlanda ed in Britannia», risiedeva nel fatto che alle donne fosse riservato l’alto compito della procreazione, poiché «ogni uomo è generato da una madre», e «tutti «siamo figli di una donna, Maria, madre di Gesù Cristo».

La pena prevista dalla Lex Innocentium di Adamnano per quello che oggi definirebbe femminicidio era particolarmente severa, giacché prevedeva la pena capitale del colpevole maschio attraverso un’esecuzione atroce: veniva prima tagliata la mano destra, poi la mano sinistra fino al sopraggiungere della morte. Seguivano pesanti sanzioni di carattere pecuniario a carico degli eredi del reo.

Questo inoppugnabile dato storico rende giustizia di tutte le scempiaggini che sul tema vengono propinate in chiave anticristiana, e dimostra che la Storia, come insegnava Cicerone nel suo De Oratore, non è soltanto magistra vitae, ma anche lux veritatis e vita memoriae.

In realtà, l’ossessivo e continuo tentativo di damnatio memoriae delle proprie origini cristiane ha finito per far dimenticare alle istituzioni europee, politicamente corrette, ed agli epigoni ignoranti di un femminismo arrugginito, che le prime norme contro il femminicidio furono introdotte milletrecentosedici anni fa, grazie ad un santo monaco della Chiesa Cattolica. Uno di quelli grazie ai quali i barbari della Britannia sono entrati a far parte del mondo civile.