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Solo ora l'Oms può vedere la Cina. Intanto i cristiani...

Ieri la Cina ha finalmente annunciato che permetterà l’ingresso di ispettori dell’Oms. L’agenzia dell’Onu, tutt’altro che ostile al regime di Pechino (Trump aveva interrotto il finanziamento proprio perché troppo prona agli interessi cinesi), stava cercando, in quasi un anno di negoziati, di compiere un’ispezione sul campo. Intanto, per un nuovo focolaio nello Hebei, la Cina accusa i cristiani.

Il mercato "bagnato" di Wuhan

Ieri la Cina ha finalmente annunciato che permetterà l’ingresso di ispettori dell’Oms. L’agenzia dell’Onu, tutt’altro che ostile al regime di Pechino (Trump aveva interrotto il finanziamento proprio perché troppo prona agli interessi cinesi) stava cercando, in quasi un anno di negoziati, di compiere un’ispezione sul campo, nel “ground zero” dell’epidemia di Covid-19. Dopo numerosi rinvii, l’ultimo dei quali la settimana scorsa, è arrivato l’annuncio tanto agognato: giovedì 14 (dopodomani per chi legge) gli ispettori potranno entrare nel Paese, ma non è ancora detto che possano ispezionare Wuhan, la città in cui si registrarono i primi contagi un anno fa.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Oms, il 5 gennaio, aveva dichiarato con estremo disappunto “Oggi abbiamo appreso che i funzionari cinesi non hanno completato ancora il necessario iter dei permessi per l’arrivo della squadra (di esperti, ndr) – aveva detto – Sono veramente sconcertato, considerando che due membri della squadra avevano già iniziato il loro viaggio e altri non sono potuti partire all’ultimo minuto”.

L’Oms sta cercando di capire come sia potuto accadere il salto di specie, il primo contagio da animale a uomo. Nel gennaio 2020, quando la Cina non aveva ancora dichiarato l’emergenza e negava che il contagio fra umani fosse possibile, l’Oms ripeteva pedissequamente, in pubblico, le teorie fornite dalle autorità di Pechino. Ma in privato, stando ai documenti della stessa Oms, l’agenzia dell’Onu lamentava con Pechino l’incompletezza e l’imprecisione delle informazioni, la riluttanza delle autorità locali a parlare chiaro. Nel febbraio 2020, meno di un mese dopo la proclamazione dell’emergenza, la Cina ha negato all’Oms di ispezionare il mercato “bagnato” di Wuhan, luogo di origine del primo focolaio. In maggio, quando la Cina aveva già dichiarato la “fine” dell’epidemia sul territorio nazionale, era iniziato il braccio di ferro fra Pechino e l’Australia. Chiedendo un’ispezione internazionale, aveva subito una dura reazione cinese, con sanzioni economiche. Solo con una risoluzione di compromesso, la Cina aveva successivamente accettato un’ispezione internazionale, purché sotto la guida dell’Oms.

Ma anche in quel caso, da maggio fino a ieri, Pechino non ha mai permesso l’accesso di una squadra di esperti stranieri. Nel frattempo ha cercato di indicare in altri Paesi l’origine della pandemia, con ipotesi mai dimostrabili: gli atleti americani, il salmone norvegese e infine anche gli italiani sono stati additati, di volta in volta, come untori. Solo ieri, dopo l’ultimo clamoroso rinvio, Pechino ha accettato la “visita”. Ma a quali condizioni? E cosa sarà possibile vedere e analizzare? Per quel poco che si sa, il mercato di Wuhan è chiuso dal 31 dicembre 2019 e tutte le bancarelle sono state smontate e sterilizzate. Ed è probabile che il “paziente zero” non abbia contratto il Covid nel mercato. Continua, con insistenza, a circolare anche la tesi che il virus sia uscito da un laboratorio. Pechino permetterà un’ispezione anche dei laboratori dell’università di Wuhan, da cui potrebbe essere nato il tutto?

L’altro aspetto che la Cina non vuole divulgare è il reale stato dell’epidemia. E’ stata veramente eradicata in aprile, come da narrazione ufficiale? O è ancora in corso? Quanti morti ha fatto realmente? La Cina continua a dichiarare meno vittime di quelle registrate nel solo Veneto, con un’incidenza di 3 morti per milione di abitanti, una delle più basse al mondo. “La narrazione del governo cinese sulla vittoria contro il Covid-19 dipende da quanto sono stati messi a tacere quelli che parlavano apertamente dei fallimenti nella politica governativa e degli abusi commessi dietro al pretesto di fermare la diffusione del virus”, recita una dichiarazione di Human Rights Watch del 6 gennaio. Human Rights Watch cita i metodi del primo lockdown del mondo, quello preso a modello anche dall’Italia: “Testimoni hanno visto funzionari che sigillavano le porte degli appartamenti per impedire alla gente di uscire”. Oppure: “Alcuni abitanti sono stati incatenati perché avevano violato l’ordine di stare a casa”. Chi ha osato denunciare è stato perseguitato dalla polizia e dalle autorità locali: minacce di licenziamento per loro e per i loro famigliari, minacce di cacciare i figli da scuola o di sospendere pensioni. Anche i primissimi testimoni dell’epidemia, come la dottoressa Ai Fen, sono stati perseguitati. La direttrice del pronto soccorso dell’Ospedale Centrale di Wuhan, che aveva segnalato casi sospetti a metà dicembre, è sparita per mesi. Ricomparsa in pubblico ha dichiarato che non può più lavorare, a causa di un occhio malato per cui non ha ricevuto cure necessarie.

Nonostante tutto, focolai in Cina vengono periodicamente denunciati. La Cina ne ha ammesso uno nella provincia dello Hebei, proprio in questo gennaio ed ha registrato un primo morto della nuova ondata. Ma in ogni caso attribuisce la colpa a degli stranieri. Questa volta il regime ha colto la palla al balzo per puntare il dito contro i cristiani e contro le religioni in generale. Le autorità di Pechino hanno deciso di chiudere tutti i 155 luoghi di culto della capitale per prevenire la diffusione della pandemia. Anche se le autorità stesse riconoscono che “finora non si sono verificate nuove infezioni di polmonite coronarica e nessun caso sospetto fra gli 840 religiosi in 155 sedi religiose della nostra città, e l'obiettivo ‘zero contagio’ è stato raggiunto”. Prima di prendere la decisione, sui social network erano apparsi messaggi anonimi in serie in cui si denunciavano “attività religiose” nel periodo natalizio, alla presenza di “religiosi stranieri”. Accuse prive di fondamento, secondo i sacerdoti cristiani, anche quelli della Chiesa “patriottica”. Ma che sono sufficienti a trovare il nuovo capro espiatorio.