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Spaemann e quel richiamo alla "legge naturale"

Oggi, alle ore 17, presso l’Aula Magna della Pontificia Università della Santa Croce di Roma si terrà una Giornata di studio in onore di Robert Spaemann. Tra i relatori il Cardinal Camillo Ruini. Il nuovo capolavoro di un grande filosofo.

Il filosofo Spaemann

Giovedì 10 gennaio 2013 alle ore 17 presso l’Aula Magna della Pontificia Università della Santa Croce (Piazza di Sant’Apollinare, 49) si terrà una Giornata di studio in onore di Robert Spaemann, il massimo filosofo cattolico dei nostri tempi, in occasione della pubblicazione in italiano di Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico (Edizioni Ares).

Robert Spaemann è uno dei massimi filosofi del nostro tempo. Un conservatore cattolico, amico personale di Benedetto XVI (Ratzinger gli ha dedicato nel 1987 la sua opera Chiesa, ecumenismo e politica), costantemente indipendentente.
Un pensatore ben conosciuto e apprezzato anche dal pubblico italiano come dimostrano le molte traduzioni di sue opere nella nostra lingua apparse, in un crescendo di interesse, negli ultimi vent’anni (Tre lezioni sulla dignità umana, Lindau, 2011; La diceria immortale. La questione di Dio o l’inganno della modernità; Cantagalli, 2008, Rousseau, cittadino senza patria. Dalla «polis» alla natura, Ares, 2009; Persone. Sulla differenza tra ‘qualcosa’ e ‘qualcuno’, Laterza, 2005; Le origini della sociologia dallo spirito della Restaurazione. Studi su L.G.A. de Bonald, Laterza, 2002; Natura e ragione. Saggi di antropologia, EDUSC, 2006; Felicità e benevolenza, Vita e pensiero, 1998; Per la critica dell’utopia politica, FrancoAngeli, 1994, Concetti morali fondamentali, Piemme, 1993).

A queste opere, ormai veri e propri classici della riflessione e della storiografia filosofica, ora si aggiunge la traduzione di Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico (Ares, 2013), il capolavoro di R. Spaemann, certamente l’opera a cui egli si sente più legato.
La tesi di fondo di Spaemann è che nel momento in cui il pensiero smarrisce il senso più profondo di concetti come quelli di natura, vita, normalità, trascendenza, così come accade nell’attuale civilizzazione tecno-scientifica, si determina anche una tendenza verso quella che C.S. Lewis aveva preconizzato come “abolizione dell’uomo”.

Solo se esiste un telos (uno scopo) naturale della vita degli uomini, ci dice Spaemann, sussiste la possibilità che l’agire degli Stati resti compatibile con il bene umano. Solo se esiste una fondamentale normalità, basata su una comune natura umana, dalla quale non vogliamo e non possiamo emanciparci, è possibile, a lungo, la democrazia. Per questo, l’Europa deve ripensare la sua eredità classica, e al suo interno un concetto decisivo come quello di fine-telos; diversamente essa rischia di diventare il luogo dal quale questa abolizione dell’uomo si estenderà all’intero pianeta.

A partire da queste preoccupazioni, Spaemann accompagna il lettore in uno straordinario cammino lungo lo sviluppo del pensiero occidentale, dalle origini greche fino al dibattito contemporaneo sull’evoluzionismo, sotto la lente di una delle categorie più centrali della filosofia, quella appunto di finalismo (e di teleologia).
Secondo Spaemann il diritto naturale è la grande scoperta del pensiero greco, raccolta da quello cristiano, che può farci uscire dalle secche di una modernità che ha perduto ogni orientamento metafisico.

Fini naturali resta a tutt’oggi un’opera che non ha un corrispondente né un termine di paragone adeguato nella saggistica contemporanea. Quello che compone Spaemann è un quadro dall’orizzonte vastissimo, la storia di una idea che oggi appare al centro di una nuova riconsiderazione, a partire dai dibattiti sulla bioetica, sulla biopolitica, sulla ecologia.
L’intento essenziale del libro non è soltanto storico: esso vuole rimuovere un pregiudizio tipico della scienza moderna, quello per cui osservare i processi naturali sotto l’aspetto del loro orientamento a un fine sarebbe sterile. Così come inutile sarebbe la domanda: «qual è il fine buono della vita?».

Quello che alla fine costruisce Spaemann è un vero e proprio paradigma critico capace di andare alle cause più remote di quei “disagi della modernità”, che hanno fatto dire a C. Taylor (un altro grande pensatore contemporaneo) che «vi sono tratti della nostra cultura e società contemporanee che gli uomini sperimentano come una perdita o un declino, anche se la nostra civiltà “si sviluppa”».
La domanda sul «perché?», e sul fine intrinseco di ogni realtà naturale e umana diventa così la domanda ineludibile del nostro tempo, dal momento che ogni essere vivente, la vita stessa, è sempre tensione verso un fine, è sempre “un mirare a qualcosa”. Questo è quello che ha pensato una tradizione di pensiero filosofico di oltre due millenni, che oggi si vorrebbe liquidare.

La conoscenza di questa storia, che in questo libro per la prima volta viene ricostruita, è in grado di porre in discussione pregiudizi scientisti e ci mette a disposizione criteri oggettivi capaci di arginare quello «scatenarsi illimitato di desideri soggettivi che oggi distruggono le condizioni di vita a lungo termine della famiglia umana».

L’intera opera di Robert Spaemann, e in modo particolare proprio Fini naturali, ci aiuta in modo formidabile a rigettare quella incapacità di vedere e di cogliere in ogni cosa che ci circonda, in ogni essere vivente, un fine. E quest’opera di Spaemann ci aiuta a capire come i valori del bello, del vero, del bene restino indispensabili.
La riaffermazione della “legge naturale”, dopo l’abbandono della teleologia che si è prodotta nella cultura europea, è l’unica strada, ci ricorda Spaemann, per far fronte a quella “emergenza antropologica” nella quale oggi sembra divenuto impossibile ogni giudizio morale ed estetico che voglia essere oggettivo.