• LE RICADUTE SOCIALI

Stretti, ma dilatati: col Covid non siamo già più gli stessi

Il Coronoavirus sta inoculando nelle nostre vite sostanziali novità di carattere sociale e psicologico, alcune temporanee, altre, crediamo, durature: un diverso uso dello spazio e del tempo, un ricorso all'essenziale abbandonando la contingenza politica: chi pensa più a Greta Thunberg? E soprattuttto la certificazione che il vero paziente zero è l'Unione Europea. 

Banale a dirsi il Coronoavirus sta inoculando nelle nostre vite sostanziali novità di carattere sociale e psicologica, alcune temporanee, altre, crediamo, durature. Vediamone qualcuna, senza aver la pretesa di voler essere esaustivi.

Concentrazione di spazio. Non si esce più. L’orizzonte logistico, e quindi umano e sociale, è il perimetro della nostra casa. Il mondo vissuto è pari ai metri quadri della nostra abitazione, che per alcuni si dilata ad alcune importanti pertinenze come l’ufficio o l’officina. Per alcuni la clausura è vissuta come il 41 bis, per altri il domicilio coatto è occasione per dilatare il cuore. Per alcuni la costrizione vincola (in Cina è boom di divorzi), per altri libera (si prevede un boom di nascite tra 9 mesi). Per alcuni gli arresti domiciliari sono una compressione della propria personalità, una castrazione dell’Io, per altri una sua inaspettata espansione in cui il limite diventa opportunità.

Dilatazione del tempo. Forse è frutto della condizione prima indicata o forse no, sta di fatto che la percezione dello scorrere del tempo ha trovato una sua peculiare estensione psicologica. D’altronde già Sant’Agostino amava dire che il tempo è distensio animi. Alcuni o molti impegni sono saltati e quindi abbiamo guadagnato qualche ora in più. Il tempo nel tempo del Coronavirus non scorre in modo più lento, scorre in modo diverso. Gli impegni ritmavano i giorni e dunque erano punti di riferimento per comprendere la scansione temporale, come i cartelli stradali posti sull’autostrada: leggendoli comprendi quanto ti manca alla meta. Togliere questi riferimenti ci fa galleggiare in una specie di vuoto temporale. Questo concorre ad aumentare un certo senso di disorientamento che molte persone stanno accusando. Lo stesso spaesamento che coglie chi cammina nel deserto dove mancano assolutamente gli elementi verticali del paesaggio e quindi è assai difficile misurare le distanze. Come per l’effetto di concentrazione spaziale, l’espansione temporale può portare qualcuno a sentirsi perso, altri a ritrovare se stessi, magari grazie anche al silenzio che ha alzato il volume della voce della nostra coscienza.

Una vita liofilizzata. Siamo tornati all’essenziale. Forse questo tempo ha aiutato non pochi a comprendere che cene, aperitivi, palestre, spettacoli, centri commerciali, gite fuori porta sono aspetti arricchenti la nostra esistenza, ma non sono l’essenziale, sono doni, non cose dovute. Una potatura primaverile utile a sfrondare la quotidianità anche di frutti marci.

Le dimenticanze. Dove sono finiti gli immigrati, il surriscaldamento globale (sarà riuscito almeno il virus a tenere a casa Greta Thunberg?), le diatribe tra PD e M5S? Tutto evaporato, tutto cannibalizzato da Sua Maestà il Coronavirus. Istinto di sopravvivenza. Se la casa brucia, scappi e non ti importa più nulla del rubinetto che perde. La damnatio memoriae ha colpito soprattutto l’ossessione del sovranismo-populismo-nazionalismo. Buona parte degli stati europei e non solo hanno chiuso le frontiere. Così capita per regioni, città e abitazioni. La stessa UE nella sua interezza si è dichiarata zona rossa, zona off limits sia in entrata che in uscita. È tutto un fiorire di tratte di aerei cancellati, porti chiusi, treni bloccati, confini invalicabili, posti di blocco, porte sbarrate: quelle delle nostre abitazioni, che non si aprono più nemmeno a fratelli e nipoti. Anche chi fino a ieri si sgolava nell’invitare a gettare ponti e ad abbattere muri ora si è affrettato a serrare i portoni delle chiese. Quello che appariva un solidissimo assoluto morale – l’accoglienza senza se e senza ma – ora si è liquefatto alla temperatura mite ma anche preoccupante di 37,5°. C’è chi lo legge come una deriva solipsistica, c’è chi come un rinascimento del medioevale hortus conclusus. È comunque innegabile che la frusta retorica europeista sulle frontiere aperte è, temporaneamente, in terapia intensiva. Non un “beh” si è levato dai sacri palazzi dell’Unione europea sulla chiusura dei confini perché quando i fatti, nudi e crudi, vengono non a bussare alla tua porta, bensì ad abbatterla, ecco che le dorate ideologie umanitariste si rivelano fatte di latta. Prima salviamoci la pellaccia, poi torneremo a parlare di Europa dei popoli uniti. E così i burocrati di Bruxelles sono ormai ben disposti a barattare l’inclusività con una mascherina.

L’Italia paese dei miracoli. Si possono e si devono fare molti distinguo, però pare incontrovertibile che l’aforisma “Volere è potere” abbia trovato in alcuni casi una sua applicazione efficace sul suolo italico. Il Coronavirus è riuscito, talvolta, in una impresa che pareva impossibile: uccidere la burocrazia italiana. Se fino a qualche giorno fa per aver un respiratore in più in un ospedale occorrevano mesi se non anni fatti di bandi e carte bollate e si costruivano ospedali che rimanevano come cattedrali nel deserto non utilizzati da nessuno, ora in pochi giorni arrivano attrezzature, si mettono in piedi “terapie intensive” di 400 posti, si allargano padiglioni, si costituiscono centinaia di zone di pre triage fuori dagli ospedali, si approvano farmaci nello stesso tempo che una lavanderia impiega per lavarti un golf e questo capita anche al Sud. Chiaramente ci saranno ruberie e non tutto quello promesso verrà compiuto (e non perché siamo italiani, ma perché siamo figli di Adamo), però alcuni risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ovviamente finita l’urgenza, tutto, per usare uno stereotipo giornalistico, tornerà alla normalità, anche in tema di burocrazia.

Il positivismo scientifico. Gli italiani e non solo sono sempre stati innamorati dei medici. Sia perché da loro dipende la nostra salute fisica, sia perché pare che solo in loro venga custodita la verità, qualsiasi essa sia. Sono loro che distillano asserti oggettivi, inconfutabili, assoluti e imperituri. Questo atteggiamento di favor scientiae sarà ancor più rinvigorito dopo queste settimane almeno per due motivi di segno positivo. Il loro eroismo, innegabile e verso il quale non si può che ringraziare Dio, è stato ingrediente ineludibile in ogni trasmissione, articolo e blog. In secondo luogo, a parte qualche eccezione, la classe medica si è presentata benissimo. Non stiamo parlando solo dei medici sul campo, ma anche di quelli che sono intervenuti sulla stampa e in TV: preparati, capaci di gestire i media in modo appropriato, seri, asciutti nel porsi, comunicativi, sintetici, prudenti nelle previsioni, non eccessivamente vanesi. Provate a mettere a confronto la genia di persone che di solito affollano i media – politici, giornalisti, vip, giudici – e vedrete che il paragone non reggerà.

A.c. – d.c. Sarà forse l’effetto più duraturo. L’immaginario collettivo dividerà gli avvenimenti passati e futuri in “Avanti coronoavirus” e “Dopo coronavirus”. Sarà uno spartiacque prima di tutto temporale. Questa pandemia entrerà nei testi scolastici, le madri diranno ai loro figli ormai grandicelli che “Hai detto ‘Mamma’ per la prima volta proprio nei giorni del coronavirus”, la gente ricorderà la nascita, la morte di qualcuno, una nuova assunzione o un licenziamento, un matrimonio o un divorzio, un viaggio e mille altri avvenimenti dicendo “È avvenuto prima/dopo il Coronavirus”. Il termine “Coronavirus” perderà la sua accezione drammatica e diventerà una linea tracciata nel tempo per demarcare un confine cronologico scriminante tra un ante e un post al cui interno si racchiuderà una terra di nessuno. Ma il Coronavirus assumerà anche un valore simbolico dell’avventura umana a livello globale, diventerà, sotto il profilo psicologico, un nuovo archetipo, interiorizzato e irriflesso nei suoi esiti esistenziali, pregno di un significato emblematico e metaforico ancor più incisivo dell’11 settembre, anche per via del fatto che ha riguardato ciascuno di noi, un “noi” che ha abbracciato il mondo intero. La coscienza collettiva non sarà redenta da questo avvenimento (così come chi fuma non di rado torna a fumare dopo che è guarito da un tumore ai polmoni perché l’albero cade nella direzione verso cui sempre è stato inclinato), però qualcosa si sarà sedimentato nell’immaginario intimo di molti, qualcosa di fatale, cioè, nella nostra società post cristiana, legato al fato, all’inevitabile, all’incontrollabile. Alcuni cercheranno surrogati – l’unionismo: “Insieme ce l’abbiamo fatta!”; lo sballo; la leggera spensieratezza (l’insostenibile leggerezza dell’essere sopravvissuti) – altri scopriranno una sete indomita di cose ultime, definitive, più forti della morte.

L’Europa, il paziente zero. Un’ultima riflessione non più sociologica, ma politica. La vittima più illustre di questo Coronavirus è l’Unione europea. Il virus ha messo a nudo, anche se era superfluo farlo, che l’establishment europeo è interessato solo al fattore economico e, in particolare, a quello di alcuni paesi. Che tu possa crepare o vivere acquista importanza solo in un’ottica finanziaria, monetaria. Non solo l’UE è la vittima più eccellente, ma è anche il paziente zero. Infatti è stato a causa sua che il virus è dilagato. Non ci sono state politiche di prevenzione transnazionali e, scoppiati i primi focolai, non si è fatto nulla. Anche ora non esiste, de facto, nessuna cabina di regia per gestire l’emergenza a livello centralizzato, bensì ogni Paese marcia in ordine sparso. Esiste, de iure, il team di risposta al coronavirus, ma la sua incidenza ad oggi è pari a zero. Insomma, la solita operazione di facciata. È poi interessante notare che dei 7 commissari che lo compongono ben 3 sono dedicati ad aspetti economici e uno solo a quelli sanitari. Però, ci venga permesso l’appunto, mentre la nave affonda, non è saggio abbracciare la cassaforte per tentare di salvare i denari in essa custoditi.