• UTOPIE DISUMANE

Stupri, sterilizzazioni e aborti: il piano danese

Dopo la Prima Guerra Mondiale ci si chiedeva come estirpare il male dall'uomo. Quando la risposta dimentica Dio si generano soluzioni più disastrose del problema. È il caso del dottor Keller e della Danimarca che fino agli anni '60 recluse sull'isola di Sprogø le donne "immorali". Sterilizzate non avrebbero tramesso i geni perversi ai figli, mentre migliaia furono violate e costrette ad abortire in quel che fu un campo di concentramento. 

Per quaranta lunghi anni, nella civilissima Danimarca, l'uomo giocò a fare Dio. Sprogø è uno spicchio di terra in mezzo al Grande Belt, lo stretto che collega il mare del Nord al mar Baltico. L'isolotto oggi è meta di tour organizzati nella riserva naturale, ma fino agli anni Sessanta fu teatro di drammatiche sofferenze psichiche ed anche fisiche operate con il consenso statale.

Una delle pagine più nere (e dimenticate) della Danimarca iniziò nel 1923, in un periodo in cui la Grande Guerra era finita da poco lasciandosi dietro profondissime ferite nell'animo di un continente che non aveva mai conosciuto prima una carneficina fratricida di quelle proporzioni. Lo shock della prima guerra mondiale provocò un vivace dibattito scientifico sulla possibilità di evitare altre stragi simili, intervenendo preventivamente sui geni. Impazzavano a quell'epoca le teorie dell'italiano Cesare Lombroso e dal dibattito non era immune la Danimarca, che pure non aveva conosciuto direttamente le conseguenze del conflitto.

È facendo leva su questa preoccupazione collettiva che il dottor Christian Keller riuscì a convincere il governo ad avallare il suo progetto: l'inaugurazione di un'isola-istituto in cui detenere le donne giudicate «deficienti moralmente e mentalmente». Alla base del piano di Keller c'era la convinzione che il gene del male si trasmettesse nella prole di quelle madri considerate degeneri. Ai suoi occhi, quindi, era necessario confinare in solitudine le donne sospettate di insanità morale per scongiurare il pericolo che si riproducessero, facendo così sopravvivere la loro "malattia" ereditaria, seducendo negativamente gli uomini ed accrescendo la spesa pubblica per il sostentamento dei poveri e degli emarginati. 

Le motivazioni eugeniste, maschiliste e classiste del professore fecero breccia nel Board of Public Health nazionale che, incredibilmente, diede il suo benestare. Vittime della follia della Keller Institution divennero quei soggetti su cui gravava il sospetto di una vita sessuale dissoluta, considerati infetti e dunque nocivi per la società danese. L'obiettivo dichiarato dell'istituto non era guarirle ma neutralizzarle, cioè metterle in condizione di non riprodursi. I principali giornali del Paese concessero ampio spazio alle ragioni di un progetto che, mosso dalla criminale utopia di correggere tutte le presunte deviazioni morali della società attraverso la prevenzione, veniva considerato entusiasticamente "moderno". In un tragico paradosso, quest'operazione di "salute pubblica" creò a  Sprogø una realtà parallela segnata dalla dissoluzione e dalla perdizione.

L'isolamento ed il marchio con cui lo Stato bollò le donne detenute furono la causa di una serie infinita di abomini morali: isolate fisicamente e socialmente, le "ragazze" - come venivano abitualmente definite nelle cartelle cliniche - divennero facile preda delle perversioni di molti pescatori locali che, attratti dalla triste fama del luogo, iniziarono a recarvisi per rapirle e stuprarle. Le vittime non ancora sottoposte ai programmi di sterilizzazione forzata condotte dall'equipe medica, rimanevano incinte e venivano costrette ad abortire. Il programma Keller era condizionato da una pericolosa matrice maschilista: il marchio di "deficiente a livello di sanità mentale" veniva attribuito anche a quei soggetti femminili che mostravano un atteggiamento giudicato troppo mascolino o non docile.

Nei report da Sprogø gli specialisti descrivevano gli uomini come potenziali vittime da preservare contro il rischio di contrarre malattie veneree dalle "dissolute". L'attitudine ad imporsi caratterialmente nelle relazioni di coppia veniva vista dai funzionari della Institution come una minaccia per l'ordine naturale della società e individuata come una possibile causa della trasmissione di geni "malefici" nelle future generazioni. Chi ne dava prova veniva confinata sull'isola e per poter essere riammessa in società doveva accettare di essere sterilizzata. Un futuro compromesso, un accesso sbarrato a quella "normalità" di cui i medici si proclamavano custodi.

Il piano Keller trasformò questo pezzo di terra, su cui oggi sbarcano gruppi di turisti per vedere il vecchio faro, in un campo di lavoro forzato dove un team di specialisti imbevuti della peggior ideologia efficientista - con l'avallo dello Stato - pretesero di rieducare le loro vittime alla (presunta) vera femminilità, privandole al tempo stesso del dono della libertà, dell'amore e della maternità. Dal 1923 al 1961, anno della sua chiusura, l'istituto ospitò cinquecento danesi e non mancarono quelle che, tentando una fuga impossibile, persero la vita nelle acque gelide del Grande Belt. Alle reduci, segnate a vita da quadri clinici denigratori ("patologicamente promiscue", "moralmente ritardate", "sessualmente frivole"), veniva concesso di sposarsi a due sole condizioni: se si fossero sterilizzate e se i mariti, a cui era richiesto di essere senza carichi pendenti, s'impegnavano a farsi carico totalmente di loro.

Il bilancio del folle piano eugenista fu di 11.000 sterilizzazioni forzate. Centinaia di esistenze interrotte o indelebilmente traumatizzate per realizzare il sogno igienista di Keller che delle sue vittime scriveva: «Quando arrivano a Sprogø, si spera che gradualmente ritornino nella classe delle donne oneste». La loro storia dimenticata in un isolotto altrettanto dimenticato del Grande Belt dimostra -  come disse Ratzinger sul luogo della più grande tragedia dell'umanità della storia contemporanea - l'«inferno che si apre sulla Terra quando l'uomo dimentica Dio e a Dio si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte».