• EDITORIALE

Suicidi, non sono un problema di economia

Le statistiche ci dicono che i suicidi per motivi economici sono in aumento, ma non è la mancanza di soldi il vero problema. Piuttosto è la mancanza di senso della vita, concetto che ci hanno inculcato per decenni con la cancellazione dell'aldilà.

Suicidi economici

Secondo uno studio del Centro studi e ricerche socio-economiche della Link Campus University di Roma, in Italia i suicidi legati alla crisi economica dal 2012 a oggi sono 165, di cui 76 nel solo primo semestre del 2013. Più alto il numero dei suicidi tra gli imprenditori che tra i disoccupati. L’età media pare abbassarsi, tra i 35 e i 44 anni, anche se la percentuale più alta riguarda le fasce 44-54 e 55-64. Geograficamente parlando, la zona di maggiore incidenza è il Nord-Est, Veneto in testa. Sì, il mitico Nord-Est italiano che era tra le regioni più ricche d’Europa, se non la più ricca ed economicamente vivace.

In aumento, anche se più difficilmente quantificabili, i tentati suicidi, e s’avanza nella triste classifica il Meridione, pezzo d’Italia in cui la joie de vivre è sempre stata tradizionalmente più alta che altrove. Il suicidio “economico” è una novità nel nostro Paese. Il fenomeno esplose in concomitanza col «governo dei tecnici», un singolare governo imposto dall’alto, privo di responsabilità politica e di opposizione. Poteva smontare il Paese e rifarlo di sana pianta, poteva perfino riformare la Costituzione e addirittura la magistratura (cosa notoriamente impossibile), così da rimetterlo una buona volta in carreggiata. Invece si limitò ad aumentare vertiginosamente le tasse, come l’ultimo degli statalisti marxisti. E cominciarono i suicidi di quelli che finivano sul lastrico. I «tecnici» dissero che la colpa era di chi li aveva preceduti. Già: in democrazia la «colpa» politica è sempre diffusa, spalmata su migliaia di responsabili e decine di legislature, così che non c’è mai con chi prendersela, mai un tiranno da poter fucilare, mai un dittatore da poter appendere per i piedi. Ma quel che qui ci interessa sono i suicidi italici.

Non è la prima volta che gli italiani finiscono in miseria per colpa dei governanti. Nel secolo XIX i “piemontesi” ci trasformarono in un popolo di emigranti. Dopo la Grande Guerra e 600mila morti, fu anche peggio. Dopo l’ultima guerra l’Italia sconfitta e devastata riprese per la terza volta la via dell’emigrazione. Oggi, invece, anziché reagire in qualche modo (il «brigantaggio» nell’Ottocento, il Fascismo nel Novecento, la rotta verso le Americhe negli anni Cinquanta), sempre più italiani si tolgono la vita. Come mai?

La differenza l’ha fatta il Sessantotto. Ogni giorno torme di disperati sbarcano a Lampedusa dopo avere attraversato l’intera Africa e il Mediterraneo: viaggi che a volte durano anni e finiscono in bocca ai pesci. Ma a questi disperati per motivi economici non passa neppure per la mente di farla finita. La voglia di vivere è più forte di quella di morire, e pur di vivere affrontano ogni traversia. Ma a loro nessuna ideologia edonistica ha promesso pane & lavoro in cambio dell’anima. I patti col diavolo si sa come finiscono: ceduta l’anima, non ottieni affatto pane & lavoro, nemmeno – figurarsi - il lunapark di Lucignolo.

Eliminato il senso della vita (e ci hanno messo qualche decennio a inculcarci il concetto), la vita, senza soldi, non ha più senso. Così, l’unica soluzione possibile diventa quella dello struzzo. Il disoccupato che non sa più come provvedere alla prole e pagare il mutuo si chiama fuori ed è come se dicesse ai figli: io non ce la faccio, arrangiatevi.

Il suicidio è sempre un atto supremo di viltà, per giunta irrimediabile, per questo la Chiesa lo ha condannato nei secoli con la sanzione massima, la scomunica. Certo, nessuno può sapere cosa passi per la testa di uno in quei momenti. Ma anche la depressione grave è curabile. Quel che non si può curare è il modo di pensare, la scala di valori di cui il suicida è preda. E’ ovvio che si tratta di persona che non crede nell’aldilà, è uno che ritiene che oltre alla vita terrena non ci sia nulla, è uno che pensa, così, di smettere di soffrire. Sia che lo faccia per motivi economici o esistenziali o sanitari. Se solo sospettasse che lì dove va starà anche peggio (così insegna il cristianesimo agli aspiranti suicidi), certo non lo farebbe. Ma gli hanno insegnato che il Paradiso e l’Inferno non esistono, che la vita è solo questa e bisogna godersela. E tale magistero gli è stato inculcato in ogni modo, ogni secondo, da quando è nato. Ma questa rimane lo stesso Valle di Lacrime, e quando un rovescio economico, un abbandono insopportabile, un lutto improvviso, una malattia grave, inficia la «qualità» della vita, ecco la tentazione di andarsene in quel Nulla descritto da Umberto Eco nel finale de Il nome della rosa, dove c’è solo silenzio e non si soffre più.

Fa bene papa Francesco a insistere sull’esistenza del diavolo, «mendax et homicida ab initio», colui che può perdere oltre il corpo anche l’anima. L’unico, come dice Cristo, che bisogna temere. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il suicidio in molte nazioni industrializzate è oggi la terza quando non la seconda causa di morte degli adolescenti e dei giovani. Il tasso è nel mondo il 14,5 per centomila persone, più di un milione l’anno. In cima alla classifica stanno, non a caso, i Paesi ex comunisti (sulla Cina non ci sono dati). In Italia, in media, quattromila suicidi annui. L’Oms ha istituito una Giornata mondiale apposita per la prevenzione del suicidio.

Nei secoli cristiani, a tale prevenzione bastava la Chiesa, che minacciava la sepoltura in terra sconsacrata. E la minaccia era efficace, vista la quasi totale assenza di suicidi nelle cronache di quei secoli. Antecedentemente, nei tempi pagani, chi si suicidava lo faceva perché a un certo punto considerava l’aldilà meglio dell’aldiqua. Oggi ci si suicida perché non si crede in alcun aldilà. Basterebbe ricordare agli aspiranti che l’aldilà può essere molto peggio del peggiore aldiqua. Ma i preti hanno altro a cui pensare…