• UN MESE DALLE ESPLOSIONI

Suore vincenziane a Beirut: appello per la ricostruzione

Suor Maria Luisa Caruso, coordinatrice della Fondazione Thouret, ha raccontato alla Nuova Bussola Quotidiana la tragedia libanese "di cui i media non parlano", cominciata "ben prima delle esplosioni e aggravata dal lockdown" per cui ora "mangia solo chi ha la terra da coltivare". La donna parla della ricostruzione, dell'educazione e della fede come sostegno ad un paese alla fame.

Nelle sue ore più drammatiche degli ultimi trent’anni, il Libano si aggrappa alle sue risorse più preziose: la fede e i giovani. Lo testimoniano anche le suore della Congregazione di Santa Giovanna Antida di Thouret, legata al carisma di San Vincenzo de’ Paoli, presenti a Beirut dall’inizio del secolo scorso. Nella capitale libanese, le religiose gestiscono due rinomate scuole, una delle quali ha subito notevoli danni e per la cui ricostruzione è stata avviata una raccolta fondi.

I racconti giunti nelle ultime settimane dalle vincenziane, testimoniano della grande paura vissuta a seguito delle esplosioni del 4 agosto scorso. Una paura, unita a un’enorme preoccupazione per il futuro, che, comunque, non spegne il desiderio di ricostruire e sta cementando, intorno alle suore vincenziane e alle loro opere, un’enorme gara di solidarietà, che si intreccia con la speranza dei giovani scesi in piazza in questi mesi contro la corruzione del governo. A riguardo, la Nuova Bussola Quotidiana ha raccolto le dichiarazioni di suor Maria Luisa Caruso, coordinatrice della Fondazione Thouret.

Suor Maria Luisa, in che modo le vostre comunità religiose a Beirut hanno vissuto la tragica giornata del 4 agosto scorso?
È stato chiaramente un grande choc per tutte. Anche chi, come me, si trovava in Italia, si è messa subito in contatto con le consorelle in Libano. Quasi tutte le nostre suore si trovavano in montagna per un ritiro. Un paio di loro erano rimaste a Beirut ma sono rimaste illese: abbiamo ringraziato il Signore di questo ma ciò non ha cancellato il nostro choc per quanto successo. Quest’esplosione è stata sorta di genocidio, ha devastato la città, privandola di un futuro. Tutto ciò è avvenuto in un contesto già di suo molto difficile. L’impossibilità di prelevare denaro contante in banca ci preoccupa molto. Chi non ha contatti all’estero in grado di aiutarlo, si trova ancor più in difficoltà. C’è stata comunque una buona risposta a livello internazionale, gli aiuti non stanno mancando. Abbiamo quindi avviato questa campagna di raccolta fondi, per aiutare non tanto le suore, quanto le nostre scuole, gli allievi, le loro famiglie, molte delle quali hanno subito gravi perdite. Circa 130mila famiglie hanno subito danni dalle esplosioni del 4 agosto: sono circa un terzo di tutti gli abitanti di Beirut.

Le vostre strutture hanno subito danni?
A Beirut abbiamo due scuole, una delle quali ubicata in centro, in un quartiere vicino al porto, popolato in maggioranza da musulmani. Questa scuola, dedicata a Sant’Anna, è attiva da più un secolo e ha sempre formato la futura classe dirigente del paese. Fin dai primi tempi della sua presenza in Libano, la nostra congregazione ha compreso che, per servire la popolazione, era fondamentale puntare sull’educazione. Le scuole che abbiamo sono piuttosto grandi, rinomate e apprezzate da tutti, i nostri allievi sono per lo più di religione islamica. La scuola “Sant’Anna” ha subito danni per 150mila euro: la struttura è rimasta in piedi ma la cappella e alcune aule sono rimaste completamente distrutte. È partita da subito una gara di solidarietà: alunni, famiglie, insegnanti, persone del quartiere, si stanno attivando per rimettere in piedi tutto ciò che si può.

Come sta andando la vostra raccolta fondi?
La nostra campagna sta mobilitando molte persone. Ho ricevuto telefonate di amici, di parrocchie che vogliono donare. Ancora è presto per dire quanto abbiamo raccolto ma già vedo l’effetto dell’onda che si allarga nel mare. Per noi tutto è grazia, anche un solo euro ricevuto. Al di là di quanti soldi raccoglieremo, la cosa che più conta è la solidarietà che riceviamo. Anche dall’Italia, ci stanno arrivando tante proposte di aiuto, nonostante i media parlino pochissimo del Libano.

Accennava alla crisi che, già da prima del 4 agosto, sta scuotendo il paese: cosa succede?
Le proteste dei giovani sono iniziate lo scorso ottobre e sono sempre state molto pacifiche. I ragazzi chiedevano e chiedono tuttora un cambiamento ai vertici del paese, un rinnovamento nello stile di vita, chiedono di combattere la corruzione, per risollevare le sorti di un paese che sta andando verso la rovina. Di fronte alle proteste dei giovani, il governo ha reagito spesso con violenza. Al punto che, prima ancora del lockdown, le scuole hanno dovuto chiudere, tanto era diventato pericoloso recarsi lì. La pandemia, poi, ha fatto il resto. In questo contesto di lockdown e di manifestazioni, le banche hanno proibito il prelievo di moneta liquida. I prezzi sono andati alle stelle, la gente non ne aveva più nemmeno per comprarsi da mangiare. Molti negozi e grandi magazzini erano e sono completamente vuoti per colpa di questa crisi. Chi vive in periferia o in campagna, spesso, può coltivarsi la terra ma chi vive in città ha più difficoltà. L’esplosione del 4 agosto è arrivata a distruggere quanto era rimasto in piedi di un paese già in ginocchio.

Le sue consorelle libanesi hanno parlato di un dramma così grande che, senza la fede, sarebbe impossibile sopportarlo…
I libanesi hanno un carattere che non si arrende mai. Avendo già vissuto la guerra e altre tribolazioni, sanno reagire. Quindi all’indomani del 4 agosto, il popolo, in particolare i giovani, è sceso in piazza, subendo reazioni ancor più violente da parte del governo. Siamo in un momento di tensione che lascia con il fiato sospeso. È impossibile prevedere il futuro ma c’è una grande voglia di rinascere da queste ceneri.

La grande speranza del Libano sono i suoi giovani: molti di loro, però, stanno emigrando. Che messaggio state cercando di trasmettere loro?
La situazione era già tesa da qualche anno: il grande afflusso di rifugiati dalla Siria, molti dei quali hanno dovuto trovarsi un lavoro, ha indotto molti giovani a lasciare il Libano. Oggi, essendo la situazione ulteriormente peggiorata, a maggior ragione, se non vogliono restare, c’è da comprenderli. È anche vero, però, che, da parte nostra, in qualità di educatrici, c’è il desiderio di infondere in loro il desiderio di ricostruire e di non arrendersi. Il desiderio dei giovani libanesi è quello di rinnovare la Costituzione, che prevede determinati equilibri tra i partiti e tra le religioni.

Il desiderio di cambiamento dei giovani libanesi va al di là del credo religioso.
Assolutamente sì, è una solidarietà trasversale alle religioni, tutti cercano di combattere il male che c’è. I giovani sono scesi in campo per andare a pulire le strade, per soccorrere chi era nel bisogno, senza badare alle differenze di credo. Una delle nostre suore ha scritto una preghiera [vedere video da minuto 3’56’’] che è l’emblema di come possiamo vivere la nostra fede alla luce del Crocifisso, alla luce di colui che ci ha salvato, che ha portato il sangue che è stato sparso anche in Libano, e che ci dà la forza di andare avanti. Credo che le nostre suore siano davvero un esempio di come la fede possa sostenere chi fede non ne ha e chi è nella disperazione. Cosa possono fare le nostre suore è portare un segno di speranza, non dico dare una risposta ma una parola che apra una speranza sul futuro.