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Twitter e Facebook censurano Trump sul Covid

Trump chiede la riapertura delle scuole perché i bambini "sono quasi del tutto immuni a questa malattia", cioè al Covid-19. E allora Twitter e Facebook rimuovono il video della sua intervista come "disinformazione" sul virus. Un salto di qualità nella censura imposta al presidente americano che svela tutta la politicizzazione dei social network

Donald Trump

Twitter e Facebook rimuovono un video con un’intervista a Donald Trump, in cui il presidente americano perora la causa della riapertura delle scuole il prima possibile. È sempre difficile parlare di “censura”, quando a praticarla sono i social network. Ma da questa settimana è ormai evidente che sia Twitter che Facebook abbiano oggettivamente dichiarato guerra a Trump. Benché le due compagnie si celino dietro ad una patina di imparzialità e citino i loro regolamenti a giustificazione, quel che sta avvenendo, in piena campagna elettorale, è una rimozione di sempre più commenti, video e contributi pubblicati dal presidente degli Stati Uniti, dalla sua squadra e dalla sua famiglia.

Già si erano verificati episodi simili, su Twitter (il primo social network ad agire in questo modo), quando aveva segnalato come inattendibile un commento di Donald Trump sul tema del voto per posta, rimandando i lettori a ulteriori commenti sulla Cnn, network televisivo dichiaratamente ostile al presidente in carica. In un secondo momento, dopo la dura replica di Trump, che aveva minacciato i social di essere equiparati ad editori, facendo loro perdere l’immunità sui contenuti, Twitter aveva addirittura rimosso un commento del presidente, sulle sommosse di Black Lives Matter, giudicandolo “istigazione alla violenza”. Si tratta, a pensarci bene, del primo caso di censura istituzionale nei confronti del detentore del monopolio tendenziale della violenza, l’unico uomo negli Usa legalmente autorizzato a ordinare l’uso della forza, l’avvio di operazioni militari ed eventualmente anche il lancio delle testate nucleari. Ma l’invocazione dell’intervento della Guardia nazionale e l’avvertimento ai rivoltosi più violenti (“guardate che se sparate, qualcuno risponde al fuoco”) deve essere suonato inaccettabile alle orecchie degli amministratori di Twitter, molto più degli interventi militari iniziati dai suoi predecessori.

Il 28 luglio Twitter ha rimosso un tweet del figlio del presidente, l’omonimo Donald Trump jr. Si trattava di un video virale, lanciato dal tabloid Breitbart (l’ex giornale del famoso Steve Bannon) sui benefici dell’idrossiclorochina. Su questo principio attivo, usato sperimentalmente anche contro il Covid, si è scatenata una strana battaglia politica. Il fatto che Trump ne abbia sponsorizzato la diffusione ha fatto sì che molti esperti, a partire dalla rivista Lancet ne negassero improvvisamente i benefici. Per poi dover dare subito il contrordine, a partire dall’Oms e ammettere implicitamente che, più che di ricerca medica, si trattava di pregiudizio politico contro Trump. Tuttora, però, chi parla di idrossiclorochina, specie se capita dalle parti di Trump, rischia di essere censurato a priori come disinformatore. E così è avvenuto con Twitter. Il figlio omonimo di Donald Trump si è dunque visto bloccare l’account per 12 ore, con l’intimazione di rimuovere il video di Breitbart.

Il salto di qualità lo hanno però compiuto entrambi i grandi social network, Twitter e Facebook, quando hanno rimosso il video dell’intervista di Fox News a Donald Trump, sulla riapertura delle scuole. Il presidente americano sosteneva che le scuole dovessero essere riaperte il prima possibile, perché i bambini soprattutto sono “quasi del tutto, e voglio sottolineare il quasi, immuni da questa malattia”. Si tratta di una tesi che è stata più volte ripetuta da fior di esperti, fra cui anche l’italiano Andrea Crisanti, artefice del successo contro l’epidemia in Veneto. Però, detto da Trump ha fatto subito scattare la censura. Su Twitter era ormai da attenderselo, ma su Facebook no. Il social network di Zuckerberg, fino a giugno, almeno, aveva difeso la piena libertà di dibattito politico. Ma dopo una gravissima minaccia di boicottaggio da parte di numerose e ricche multinazionali americane (a loro volta minacciate di boicottaggio da influenti gruppi di pressione di sinistra), anche Facebook ha iniziato a mettere il bavaglio al presidente e alle sue pagine.

Che quest’ultima censura sia di natura politica è evidente, anche se i portavoce delle due compagnie, Liz Kelley per Twitter ed Andy Stone per Facebook invocano i loro regolamenti contro la “disinformazione” sul coronavirus. Quella sulle scuole è infatti una battaglia politica molto calda. Mentre Trump chiede la riapertura, il prima possibile, i sindacati degli insegnanti minacciano scioperi se gli istituti dovessero ricominciare l’attività in condizioni giudicate ancora insicure. E poi, in generale, siamo nel pieno della campagna elettorale presidenziale e per molti, evidentemente anche nei consigli di amministrazione che contano, Trump è un presidente che “deve” perdere. Resta però aperta una domanda: se Facebook e Twitter selezionano i contenuti dei loro utenti in base alle loro idee politiche, sono sempre social network? Perché è un editore che seleziona i contenuti, non un social network, il cui ruolo è meramente quello di fornire uno spazio sul Web, come una bacheca virtuale. E quindi, se si comportano da editori, per quanto ancora potranno dirsi immuni dalla responsabilità di tutto quel che i loro utenti pubblicano?