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Usa, è il tempo della politica guardona

Si chiamano trackers, giovani armati
di videocamera che spiano i politici
del partito avverso. Moda Democratica che fa proseliti anche da noi.

Democratici Usa

Ripreso da La Stampa del 10 luglio 2011, l’americano New York Times ha dedicato la prima pagina a uno dei più combattivi trackers degli States. I trackers sono l’ultima trovata della politica americana: giovanotti armati di videocamera che spiano i politici del partito avverso, onde captarne qualunque cosa atta a denigrarli. Il prescelto viene seguito e spiato giorno e notte, filmato e registrato. L’obiettivo è coglierlo in fallo: un gaffe involontaria, perfino uno scivolone sul marciapiedi. I vari frammenti verranno poi sapientemente montati per uno spot o un videoclip in cui il malcapitato fa la figura del mentitore o del cretino o dell’isterico o dell’imbranato.

Naturalmente, i più organizzati in questo campo sono i democratici (cioè, nello spettro politico americano, la sinistra), che hanno messo in piedi addirittura un ufficio apposito, l’American Bridge 21st Century con sede a Washington. Il personale segue tutte le campagne elettorali dei candidati repubblicani e indica in tempo reale ai vari trackers dislocati in zona come agire. Tutto va bene, anche la provocazione. Un senatore della Virginia ha perso il seggio dopo essere stato filmato mentre dava della «scimmia» a un tracker pellerossa particolarmente insistente. Andò meglio a Obama, che «Joe l’idraulico» non riuscì a mettere in difficoltà (ma il caso tenne banco per mesi). Un tracker che si rispetti si apposta davanti alla casa del prescelto, giorno e notte, fruga nella sua immondizia, si infiltra ai ricevimenti. Se riesce a catturare almeno una flatulenza, la giornata è guadagnata. Molto triste, anzi squallido.

Ma la politica nella prima e più antica democrazia del mondo si fa ormai così. Ed è noto che quanto viene escogitato da quelle parti, prima o poi viene esportato nel resto dell’impero. Noi, in Italia, siamo ancora dei dilettanti al confronto. Nemmeno «il caso Ruby» è stato in grado di azzoppare il nostro premier. Ma torniamo agli Usa. Nel Grande Paese, com’è noto, quasi la metà degli aventi diritto non va a votare. La metà che ci va, può essere pesantemente influenzata da un «caso Lewinski» o dal colore della pelle (caso «we can»). Il che significa che vota con lo stomaco, non certo con la testa. Ebbene, con buona pace di Tocqueville, oggi la democrazia di massa funziona così: chi confeziona i migliori slogan, chi denigra meglio l’avversario vince.

Gli italiani ne sanno qualcosa, stante l’ultimo referendum. Insomma, la propaganda è tutto. E la propaganda politica l’hanno inventata i giacobini. Per questo i loro eredi storici lottano fino alla morte per appropriarsi di tivù, comici, cantanti, registi e giornali. Ci si faccia caso: tutti i grandi rivoluzionari della storia facevano, di mestiere, i «comunicatori», da Marat a Marx a Mazzini a Lenin. Aridàtece il Re Assoluto.