• LA PERFORMANCE BLASFEMA DI SANREMO

Achille Lauro, blasfemia protetta dal politically correct

Facile dissacrare i simboli cattolici come ha fatto Achille Lauro a Sanremo. Ormai non indigna neanche più. Provi a farlo con l'islam tagliagole o con i simboli del politicamente corretto (gay, migranti, femminismo) di fronte a cui ci si inginocchia. 

Si è presentato sul palco dell’Ariston neanche fosse al sambodromo di Rio: piume di struzzo, capelli blu e trucco pesante abbarbicato ad un asta del microfono con due angeli e un Sacro Cuore. Achille Lauro deve aver capito che il genere maudit con punte dissacranti frutta parecchio. L’anno scorso aveva indignato con quelle sue pose da San Francesco e da San Sebastiano, poi le copertine blasfeme come Gesù crocifisso hanno fatto il resto.

E il resto è la sua performance da cavaliere dello zodiaco nella canzone Solo noi con la quale ha inaugurato la prima delle sue serate come ospite del Festival. Perché De Marinis, pur non essendo in gara a Sanremo, ce lo sciropperemo tutte le sere con i suoi travestimenti e c’è da scommettere che i riferimenti alla religione, sempre cattolica ovviamente, non mancheranno. Dato che ormai nessuno si indigna neanche più, avrà campo libero di sperimentare.

Sò ragazzi, si dirà. La canzone, poi, è il classico tiramento generazionale di noi ggiovani poveretti che siamo soli «senza un’anima, senza umanità, immoralità, bipolarità». Vasco Rossi lo sapeva dire meglio senza però farci sentire in colpa perché non capiamo proprio cosa ci sia di geniale in questo prodotto commerciale della musica.

Canta la disperazione col portafoglio ormai pieno. Comodo. Però funziona, i ragazzi ci cascano perché nelle sue pose androgine da ragazzo problematico ha trovato la sua vena. E poi parla di sessualità indefinite «sessualmente tutto, genericamente niente, peccato e peccatore», tutto troppo politicamente corretto per meritarsi almeno qualche punta di critica.

La canzone è orecchiabile, ha un non so che di ingenuo, ma forse è solo monotonia, scritta da chi non ha neanche idea di che cosa sia una melodia, ma già da diverse settimane è in classifica. Lui è urticante alla vista, semplicemente brutto e per poter dare nell’occhio con i suoi travestimenti deve scivolare nel blasfemo (lo ammettiamo: non avremmo scritto questo articolo se si fosse vestito solo di strass e paillettes), roba che Renato Zero, uno che di travestimenti se ne intendeva potrebbe anche spiegargli che certi confini del sacro non si toccano. Lui non l’avrebbe mai fatto, per lo meno.  

Il Sacro Cuore sull’asta del microfono è chiaramente visibile e così anche i due angeli alla sua base e alla sua sommità. Le lacrime di sangue finali poi, beh, con quello non sappiamo se sia più il trash o l’irriverenza. Un fiotto di colorante vermiglio in quantità industriali tali che probabilmente non le ha usate neanche Tarantino nello scontro stradale tra Butch e Marcellus in Pulp Fiction. Ma il rimando alla Madonnina di Civitavecchia è un pugno nello stomaco. Per lo meno per chi ha sentito dalla bocca dei protagonisti quello che è accaduto a Pantano. Non certo per lui, che sembra venuto da Marte, ma è romano de Roma e quindi almeno dovrebbe lasciarsi interrogare un po’ di più.

Ma ormai si è capito che Achille Lauro è quel personaggio lì. L’anno scorso aveva indignato, quest’anno nemmeno e non sappiamo se per lui sia in fondo un peccato dato che se non fai incazzare qualcuno non sei nessuno. Ormai irridere i simboli della fede non fa neanche più notizia, né uno strepito, né un moto di ribellione, ma di questo non dobbiamo incolpare Lauro, ma guardare in casa nostra, visto che il piano verso l’annacquamento del cristianesimo lo abbiamo inclinato noi, folto e inclito popolo di Dio, rinunciando a chiamare blasfemia ciò che offende prima Dio e poi il suo gregge.

Però facile prendersi gioco sempre della Chiesa cattolica, dei suoi simboli, dei suoi misteri. Prova a farlo con l’islamismo che sgozza gole come fossero panetti di burro, Achillino, e magari inginocchiati verso la Mecca mentre lo fai. Vediamo poi se ti passa la voglia di fare il travestito della disperazione giovanile.

Oppure prova a prendere di mira le categorie sacralizzate e protette dal politicamente corretto, tra cui ci sono anche quei gay ai quali strizzi l’occhio con pose e riferimenti e magari i migranti, o le donne come categoria sociopolitica del femminismo contemporaneo, o tutti quei simulacri di perbenismo di fronte ai quali bisogna inginocchiarsi. Ecco, prova a stupire e dissacrare, come prometti, e poi vediamo che cosa ne è delle tue comparsate in Riviera.

Questo lo sa anche la direzione artistica di Sanremo che non permetterebbe mai che un artista in gara si prenda gioco dei simboli del politcally correct, visto che questo è anche l’anno del buonismo pandemico dove anche le infermiere possono scendere le scale dell’Ariston come reginette del varietà. Però per la fede cattolica la direzione artistica - e la Rai - permettono che si possa derogare a questa regola. 

Niente si può dissacrare, tranne ciò che è sacro. Quelli, i simboli della fede, come il segno di croce, servono magari come rito scaramantico in favor di telecamera proprio mentre si accendono le luci, vero Amadeus? Però lì le critiche sono piovute dai soliti atei in servizio permanente. Ma di che stupirsi? Fanno il loro mestiere. Almeno loro.