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Africa, un debito ecologico con se stessa (e con la Cina)

Il Papa e il debito ecologico occidentale nei confronti dell'Africa. Se mai esistesse e venisse davvero calcolato dovrebbe essere rimborsato al netto degli aiuti umanitari e degli investimenti riversati. Senza considerare che tutte le materie prime africane finiscono sui mercati asiatici, per primo quello cinese. 

Ancora una volta Papa Francesco  ha parlato del “debito ecologico” dei paesi sviluppati nei confronti del resto del mondo per i danni causati dal loro sistema di produzione e dal loro tenore di vita. Lo ha fatto nella lettera indirizzata ai partecipanti all’incontro di primavera della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi) svoltosi dal 5 all’11aprile. Ai due istituti di credito delle Nazioni Unite ha chiesto di “sviluppare meccanismi agili per calcolare questo debito ecologico, di modo che i Paesi sviluppati lo possano pagare, non solo limitando in modo significativo il loro consumo di energia non rinnovabile o aiutando Paesi più poveri a mettere in atto politiche e programmi di sviluppo sostenibile, ma anche coprendo i costi dell’innovazione necessaria a tal fine”.

Se mai venisse davvero calcolato, però, quel debito dovrebbe essere rimborsato al netto degli aiuti umanitari, delle tecnologie, degli investimenti pubblici e privati ininterrottamente riversati sui paesi più poveri e inoltre al netto dei debiti ecologici che quei paesi a loro volta accumulano. Senza andare indietro nei secoli, e restringendo il campo a un solo continente, in Africa, dalla fine dell’epoca coloniale europea, i danni inflitti alla biodiversità, agli ecosistemi, alle riserve naturali, ai suoli e alle acque sono enormi; e sono danni, quindi “debiti” da risarcire, certi, documentati, quantificabili così come sono certi e identificabili i responsabili.

Vittime di bracconieri spietati e irresponsabili, uccisi in modo crudele, rischiano l’estinzione, cacciati per le zanne, gli elefanti africani di foresta e di savana; per il corno, i rinoceronti bianchi e neri; per le scaglie e per la carne i timidi pangolini, gli animali più cacciati e contrabbandati al mondo. Qualsiasi specie animale selvatica per cui ci sia un mercato viene cacciata di frodo in Africa. Ma lo stesso rischio di prossima estinzione lo stanno correndo anche animali domestici come gli asini, abbattuti per la pelle in mattatoi dove, per fare in fretta, si uccidono persino a martellate e si scuoiano ancora vivi. Altro contrabbando dalle conseguenze devastanti è quello del legname pregiato. Per raggiungere un albero di palissandro o di ebano non si esita ad abbattere decine di altre piante, distruggendo tratti di foresta e bosco. Nel solo Ghana in dieci anni si stima che siano stati tagliati ed esportati illegalmente circa sei milioni di piante di palissandro.

Migliaia di container colmi di tronchi e legnami semilavorati raggiungono i porti africani e lasciano il continente via mare ogni anno, altrettanti partono carichi di tonnellate di zanne, pelli, scaglie e altre parti di animali fatte passare per merci di diversa natura. Una lunga sequenza di documenti falsi e controlli non eseguiti consente ai prodotti di arrivare a destinazione percorrendo anche migliaia di chilometri senza che, complice la corruzione eretta a sistema, qualcuno fermi i traffici illegali, salvo in pochi, sporadici casi.

Ma, sebbene sia consuetudine consolidata attribuire all’Occidente, ai suoi ricchi paesi sviluppati, la colpa, diretta o indiretta, di tutto ciò che di male e di sbagliato succede e si fa in Africa, in questo caso farlo è davvero impossibile e ingiusto. Scaglie di pangolino, zanne di elefante, corni di rinoceronte, pelli d’asino… tutto finisce sui mercati asiatici, per primo quello cinese; ed è la Cina la destinazione del 75 per cento di tutti i legnami che più o meno legalmente lasciano il continente. 

Per giustizia, va detto inoltre che, se quelli dell’Africa sono “debiti ecologici” quantificabili, e dei quali si conoscono i responsabili, non si può dire altrettanto dei debiti imputati ai paesi sviluppati. Il debito ecologico maggiore che oggi si attribuisce loro è infatti il global warming. Ma, ammesso che la temperatura della Terra stia davvero aumentando (da tempo ormai si preferisce parlare prudentemente di “cambiamenti climatici”), la sua origine antropica, dovuta a eccessive emissioni di gas serra, non è provata. Come sostengono e dimostrano migliaia di scienziati, è una congettura. Se anche fosse, allora, sempre per giustizia, nessun continente sarebbe da considerare esente da colpe. Restando all’Africa, uno studio svolto da ricercatori dell’università di Edimburgo indica, ad esempio, che la sua fascia tropicale è responsabile dell’emissione di elevate quantità di CO2: da 1 a 1,5 miliardi di tonnellate ogni anno, pari alle emissioni di 200 milioni di automobili. A causarle sarebbero terreni degradati, soggetti a siccità e sfruttati male in seguito a cambiamenti nell’uso del suolo. Inoltre la regione comprende le più estese torbiere tropicali.

Se poi si tratta di inquinamento – di aria, suoli, acque – si ritiene che uno dei maggiori elementi inquinanti oggi sia la plastica, quella dispersa nell’ambiente, e nessun paese sviluppato figura tra i primi dieci che sono: Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam, Sri Lanka, Egitto, Thailandia, Malesia, Nigeria e Bangladesh. Dieci fiumi sono responsabili del 90% della plastica che finisce negli oceani: otto sono asiatici e due africani.