• IL GENDER BENDER A BOLOGNA

Alla fiera dell'erotismo gay anche l'ex suora: paga il Comune

Drag queen, sex performer, letture gender per i bambini e persino una ex suora paladina della gay culture: è il gender bender, una fiera dell'osceno targato Lgbt e pagata con con il contributo di Comune di Bologna e Regione Emilia Romagna.

Spettacoli di Drag Queen con tanto di karaoke, mostre fotografiche e disegni erotici; “sex performers”; serate danzanti al ritmo dei successi di icone gay del calibro di Donatella Rettore, Cher, Madonna e Britney Spear; presentazioni di libri sul sesso libero e proiezioni di film gender per le scolaresche. Questo e tanto altro prevede il cartellone del 15.mo Festival Gender Bender di Bologna, prodotto dallo storico circolo lgbt Il Cassero, che ha preso il via il 9 ottobre e si concluderà il 5 novembre.

Quasi un mese di eventi dedicati agli “immaginari prodotti dalla cultura contemporanea legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale”. Il festival, si legge ancora sul sito dell’iniziativa, “è interdisciplinare e propone un programma che si articola in proiezioni cinematografiche, spettacoli di danza e teatro, performance, mostre e installazioni di arti visive, incontri e convegni di letteratura, concerti e live set di musicisti e dj, party notturni”. “È un modello reale – spiegano gli organizzatori - di come le differenze possano dare un contributo concreto alla costruzione di una società più ricca e accogliente sotto il profilo umano, sociale e culturale”.

Tuttavia, per capire il reale offerta culturale di Gender Bender basta spulciare il programma. Si va dalla mostra di una graphic novel, “Una storia sulle relazioni, sul sesso” dell’autrice che ha ispirato il film lesbico La Vita di Adéle, all’esposizione fotografica “sex performers”, ovvero “individui pensano al di fuori delle tradizionali etichette di genere”.

Ma la vera impronta ideologica di tutta l’iniziativa emerge nella sezione dedicata alla presentazione dei libri, tra cui spiccano titoli come “Non so chi sei” di Cristina Portolano, confessione dell’autrice su un anno di incontri di sesso occasionale con perfetti sconosciuti contattati su Tinder (tema quanto meno controverso visto il boom delle malattie sessualmente trasmissibili, confermato nei giorni scorsi al Congresso Adoi, l'associazione dei dermatologi ospedalieri); “Stiamo tutti bene” di Giulia Gianni: storia due lesbiche e la loro decisione di avere un bambino; “Dio odia le donne”, di Giuliana Sgrena, la nota giornalista del Manifesto che nel testo pone tutte le religioni sullo stesso piano come strumento di discriminazione e sottomissione delle donna.

Si segnala poi la Lectio magistralis di Selene Zorzi sul “Genere di Dio”. La Zorzi è teologa ed ex monaca benedettina, già autrice di Al di là del genio femminile, sugli studi di genere in relazione alla Bibbia, alla patristica e al magistero della Chiesa.

Come accennato all’inizio, il cartellone prevede anche la proiezione di corti per le scuole, che infatti avviene in orario mattutino. Agli studenti sono proposte le seguenti pellicole: “Pink Boy”, il ritratto privato di Jeffrey, bambino di sei anni adottato da una coppia lesbica, che ama vestirsi da donna e da grande vuole diventare una ragazza; “My Gay Sister”, storia di Gabbi che ha da poco realizzato di essere lesbica e sua sorella minore Cleo, di 10 anni, che non sa se ama i ragazzi o le ragazze; “Dusk”, che racconta di Chris, costretto da sempre ad adattarsi ai ruoli di genere imposti dalla società e “Bayard & Me” sulla vita di Bayard Rustin, leader americano del movimento per i diritti civili e omosessuale dichiarato, che negli anni ’80 adottò il suo giovane compagno Walter Neagle per legalizzare la loro unione, visto che ancora non era legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ovviamente i movimenti lgbt hanno tutto il diritto di organizzarsi il loro festival, ognuno è libero di fare ciò che vuole con il proprio corpo. Molto più discutibile è invece la scelta del comune di Bologna e della Regione Emilia Romagna di patrocinare un’iniziativa che promuove temi in gran parte rigettati dall’opinione pubblica italiana come le adozioni per gli omosessuali e la fluidità dell’identità sessuale dei bambini.

I due enti locali riappaiono anche sotto la voce “contributi” (così è riportato sul sito dell’iniziativa) insieme ad importanti aziende locali e al Ministero dei Beni Culturali.

Ma se il patrocinio prevede solo un sostegno meramente simbolico da parte dell’Istituzione coinvolta non è così per i contributi. Il consigliere comunale di Forza Italia Marco Lisei fa sapere da suo profilo Facebook che il Comune ha elargito un finanziamento di 25.000 euro senza nemmeno passare per un bando pubblico sugli eventi culturali. Lisei riferisce infatti che il sostegno economico viene garantito ogni anno poiché il festival è considerato organico alle attività socio-culturali del Comune di Bologna.

“È sconcertante ed avvilente pensare che i soldi pubblici vengano utilizzati per attività nella migliore delle ipotesi di dubbio gusto, nella peggiore offensive e dal contenuto blasfemo”, dichiara alla Nuova BQ Lisei, “Bologna sta diventando la capitale del gender proprio grazie a questi finanziamenti. Arte e culture sono libere, ma i soldi pubblici no, sono di tutti e non è accettabile vengano utilizzati non per promuovere una millantata sensibilizzazione alle differenze, ma per imporre un modello sociale che non prevede più alcuna distinzione di sesso”.

L’esponente del consiglio comunale denuncia anche “la continua volontà di entrare nelle scuole, andando a ricercare il consenso di fasce di età sempre piu basse e deboli, spesso celando i contenuti alle famiglie. Una vera e propria dittatura che diventa arroganza quando bolla qualsiasi opinione contraria come omofoba e razzista”.

Infine, tra i contributori di Gender Bender non sorprende vedere marchi locali come Coop o Granarolo, stupisce invece la New entry a sorpresa: la Confcommercio-Ascom della provincia, la stessa associazione che qualche anno fa aveva espresso l’unico sindaco “bianco” nella storia di Bologna, Giorgio Guazzaloca, e che da sempre viene accostata agli ambienti cattolici felsinei.