• Libertà DI ESPRESSIONE

Anche Macron usa la "pandemia" per imbavagliare la Francia

Approfittando dell'emergenza Covid-19 i governi progressisti stanno introducendo leggi liberticide. Mentre in Italia si discute il Ddl Zan, la Francia ha adottato una legge contro il discorso d'odio online come primo atto non legato alla pandemia: i social network decideranno quali contenuti eliminare anche se magari saranno legali. Molti hanno criticato il testo, ma una norma simile è passata anche in Germania.

A febbraio, il governo Macron l'aveva promessa, in queste ore, nel bel mezzo della ripartenza dopo il "confinamento" alla francese, l'ha formalizzata: la legge contro i discorsi d'odio su internet è stata definitivamente approvata. «La Francia deve tracciare nuove linee rosse e lo faremo, con misure concrete", aveva detto, e adesso il governo è certo che la legge che porta il nome del deputato Laëtitia Avia (LREM) cambierà il modo di pensare del Paese.  

La Francia ha adottato una legge contro il discorso di odio online e che si affida totalmente alla responsabilità dei giganti della Silicon Valley. Dopo mesi di dibattito, la camera bassa del Parlamento, infatti, ha adottato la controversa legge che richiederà alle piattaforme come Google, Twitter e Facebook di rimuovere i contenuti giudicati come «incitamento all'odio» entro 24 ore e per la propaganda terroristica entro un'ora. In caso contrario le multe potrebbero arrivare fino a 1,25 milioni di euro. Nel mirino ci sarebbero, in particolare, l'incitamento all'odio, alla violenza e gli insulti di natura razzista o religiosa.

La legge non è altro che l'eco di quel che è stato approvato in Germania nel 2017. Il disegno di legge è stato il primo atto legislativo non legato al coronavirus ad essere votato da quando la Francia ha imposto la zona rossa a metà marzo. E già questo ha fatto molto discutere. La motivazione del Ministro degli Affari digitali, Cédric O, è che «durante la quarantena, i discorsi di odio online sono aumentati ... Non si può più fare affidamento sulla buona volontà delle piattaforme. [La legge] è il primo mattone di questo nuovo paradigma di regolamentazione delle piattaforme».

Se la riforma delle pensioni è stata così rinviata, ancora, a tempo indeterminato, i cosiddetti discorsi d'odio sono la nuova emergenza che fa discutere da tempo e che l'opposizione non riesce a digerire. «Questa legge è un attacco alla libertà di espressione ed è anche legalmente debole», ha scritto il senatore Bruno Retailleau, membro del partito conservatore Les Républicains, aggiungendo che il suo partito avrebbe deferito la legge al Consiglio costituzionale.

La legge fresca di Gazzetta sembra non mettere d'accordo nessuno. Le istituzioni dell'UE stanno da tempo discutendo un progetto per regolare i contenuti di natura terroristica e non solo, sebbene però a Bruxelles sia tutto fermo, hanno comunque chiesto alla Francia di aspettare a legiferare per adeguarsi prima alle linee guida Ue. Sia da destra che da sinistra - ognuno per quel che più gli riguarda - sono arrivate forti critiche al testo. L'accusa è più o meno la medesima: la libertà di espressione compromessa e affidata a degli attori privati. Gli oppositori del testo temono inoltre che, per paura delle multe e in assenza di sanzioni significative per la "censura eccessiva", i social network saranno incoraggiati ad eliminare contenuti che sono comunque legali. E quindi procederanno a rimuovere secondo opinioni arbitrarie, le loro.

Nel voto finale, i deputati hanno anche dato il via libera ad un emendamento che costringe le piattaforme a smantellare la propaganda terroristica segnalata e il materiale sugli abusi sessuali su minori entro un'ora, tasto dolente per qualsiasi Paese Ue dove per certi argomenti di dibattito si viene censurati, mentre le istruzioni su come fabbricare una bomba fai-da-te restano alla portata di tutti.

Prima del voto, l'ONG dei diritti digitali La Quadrature, invece, esortava i cittadini a protestare contro il testo, sostenendo che la legge sul discorso dell'odio era stata trasformata in un "arsenale antiterrorismo" che conferiva alla polizia un potere incontrollato.

Nell'indifferenza quasi generale, il disegno di legge era statrichiesto dallo stesso presidente Macron lo scorso anno e poi presentato il 20 marzo 2019 dal deputato Laetitia Avia per testare il nuovo modello di regolamentazione della libertà di espressione.

«Il razzismo o l'antisemitismo non sono opinioni, ma crimini, e quindi è giunto il momento di trattarli come dovrebbero essere». Un'affermazione apparentemente attraente, rispetto alla quale non si può non essere d'accordo, ma non risponde al problema. Non si tratta di fare una campagna in difesa della libertà di pronunciare insulti razziali o di aizzare violenza contro questo o quel gruppo, ma semplicemente di avvertire i rischi per la libertà di opinione derivanti da tale testo: il cui effetto inevitabile sarà il rischio di un eccesso di arbitrarietà da parte degli operatori delle varie piattaforme.

In che modo i moderatori degli operatori affronteranno queste sottili evoluzioni, che devono essere seguite giorno dopo giorno? Si potrebbe prendere ad esempio l'incitamento al boicottaggio dei prodotti israeliani sui media online. Un argomento che spacca la Francia, basti pensare alle proteste che ci furono nel giugno del 2018 quando Macron espresse sostegno a Israele. Per alcuni è una protesta legittima contro la politica israeliana, per altri è una protesta odiosa perpetrata con mezzi violenti contro, comunque, un Paese che gode di un'enorme democrazia. Come abbandonare questa analisi a un semplice impiegato di una piattaforma, che si affiderà alle personali nozioni di geopolitica e rapporti tra stati esteri?

Quando nel settembre 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten vennero pubblicate le famose vignette satiriche di Maometto con una bomba al posto del turbante, per sette mesi si susseguirono violente proteste per tutto il mondo islamico che le considerava cariche d'odio. Ma la reazione islamica fu tale che la stampa occidentale si sentì così minacciata nella libertà d'espressione, che tanti i giornali in giro per l'Europa ripubblicarono le vignette incriminate. E a marzo 2006 la testata francese Charlie Hebdo pubblicò "Insieme contro il nuovo totalitarismo", l'appello di 12 intellettuali che denunciava l'islamismo come un totalitarismo. Si finì nelle aule di tribunale e alcune testate dovettero chiedere scusa all'islam. Nel 2018 è stato, invece, necessario spingersi fino alla cassazione per decidere la qualificazione da dare all'espressione "fu...church" dipinta sul petto nudo di diverse Femen, ma l'insulto nei confronti dei cattolici non fu ritenuto tale, anzi venne rivendicata la libertà d'espressione delle femministe.

La stampa francese è in subbuglio perché intende rivendicare l'indipendenza dallo Stato e dal potere politico. E contesta una legge che stabilirà l'entità di un sentimento - l'odio -, introducendo le repressione penale della coscienza. E nel frattempo si domandano se, adesso che la faccenda del coronavirus resterà oggetto di dibattito a lungo, anche nei confronti del governo, la legge approvata non servirà anche a stabilire se l'affermazione secondo la quale «il Presidente della Repubblica e il governo hanno mentito consapevolmente sull'assenza di mascherine e sulla loro efficacia nella lotta contro l'epidemia dovrebbe essere considerata "contenuto di odio"»?

Insomma pare proprio che da adesso le aziende multinazionali, che incamerano colossali profitti grazie ai dati degli utenti, si ergeranno a paladine dei diritti individuali, applicando criteri e parametri spesso oscuri e discutibili. La norma, come dicevamo, prende a modello quella approvata in Germania tre anni fa e che ha introdotto - ad oggi senza troppo successo - la censura sulle piattaforme social più importanti. Facebook, Twitter e YouTube hanno adesso il dovere di rimuovere o bloccare qualsiasi contenuto non apprezzato, comparso in rete, per conto dello Stato francese. I commenti offensivi, diffamatori o che incitano all'odio, a prescindere dal fatto che il contenuto sia accurato o meno, vanno cancellati e puniti nell'arco di una giornata.

Una censura di Stato bella e buona, capace di assoggettare la libertà di espressione a prese di posizione arbitrarie di società che applicheranno le sanzioni, al di là dello stretto necessario, per non correre il rischio di essere a loro volta sanzionate. D'altronde, quando i dipendenti delle società dei social media rappresentano la polizia del pensiero dello Stato, con ogni potere di delineare modi e confini del dibattito politico e culturale, decidendo chi e quando sarà autorizzato a parlare e che cosa dire, la libertà di espressione è un miraggio.
E forse è a essa stessa che si intende mirare. In ogni caso, e in qualunque circostanza, per gli analisti francesi la proposta di legge è, nella sua stessa natura, particolarmente liberticida.