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Anche Pippa condannata dal giudice di Soros

Il 20 aprile, giorno del 6° compleanno di Pippa Knight, la Cedu ha respinto il ricorso della madre, avallando il distacco del ventilatore deciso dalla giustizia inglese. A presiedere la sezione giudicante il bulgaro Yonko Grozev, per anni attivo nelle organizzazioni pro eutanasia di Soros. E altri due giudici hanno lavorato in Ong finanziate dall’Open Society.

Dopo i tribunali inglesi, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) non dà scampo a Pippa Knight. La nuova doccia fredda è arrivata martedì 20 aprile, proprio in occasione del sesto compleanno di Pippa. Quel giorno sette giudici della Cedu - di cui tre con alle spalle una militanza in organizzazioni legate a George Soros - hanno deciso all’unanimità di dichiarare inammissibile il ricorso presentato da Paula Parfitt, la madre della bambina inglese affetta da encefalopatia necrotizzante acuta. È decaduta così la misura provvisoria che la corte con sede a Strasburgo aveva concesso il 12 aprile, rinviando il distacco del ventilatore che tiene in vita la piccola. Fatte salve eventuali altre azioni della famiglia, di cui al momento non siamo a conoscenza, l’Evelina Children’s Hospital di Londra ha dunque di nuovo le mani libere per staccare legalmente il supporto vitale.

A presiedere la sezione che ha giudicato sul diritto alla vita di Pippa è stato il giudice bulgaro Yonko Grozev, di cui la Bussola aveva già parlato nel caso del polacco RS, quando gli avvocati della famiglia di origine ne avevano chiesto, invano, la ricusazione per il suo conflitto di interessi. Il curriculum di Grozev, come ha messo in luce un rapporto dell’European Center for Law and Justice (Eclj) sul periodo 2009-2019 e come si può verificare sul sito della stessa Cedu (vedi qui l’attuale elenco con i relativi Cv), riflette evidenti legami con Soros. Grozev è stato impegnato infatti nel consiglio di amministrazione dell’Open Society Institute, a Sofia (2001-2004), e in questa veste ha lavorato per diffondere una visione completamente distorta delle cure palliative, cercando di introdurre in tale campo - attraverso la promozione di cambiamenti nella normativa bulgara - concetti e pratiche pro eutanasia. Anni dopo è entrato nel Cda di un’altra organizzazione della galassia sorosiana, l’Open Society Justice Initiative (2011-2015), a New York. Dal 2015, anno in cui ha lasciato quest’ultima carica, è diventato un giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Tra i sette giudici che hanno votato per respingere l’appello della madre di Pippa ce ne sono altri due - il britannico Tim Eicke (nel Cda di Aire nel 2000-2008 e in quello di Interights nel 2004-2015) e l’austriaca Gabriele Kucsko-Stadlmayer (membro dal 2000 dell’Austrian Commission of Jurists, gruppo legato all’Icj) - che agiscono o hanno agito in passato per Ong finanziate dall’Open Society e attive in vertenze alla Cedu. E neanche per loro sono mancati casi, secondo quanto evidenzia il suddetto rapporto dell’Eclj, in cui sono stati chiamati a giudicare in una situazione di conflitto di interessi.

Il ricorso di Paula, assistita dal signor G.H. Moore, lamentava la violazione di diversi articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’art. 2 (diritto alla vita), l’art. 3 (proibizione di torture e trattamenti degradanti), l’art. 6 (diritto a un equo processo), l’art. 8 (rispetto della vita privata e familiare), l’art. 13 (diritto a un ricorso effettivo), l’art. 14 (divieto di discriminazione), più un paio di altri articoli di protocolli addizionali. Nella sua decisione la Cedu si è concentrata principalmente nel contestare la fondatezza del ricorso per gli articoli 2 e 8, racchiudendo in poche righe i motivi del rigetto delle rimostranze sui restanti punti.

Riguardo al diritto alla vita, i giudici hanno preso come precedente la decisione del 2015 sul caso di Vincent Lambert, scrivendo che allora «la Corte ha esaminato la questione del distacco del trattamento di sostentamento vitale esclusivamente dal punto di vista degli obblighi positivi dello Stato, in quanto ha distinto tra “astensione terapeutica” e “uccisione intenzionale”. Lo stesso approccio dovrebbe essere quindi adottato qui». In realtà, quello della Cedu è un ragionamento bacato perché staccare, come per Pippa, un sostegno salvavita quale il ventilatore equivale a eutanasia commissiva, e l’intenzione è chiaramente diretta alla morte della bambina in cura.

Riguardo all’articolo 8 della Convenzione, la Cedu ha riconosciuto che la giustizia inglese ha interferito con il diritto al rispetto della vita familiare, ma non ha ritenuto arbitraria né sproporzionata l’interferenza stessa. Partendo dal precedente di Charlie Gard, Grozev ha concluso che «il fatto che il quadro normativo nel Regno Unito conferisca la responsabilità per tali decisioni alle corti, e non ai genitori, non può essere impugnato». E poi ha citato un altro caso più recente (Vavřička e altri vs Repubblica Ceca, sulle vaccinazioni) per dire che lo Stato ha l’obbligo di agire secondo «il miglior interesse del bambino», concetto che però da anni si presta a numerosi abusi applicativi. E quello che si sta favorendo contro la vita di Pippa ne è un ultimo esempio.