• LA RIFLESSIONE

Anche rifiutare il vaccino è un'azione morale

La questione morale riguardo il vaccino anti-Covid non si esaurisce al livello dell'uso di cellule di feti abortiti o a quello della sicurezza ed efficacia del vaccino. Ma tocca anche l'uso ideologico e politico che si fa del vaccino, e che può portare legittimamente al rifiuto dell'inoculazione. 

La vaccinazione contro il Covid 19 presenta numerosi aspetti bisognosi di valutazione morale. Il primo è senz’altro quello della sua liceità morale quando il vaccino adoperato sia sperimentato, prodotto e testato utilizzando linee cellulari provenienti da aborti procurati. Dato che questo aspetto si misura con un atto – quale è l’aborto procurato – da ritenersi moralmente sempre un male, la questione che si pone in questo ambito è la liceità stessa del vaccino. Allo stato attuale, tra i moralisti cattolici ci sono, come noto, due tesi opposte: secondo gli uni il vaccino con quella provenienza non è moralmente lecito mentre secondo gli altri lo è. Ambedue portano i loro motivi. Il magistero si è pronunciato con il noto documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 21 dicembre 2020, secondo il quale l’uso di vaccini provenienti da feti volontariamente abortiti è moralmente lecito a certe condizioni.

Quello appena esposto è un primo fondamentale livello della valutazione morale dell’uso del vaccino. Chi supera quel livello accettando la soluzione della liceità si trova davanti poi ad un successivo passaggio, ossia la valutazione del vantaggio o del danno che il vaccino può causare ad un duplice livello: quello sanitario personale e quello sanitario in relazione al bene comune. Questa valutazione può essere fatta solo dopo aver accertato la liceità morale del vaccino (da esaminarsi nel primo livello visto sopra), non prima, dato che solo se l’azione non è in se stessa intrinsecamente cattiva si può passare a considerarne gli effetti positivi e negativi. Tuttavia questo secondo livello decisionale, per alcuni interpreti non è più strettamente morale, ma scientifico, in quanto dovrebbe essere appunto la scienza a definire i livelli di utilità o disutilità del vaccino e la coscienza dovrebbe prenderne atto.

Finora la discussione nel mondo cattolico sulla dimensione morale della vaccinazione è sostanzialmente posizionata su questi due livelli. Qualche posizione è ferma addirittura al primo, quello di stabilire la sua liceità in quanto non in contrasto con nessuna norma morale negativa assoluta. Qualche altra entra anche nel secondo livello in vario modo, con la tendenza però a mettere la coscienza nelle mani della scienza. Il problema della imposizione da parte della pubblica autorità dell’obbligo della vaccinazione, con le conseguenti limitazioni della libertà personale, viene affrontata solo in questo contesto. In genere si tende a dire che il bene comune prevale sul bene individuale, anche se, a dire il vero, tra i due non ci può essere contrasto, in quanto il bene comune non è un bene superiore e altro rispetto ai beni delle singole persone.

La problematica morale della vaccinazione non si ferma però a questi due livelli, ma ne investe altri. Si impone infatti alla coscienza di valutare anche il contesto in cui la vaccinazione oggi si colloca. Un primo elemento di questo contesto è che i dati vengono sistematicamente distorti, non solo per l’incertezza statutaria delle scienze implicate, non solo per certi ritardi tecnici nel loro reperimento, ma per decisioni politiche e per interessi di parte. Tenendo conto di questo, anche il suddetto secondo livello dell’analisi dei costi e dei benefici diventa impossibile in quanto fuorviato fin dall’inizio dalla manipolazione interessata dei dati. Una persona, in altre parole, può decidere in coscienza di non farsi vaccinare, non solo per motivi sanitari, ma per non collaborare con un dannoso sistema di falsità pianificate.
Su elementi di fondamentale importanza per la decisione morale di vaccinarsi, quali ad esempio se ci sia veramente uno stato di necessità grave e attuale, oppure se i vaccini siano sufficientemente testati e non comportino una incerta e pericolosa sperimentazione di gregge, al cittadino non sono forniti elementi oggettivi, ma volutamente approssimativi, accompagnati da una “campagna pubblicitaria” per il vaccino che ha poco di scientifico e molto di politico.

Una persona che avesse conoscenza sufficientemente motivata che il vaccino è stato fin dall’inizio una scelta ideologica e politica, per la quale sono state sacrificate altre strade terapeutiche almeno potenzialmente utili, e non una decisione primariamente sanitaria, avrebbe il dovere di contrapporsi a questo disegno non sottoponendosi alla vaccinazione. In questo caso la motivazione sarebbe ugualmente legata al bene comune, il quale non ha solo un aspetto sanitario, anzi l’aspetto sanitario ne è una parte che non può essere in contrasto con altre parti e che trova luce dal tutto.

La limitazione della libertà personale, l’obbligo a vaccinarsi sotto minaccia di licenziamento, la situazione di ignoranza in cui si viene abbandonati, il controllo del potere sanitario in vece di quello politico sugli spostamenti dei cittadini … in assenza di motivi sanitari certi e indicativi di una gravissima emergenza possono motivare la scelta morale di rifiutare di vaccinarsi, con ciò non negando il contagio in atto ma denunciando un suo utilizzo contrario al bene comune anche se spacciato per bene comune dall’autoreferenzialità del potere politico.

La gestione politica della pandemia ha sopravanzato quella sanitaria, fornendo una narrazione sistematica e concordata da parte di tutti gli attori della comunicazione. Il cittadino in cerca di verità ha dovuto attingere ad una specie di samizdat, un circuito di informazione clandestina spesso accusata di essere inattendibile. Allora ci si chiede: una volta verificato se l’assunzione del vaccino non sia in collegamento con qualche atto intrinsecamente cattivo – come l’aborto procurato - la questione morale è finita? Credo di no, perché ci sono altri elementi da valutare, dato che la considerazione costi-benefici riguarda sì l’aspetto sanitario strettamente inteso, ma anche le conseguenze dell’uso ideologico e politico del vaccino, che impedisce addirittura di fare anche una seria valutazione sanitaria.