• NEGLI USA

Bibbie a ruba e più preghiere, effetti spirituali del Covid

Alabaster Co., una piccola impresa californiana che pubblica Bibbie, segna un aumento nelle vendite del 143% rispetto all’anno scorso. Il Pew Research Center mette in luce che in questi giorni hanno pregato il 24% degli americani che si dicono privi di appartenenza religiosa. Sono tra i segni di risveglio spirituale conseguenti al Coronavirus. La gente cerca quindi speranza e questa ha un nome preciso…

E se la pandemia, pur fenomeno umanamente disastroso, stesse propiziando abbondanti frutti spirituali? Quello che fino a pochi giorni fa era soltanto argomento teologico o pia speranza - benché suffragato da ascolti televisivi record di Messe e funzioni religiose - giorno dopo giorno assume i contorni di un’ipotesi concreta. Anche perché le prove che la rafforzano, perfino a livello internazionale, iniziano ad essere molte e su più piani, da quello commerciale a quello demoscopico. Ma andiamo con ordine.

Un primo suggestivo riscontro lo si ha dalla notizia che vede Alabaster Co. - piccola impresa californiana che pubblica i singoli libri della Bibbia in formato rivista, scelta pensata per raggiungere un pubblico di giovani - registrare un aumento della vendita dei suoi prodotti del 143%, rispetto allo scorso anno. «In questa pandemia senza precedenti e che sta cambiando la vita di tutti noi, le persone sono alla ricerca di speranza e rinascita», è il commento di Brian Chung, cofondatore e direttore aziendale di Alabaster Co., sul boom di vendite che sta registrando.

Un successo commerciale, quello dell’impresa californiana, che comunque - è bene precisarlo - non si sta risolvendo in un business dato che, dimostrando coerenza, Alabaster Co. ha deciso di devolvere la totalità dei propri proventi alle associazioni e realtà in prima linea nel contrasto al Coronavirus. In questo caso, insomma, la ritrovata attenzione verso i testi sacri sta portando buoni frutti anche sociali, a dimostrazione di come davvero il bene chiami altro bene. Tornando all’epidemia, abbiamo anche altri riscontri circa le conseguenze spirituali che, per quanto tragica, essa sta comportando.

Più precisamente, esistono almeno due indagini demoscopiche che vale la pena riprendere. La prima è Most Americans say Coronavirus outbreak has impacted their lives, un report di 25 pagine a cura dello statunitense Pew Research Center che ha messo in luce come più della metà degli americani (55%) abbia pregato per la fine della pandemia. Ma il dato più succoso è un altro: ha pregato il 15% degli americani che solitamente prega poco o mai e il 24% di quanti si dichiarano non appartenenti ad alcuna religione, fetta di popolazione che certo non va considerata automaticamente atea ma che non è neppure da ritenersi abituale alla preghiera.

Una seconda indagine è stata poi eseguita in questi giorni da Gallup, autorevole società americana di analisi e consulenza con sede a Washington e avente quasi un secolo di attività alle spalle, che - interpellando un campione di cittadini nell’intervallo temporale tra il 28 marzo e il 1° aprile 2020 - ha scoperto come molti, in aggiunta alle preoccupazioni economiche, sperimentino peggioramenti psicologici, relativi alla dieta e all’esercizio fisico. Ciò nonostante, il 19% degli interpellati ha dichiarato che la propria fede o spiritualità in questo periodo è migliorata.

È stata rilevata, e per completezza va detto, anche una quota di cittadini che ha definito vacillanti le proprie convinzioni religiose (3%), ma complessivamente i frutti spirituali del pur tremendo periodo sembrano essere netti. Ora, è vero che quanto fin qui riportato riguarda essenzialmente il mondo statunitense ed è altrettanto vero come la ritrovata attenzione alla preghiera non è certo da ritenersi qualcosa di esclusivamente cattolico, alla luce del noto pluralismo religioso americano. Ciò nonostante, questo insieme di riscontri un insegnamento lo dovrebbe dare anche ai nostri pastori.

Quale insegnamento? Quello circa l’importanza non anche in questo periodo, si badi, ma soprattutto in questo periodo, di offrire ai fedeli - così come anche a quanti paiono lontani - parole di speranza autentica; laddove la speranza autentica, beninteso, non è altri che Cristo risorto, epicentro di quella solenne festa che fra l’altro a giorni arriverà, proprio mentre l’Italia registra un rincuorante rallentamento della crescita dell’epidemia. Il che, naturalmente, sarà da taluni liquidata come mera coincidenza. Chi però ha fede in quel Dio che, come noto, predilige il chiaroscuro non può non scorgere in tale sovrapposizione un ulteriore spunto, restando in tema, per una nuova evangelizzazione di cui l’Occidente ha quanto mai bisogno.