• EPIDEMIE E PECCATO/2

Castighi di Dio, correggere i figli è misericordia

San Tommaso osserva che l’uomo si relaziona a tre livelli: con sé stesso, la società e Dio. Ogni suo peccato provoca dunque una triplice pena, che riflette un disordine. Quando Dio interviene con un castigo lo fa sempre dopo una serie di infedeltà dell’uomo e altrettanti richiami, così da ristabilire l’ordine tra le creature. Il suo fine è sempre correggere i figli che sono sulla via del male, perché vuole salvarli.

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Concludevo il precedente intervento sui castighi di Dio (clicca qui) con la necessità di passare dall’ascolto delle Scritture a un’intelligenza sistematica, in quanto un elenco di testi, sia pure organizzato, solleva interrogativi di fondo talvolta senza risposta. Ecco alcune puntualizzazioni.

1. Il virus dell'autocastigo

Chi ha letto i testi del precedente intervento sui castighi di Dio rischia l’impressione di trovarsi non di fronte a Dio Padre, ma a “Il flagello d’un Dio punitor”, come conclude l’ultima aria della Maria Stuarda di Donizetti con uno strepitoso sovracuto su “punitor”. No, Dio non può fare cattiva figura e allora si rimedia con un virus teologico che da qualche tempo va girando: l’autogiudizio o l’autocastigo nel senso che il peccatore si condanna da sé stesso e il dolore è interno al peccato senza una pena aggiunta e se ci sono disgrazie e malattie è perché è normale. Così Dio non recita parti antipatiche e la sua misericordia è al salvo. Nel 2017, centenario di Fatima, qualcuno ha riletto in questo senso i castighi previsti dalla Madonna.

Intendiamoci, la spiegazione è vera ed è supportata anche da citazioni bibliche, ad esempio: «la tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono» (Ger 2,19), «le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito» (Sap 11,16). Ma diventa un virus quando assurge a “unica” interpretazione delle Scritture in argomento. Infatti, se si ricercano tutti i passi dell’AT e del NT con i termini “castigare, punire” e simili, si genera un corposo elenco. E così Dio avrebbe tante volte parlato e lo Spirito Santo ispirato le Scritture per comunicare un contenuto che non è quello che appare dal testo? Ma via, siamo seri!

2. Tre cerchi umani non confondibili

San Tommaso d’Aquino († 1274) osserva che l’uomo vive relazionandosi a tre livelli: con sé stesso, con la società, con Dio. Se vive virtuosamente ad ogni livello, è fondamentalmente felice e consegue il premio. Ma se pecca, il peccato provoca una triplice pena: «una da sé stesso, che è il rimorso di coscienza; un’altra dagli uomini; una terza da Dio» (I-II, q 87, a 1). Questi tre livelli sono integrabili ma non confondibili: così se uno anche in piccole cose viene meno al patto sociale (secondo livello) - non pagare il biglietto sull’autobus o sul treno -, la società non può accontentarsi del rimorso (primo livello), ma commina una multa.

Allo stesso modo è logico che Dio intervenga con un castigo, anche se qui può sembrare che Dio abdichi alla sua paternità e al suo proposito di salvezza.

3. Quando Dio punisce non fa una brutta figura

Sempre secondo san Tommaso d’Aquino, la vendetta - non come la si intende nel linguaggio corrente ma nel senso tecnico di «infliggere un male penale a chi pecca» - è lecita e normale. È lecita perché si porta sul bene, che è l’emendamento di chi pecca o perlomeno il suo «contenimento a compiere il male e a mettere in discussione la quiete degli altri»: e in questo senso, perché conservi il carattere di virtù, deve essere praticata «nella debita misura». Diventa invece illecita «se chi la compie ha solo l’intenzione di provocare del male», perché sarebbe un atto di odio (II-II q 108, a 1; ad 3um).

Senza ovviamente compiere atti unicamente volti a provocare il male e anzi sempre con l’intento correttivo, Dio fa lo stesso e dunque non fa una brutta figura. Ma questo a noi oggi dà fastidio, anche quando lo troviamo scritto nella Bibbia, perché ci sembra che Dio sia troppo umano e da lui vorremmo qualcosa - anzi tanto - di più. Ma... e se provassimo a rovesciare la prospettiva? Infatti non è Dio che imita noi, ma noi che - anche negli ordinamenti penali quando sono retti e correttivi - in debolissima misura imitiamo la giustizia e la sapienza divina.

Continuando a seguire la riflessione di san Tommaso d’Aquino, «premiare o punire compete a chi stabilisce una legge e questo è il caso della divina provvidenza» (Contra Gentiles 3,140), che ha stabilito le leggi del mondo creandolo e ordinandolo, le leggi dell’armonia dell’uomo nel suo interno e nei rapporti con gli altri, le leggi che derivano dal patto di alleanza con Abramo, Mosè e oggi con tutti i fedeli di Gesù Cristo. Punire - strettamente relativo a premiare e dunque Dio non si limita a punire - comporta comminare delle pene, che però «sono comminate da Dio non per sé stesse, quasi che Dio si compiaccia in questo (quasi Deus in ipsis delectetur), ma in ordine ad altro, cioè per l’ordine che deve regnare fra le creature, in cui consiste il bene dell’universo», il quale comporta che Dio con la sua sapienza retribuisca adeguatamente virtù e vizi (ivi 3,144). Non giudicare il male commesso, non provvedere a una sanzione correttiva o finale - quest’ultima, ahimè, non più correttiva -, significherebbe in ultima analisi mantenere come normale un mondo disordinato e significherebbe che il male ha l’ultima parola, mentre «ogni male deve in ultima analisi essere concluso in qualche bene» (ivi 3,140), in questo caso sotto la bontà di un giudizio divino e di una punizione conseguente.

Mi rendo conto che per un certo tipo di uomo di oggi, affascinato dalla spontaneità, dal caso, dal disordine e dal trasgressivo a cominciare dai pantaloni strapagati perché strappati ad arte, i ragionamenti di cui sopra rasentano il delirio; tuttavia è a questo tipo di uomo e di mondo armonico che Dio ci rieduca, un’armonia all’interno della quale rientrano i castighi non voluti direttamente da Dio, ma in conseguenza delle disarmonie provocate da noi.

4. Dio è un Dio cristiano ed è quello che si rivela nelle Scritture

Dobbiamo però andare oltre. Dio è quello che si rivela nelle Scritture e nella Tradizione e nell’intervento precedente abbiamo visto che il suo modo rivelato di relazionarsi con noi è che vuole la salvezza di tutti (cfr. 1Tm 2,4). Non solo: Dio conosce la nostra concretezza che comporta tante volte cadere e altrettante rialzarsi, che comporta il desiderio di essere nella sua amicizia ma con la difficoltà psicologica e strutturale a modificare certe situazioni, eccetera. Proprio per questo la proposta salvifica non è offerta una volta sola e poi basta, ma continua ad essere offerta tante volte nel tempo e questa “lentezza” è motivata dal fatto che Dio «non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).

È in questo orizzonte che vanno letti i castighi di Dio, che nella presente vita sono sempre “castighi” nel senso etimologico del termine, che deriva dal latino “castus agere”, rendere puro, corretto dagli errori, tanto che un tempo si parlava di edizioni di opere letterarie “castigate”, cioè corrette dagli errori delle edizioni precedenti. La primaria intenzione di Dio non è né punitiva né tanto meno uno sfogo vendicativo, ma semplicemente perché ci convertiamo, perché torniamo a Lui.

Tra l’altro, normalmente i castighi di Dio, a differenza dei rimproveri umani, non sono mai una sorta di fiato sul collo dopo ogni peccato, dal momento che «non si pronuncia una sentenza immediata contro una cattiva azione»: da parte di Dio si tratta di divina pazienza, da parte nostra spesso comporta che «il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male» (Qo 8,11). I grandi castighi di Dio, ad esempio il diluvio o la fine del regno di Israele e l’esilio, avvengono dopo una serie prolungata di infedeltà e avversioni a lui. E a questo punto mi pare che chi volesse interpretare il Covid-19 come un castigo di Dio - preciserò in seguito come e con quale grado di certezza - dovrebbe interpretarlo: a) come un intervento correttivo; b) come un intervento a seguito di numerosi e continui allontanamenti dalla legge di Dio, non solo quella evangelica e della tradizione cristiana, ma quella che Dio ha posto nella natura, sempre più travolta da un delirio umano di onnipotenza.

5. Da parte di Dio è proprio necessario castigare?

Si potrebbe obiettare: se Dio desidera che torniamo a Lui, perché non continua a chiamarci invece di inviare dei castighi? Ahimè, questo non tiene conto della condizione umana, ma di speculazioni irreali e buoniste, che vorremmo imporre a Dio, mentre nella vita quotidiana non funzionano a livello di codice della strada, di tasse, di biglietti del treno ecc., non proposti con sole campagne di “mentalizzazione”, ma sempre legati a una sanzione.

Tralascio le citazioni, soprattutto dell’AT, sulle correzioni a livello di frusta - «frusta e correzione sono saggezza in ogni tempo» (Sir 22,6) -, legate a una cultura che non è più la nostra e che non siamo tenuti a ristabilire. Ma richiamo un passaggio illuminante della Regola di san Benedetto, la quale riconosce che - a fronte di una colpa grave - la correzione più forte e medicinale è la “scomunica”, ossia la separazione temporanea del colpevole dalla comunità; questo però suppone una certa finezza nel soggetto che deve comprendere la portata del provvedimento - «se capisce che cosa è questa pena» (23,4) -, mentre se il soggetto è un improbo o un rude che non arriva a riflessioni così sottili, «sia sottomesso a una pena corporale» (23,5), che certo sarà in grado di capire. Castigo corporale a parte, noi ci comportiamo così, la società civile si comporta così: perché vorremmo imporre a Dio un altro comportamento?

6. Dio è un Dio... metafisico

Paolo, rivolgendosi ai filosofi dell’Areopago di Atene e citando un poeta pagano, disse di Dio: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28) e rivolgendosi ai fedeli precisò: «È Dio che suscita in voi il volere e l’operare» (Fil 2,13). Nell’AT il saggio già spiegava che ««il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore: lo dirige dovunque egli vuole» (Pr 21,1) e il profeta aggiungeva che Dio può servirsi anche di Ciro, il re persiano che non lo conosceva: «Anche se tu non mi conosci» (Is 45,4-5).

A partire da qui, la saggezza filosofica cristiana ha elaborato un pensiero metafisico su Dio, secondo il quale, nell’agire che avviene nel mondo, Dio non è uno tra gli agenti, sia pure particolarmente forte, ma è colui che sostiene tutto nell’agire e nell’essere, compresi i demoni, per cui la sua azione avviene attraverso influssi sugli elementi naturali e sulle persone. Applicato all’ipotesi del Covid-19 come un castigo di Dio, significa che la pandemia è normalmente spiegabile con cause naturali o di malizia umana. L’ipotesi di un castigo di Dio è uno sguardo di fede, che si può proporre ma non imporre.

Ahimè, chiedo scusa ai lettori, ma il discorso cresce come un impasto lievitato, per cui per arrivare alla fine sarà necessario un terzo intervento. A presto.

PRIMA PARTE: Castigo di Dio, ma per salvarci. Dice la Scrittura

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