• VIRUS E VACCINO

Cavie umane: lecito in teoria, sconsigliabile per il Covid

È lecito farsi infettare? In teoria sì, ma solo a determinate condizioni, che riguardano la moralità del fine ricercato, il rapporto tra eventuali effetti negativi (da non desiderare) e positivi, lo stato di necessità, ecc. Se le probabilità di ottenere un vaccino efficace in tempi ristretti sono molto basse, il rischio non è accettabile, anche perché le aziende produttrici potrebbero voler bruciare le tappe. E, tra l’altro, esistono le normali misure di cura e prevenzione.

Abbiamo già letto su queste colonne dell’appello di 150 scienziati rivolto al direttore dell’americano National Institute of Health affinché si trovino dei volontari da vaccinare, disposti poi a farsi infettare dal Coronavirus al fine di testare su di loro l’efficacia della copertura vaccinale. Da qui l’interrogativo morale: è lecito farsi infettare? La risposta è affermativa a patto di rispettare alcune condizioni.

La risposta affermativa è anche quella che suggerisce l’intuito: lecito esporsi ad un rischio per la propria incolumità per tutelare un bene proprio o altrui, quale il patrimonio, la salute, la vita, la fede, etc. Pensiamo in tempo di guerra ai soldati al fronte, ai civili che nascondevano gli ebrei; in tempo di pace ai medici e agli infermieri che hanno curato pazienti con il Covid, ai vigili del fuoco quando intervengono per spegnere un incendio, alle forze dell’ordine quando sventano una rapina, al privato cittadino che si butta in acqua per salvare un bagnante che sta per affogare. E gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito.

Vediamo ora quali sono i criteri da rispettare affinché sia lecito infettarsi. Al caso si può applicare il principio del duplice effetto, dato che abbiamo un’azione materiale (farsi infettare) che produce (almeno) due effetti contrapposti. Uno positivo: una possibile difesa contro il virus. Un secondo negativo: possibili danni all’organismo provocati dall’infezione. Affinché tale azione sia moralmente lecita occorre rispettare tutte le seguenti condizioni.

La prima: il fine ricercato deve essere moralmente lecito. L’azione materiale di infettare è informata dal fine lecito “curare”, ossia l’atto materiale di inoculare il virus è compiuto al fine di trovare un vaccino efficace.

Secondo: il possibile effetto negativo non è ricercato direttamente, ma solo tollerato. I volontari non si farebbero inoculare il virus per ammalarsi o addirittura per rischiare di morire: eventuali patologie sarebbero meramente tollerate, non volute.

Terzo: gli effetti negativi non devono essere la causa dell’effetto positivo. Eventuali patologie rappresenterebbero solo il segnale che quel vaccino potrebbe essere inefficace, fungerebbero solo da indicatori che avvertono che probabilmente si sta percorrendo la strada errata. Tecnicamente potremmo considerarle “condizioni”, non causa. Infatti il vaccino finalmente efficace non sarebbe causato/prodotto da queste patologie riscontrate in precedenti fasi di sperimentazioni, bensì dal lavoro dei ricercatori che, lo ripetiamo, avrebbero anche tenuto conto di quelle patologie presenti in precedenti trials.

Quarto: è necessario che gli effetti positivi siano di pari importanza o di maggiore importanza degli effetti negativi tenendo altresì in conto della probabilità che gli uni e gli altri si verifichino. Fermandoci al primo aspetto potremmo dare luce verde a questa sperimentazione: mettere a rischio la salute o la vita di pochi, con il loro consenso, per curare o salvare la vita di molti è atto proporzionato, ossia efficace (posto che sia garantito l’accesso universale al vaccino). Ma il secondo aspetto - il grado di probabilità che si verifichino gli effetti positivi e il grado di rischio in merito agli effetti negativi - è più dubbioso e deve essere risolto dai tecnici. Da una parte abbiamo un basso rischio di patologie severe o di letalità, dato che i volontari sarebbero giovani. Su altro fronte però - ed è l’aspetto cardine per risolvere il quesito morale - c’è da domandarsi: quale probabilità abbiamo, nei prossimi tre, quattro mesi, di produrre un vaccino efficace? Se la probabilità è remota, dato che i tempi di produzione sono assai ristretti, il rischio non è accettabile. Se è prossima, il rischio è accettabile. La parola quindi agli esperti.

Quinto criterio: lo stato di necessità, criterio che esige di adottare una tal condotta perché l’unica capace di produrre quegli effetti positivi con quel grado di probabilità. Tradotto nel nostro caso: per non fare ammalare di Covid le persone non possiamo che passare attraverso la procedura dell’infezione volontaria. Questo criterio dipende da quello precedente, ossia dalla probabilità di avere con questa procedura un vaccino efficace, calcolo delle probabilità che, come abbiamo già detto, è l’elemento scriminante per risolvere il quesito iniziale. Infatti le tempistiche ristrette, come già accennato, potrebbero compromettere l’efficacia del vaccino. Se ciò fosse certo o altamente probabile, far esporre i volontari ad alcuni rischi per la loro salute sarebbe scelta sproporzionata, senza poi tenere in conto le ingenti risorse economiche spese inutilmente.

Tale procedura quindi non solo non sarebbe necessaria, ma sconsigliabile. E dunque, nelle more di trovare un vaccino efficace e al fine di arginare l’infezione, non facendo così ammalare le persone, potremmo adottare alcune usuali misure di prevenzione, quali il distanziamento sociale, l’uso di mascherina, l’igiene delle mani. Tali misure sarebbero irragionevoli se perpetue, laddove ovviamente ci fosse la possibilità di avere un vaccino, ma di contro sarebbero ragionevoli se temporanee, ossia da adottarsi finché non si arrivi ad avere un vaccino ottenuto senza la necessità di avere dei volontari che vengano infettati. Dunque, lo ripetiamo, tenendo in conto il rapporto costi-benefici e il calcolo delle probabilità, appare più efficace seguire l’iter normale di produzione di un vaccino, seppur più lento, perché procedura più solida e intanto continuare con gli ormai consueti strumenti di prevenzione e di cura, qualora i primi fallissero. Non appare necessario, perché probabilmente inefficace, adottare il protocollo dell’infezione volontaria.

Valutazione diversa dovremmo fare se lo stato delle cose ci dicesse che le misure ordinarie di prevenzione sono difficilmente applicabili su scala mondiale, a motivo della cultura locale, di un atteggiamento di ribellione verso l’autorità costituita, di condizionamenti psicologici, di insofferenza, etc. In sintesi se fosse prevedibile che le misure ordinarie di contenimento non venissero adottate dalla gente e se i dati del contagio iniziassero a salire, la soluzione dell’infezione volontaria sarebbe moralmente lecita, seppur mancasse la certezza di produrre un vaccino efficace. Il gioco varrebbe la candela in tale stato di reale emergenza.

Torniamo al primo criterio: ci si infetta perché si vuole trovare un vaccino. Assai probabilmente questo è il fine ricercato dai volontari. Invece qualche dubbio lo abbiamo in merito alle aziende produttrici del vaccino e ai governi che spingono per avere un vaccino. Quasi con certezza riteniamo che si vogliano bruciare le tappe passando per l’infezione volontaria perché il vaccino è la gallina dalle uova d’oro. Il primo che mette le mani su questa gallina diventerà ricchissimo, perché si tratta di vaccinare l’intera popolazione mondiale. Allora coloro che vogliono questa procedura speciale temiamo che non la vogliano perché prima si trova il vaccino più vite si salvano, bensì perché se per primi troviamo il vaccino allora ci arricchiamo in modo inverosimile.

In merito poi ai governi, avere il prima possibile un vaccino significa - oltre che risollevare le sorti economiche e sociali di un Paese, e queste sono finalità lodevoli - passare alla storia come salvatori della patria e ipotecare seriamente altri anni di governo. Se queste fossero le reali finalità perseguite, che potremmo sintetizzare come “interessi particolari vs bene comune”, allora sarebbe scontato che non si vada troppo per il sottile nel valutare i rischi per la salute dei volontari e la reale efficacia del vaccino. In tale prospettiva il singolo volontario disposto a farsi infettare per il bene altrui perseguirebbe un fine moralmente lecito; di contro le industrie farmaceutiche e i governi che spingono per l’infezione volontaria per tutelare interessi particolari a discapito del bene dei volontari e della collettività perseguirebbero fini moralmente illeciti.