• IL VESCOVO DI PARIGI

C'è un problema chiese anche in Francia, ma c'è chi reagisce

Se l’Italia piange a causa dei decreti di Conte, la Francia non ride. Il presidente Emmanuel Macron, dopo essersi intrattenuto per circa tre quarti d’ora al telefono con papa Francesco, ha prospettato la ripresa delle Messe pubbliche per la metà di giugno e con un numero limitato di fedeli. E la polizia ha fatto già irruzione armata in chiesa. Ma, a differenza che in Italia, ha trovato il vescovo di Parigi molto determinato nell'opporsi.  

Che il covid-19 non sia un problema solo italiano, lo si era capito. Ed ormai si è anche capito che un po’ ovunque, approfittando dell’emergenza sanitaria, si stiano facendo prove tecniche di dittatura scientocratica. Uno dei suoi bersagli imprescindibili di questo totalitarismo “scientifico” (qualcuno si è forse dimenticato che i totalitarismi comunisti erano presentati come la realizzazione del marxismo scientifico?) appare chiaramente la libertà religiosa, nella sua modalità specifica di libertà di culto. Come ai tempi dell’esodo, quando al popolo ebreo venne proibito di recarsi nel deserto per sacrificare a Dio. E sappiamo come andò.

Il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. E così i nuovi faraoni si ostinano ad impedire che i cristiani possano tornare nelle proprie chiese per il culto di Dio. Interessante segno dei tempi.

Se l’Italia piange a causa dei decreti di Conte, la Francia non ride. Il presidente Emmanuel Macron, il 21 aprile, dopo essersi intrattenuto per circa tre quarti d’ora al telefono con papa Francesco, ha radunato in videoconferenza i responsabili dei principali gruppi religiosi presenti sul territorio francese. A rappresentare la Chiesa cattolica c’era Mons. de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims e presidente della Conferenza Episcopale Francese. Per l’occasione, Macron ha prospettato la ripresa delle Messe pubbliche per la metà di giugno e con un numero limitato di fedeli.

La notizia ha però – grazie a Dio - provocato la reazione dei cattolici francesi, con a capo i loro vescovi. Mons. Matthieu Rouger, vescovo di Nanterre, ha manifestato dalle colonne di Le Figaro la sua perplessità: «Non vedo alcuna ragione perché le scuole possano ricevere i propri alunni a partire dall’11 maggio, mentre le chiese non possono accogliere i fedeli a partire dalla stessa data». Roger ha poi inteso precisare che il suo pensiero riflette quello dei confratelli francesi.

Toni più accesi sono stati quelli di Mons. Robert Le Galle, arcivescovo di Toulouse: «Sono stato sorpreso dalla proposta del presidente della Repubblica, secondo la quale non vi saranno funzioni prima della metà di giugno, mentre nel contempo le persone potranno andare al McDonald’s». Ed ha aggiunto che «i cattolici hanno accettato di giocare al gioco del confinamento, ma non sarò in grado di trattenere la comunità». Per la serie: iniziano a girarci...

La CEF proverà allora a difendere la controproposta di riapertura del culto pubblico per il 17 maggio, ossia la prima domenica dopo l’apertura generale dell’11.

Intanto il laicato si è mosso per diffondere una petizione indirizzata al presidente Macron, per riavere Messe e sacramenti: «Bisogna ignorare del tutto la natura umana per non sapere che i bisogni spirituali non sono meno importanti di quelli materiali». Riferendosi poi alle recenti manifestazioni dei Gilet gialli, gli estensori dell’appello sottolineano, nell’atteggiamento del Governo, «due pesi e due misure, che gravano sulla porzione più tranquilla della Francia» e che costituiscono qualcosa di «profondamente scandaloso per la giustizia e che pregiudica gravemente la pace sociale. In ogni caso, è chiaro che la libertà dev’essere la regola, mentre l’interdizione l’eccezione, fondata sull’impossibilità di fare diversamente. E’ perfettamente possibile rispettare le regole sanitarie, garantendo nel contempo la libertà religiosa in Francia».

Di iniziativa popolare è anche questo video, che in meno di due giorni ha già oltrepassato le 8000 visualizzazioni. E’ un appello ai vescovi francesi, perché facciano di tutto per permettere ai fedeli di tornare alla Messa e ricevere la Santa Comunione, facendo leva sulla necessità di ricevere Cristo nei sacramenti, una necessità certamente non inferiore a quella di nutrire il proprio corpo, soprattutto in questo tempo così difficile. Si tratta di un appello che intende essere un aiuto ai propri pastori, perché presentino la propria richiesta forti del sostegno di migliaia di fedeli.

Pastori che si sono fatti sentire anche in un’altra occasione. Domenica 19 aprile, nella chiesa di Saint-André-de-l’Europe di Parigi, la polizia ha fatto irruzione durante una celebrazione eucaristia. Il parroco, padre Philippe de Maistre, scioccato, ha voluto subito avvisare l’Arcivescovo, Mons. Michel Aupetit, che non ha fatto attendere la sua reazione: «La polizia è entrata in chiesa con le armi, ma c’è un divieto formale per la polizia di portare le armi in una chiesa. Non c’erano terroristi! Dobbiamo mantenere la calma e fermare questo circo. Altrimenti parleremo e (…) parleremo molto forte!».

Anche in Francia, come da noi, il quadro normativo dettato dall’emergenza è (volutamente?) poco chiaro, e ha così offerto terreno all’iniziativa di agenti senza buon senso e con una spiccata tendenza anticlericale. Però in Francia, un vescovo, il vescovo a cui spetta la cura pastorale della chiesa ove è accaduto il fattaccio, si è alzato in piedi a difendere il suo sacerdote ed i suoi fedeli.

A qualcuno, magari dalle parti di Cremona, saranno fischiate le orecchie. Se un carabiniere entra in chiesa armato, se interrompe una Messa, non si tirano le orecchie al parroco ed ai fedeli, questi ultimi già sufficientemente provati dalla perdita dei propri cari e soprattutto non si spalleggia il probabile reato commesso dalle forze dell’ordine, ma si difendono le proprie pecore. Sennò la differenza tra pastori e mercenari diventa sempre più chiara.