• RAPPORTO METER/ DON DI NOTO

«Colossi del web, lobby e sette: così cresce la pedofilia»

Oltre 7 milioni di foto e quasi un milione di video pedopornografici denunciati nel solo 2019. «I casi che segnaliamo riguardano anche bambini da 0 a 2 anni… si dovrebbe sollevare il mondo davanti ai neonati stuprati». I colossi del web spesso non collaborano, «ma come si può usare il pretesto della privacy per un crimine così?». I governi sono inerti e c’è una «pedofilia culturale» che spinge per la «normalizzazione del crimine». «I pedofili appartengono a tutte le classi sociali, ma molti sono ricchi» e sono diversi «i riscontri del legame tra pedofilia e satanismo». Dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto annuale di Meter, don Fortunato Di Noto parla in un’intervista alla Nuova BQ.
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Trecentoventitré chat denunciate, 325 cartelle compresse .RAR, 8.489 link, 992.300 video (in calo rispetto all’anno precedente, quando erano 1.123.793) e addirittura oltre sette milioni di foto pedopornografiche. Per l’esattezza 7.074.194, più del doppio rispetto al dato del 2018 (3.053.317). Sono alcuni dei dati contenuti nelle 150 pagine del “Report annuale 2019 - Pedofilia e pedopornografia” presentato il 3 giugno da Meter, l’associazione fondata nel 1989 da don Fortunato Di Noto e che da allora è impegnata quotidianamente nella salvaguardia dei bambini.

Cuore di Meter è l’Osservatorio mondiale contro la pedofilia (Osmocop), specializzato nello scandagliare Internet, sia nella sua parte pubblica sia nel cosiddetto deep web. È su questa attività di monitoraggio che si basano le segnalazioni di Meter alle polizie di tutto il mondo. Ma il guaio, denuncia il rapporto, è che poche forze di polizia prendono sul serio le segnalazioni. A ciò si aggiungono le responsabilità dei grandi provider, le pressioni delle lobby pedofile e l’inerzia dei governi, tutti elementi che concorrono al dramma di innumerevoli bambini violati. La Nuova Bussola ha intervistato don Di Noto.

Don Di Noto, quali tipologie di bambini sono vittime della pedofilia?
Intanto, noi abbiamo distinto per fasce d’età, concentrandoci sulla pedopornografia e separandola dal resto della pornografia minorile, che è sempre gravissima ma è fuori dal nostro campo d’analisi, perché la pedofilia riguarda i bambini prepuberi, non più di 12-13 anni. I casi che segnaliamo riguardano anche bambini da 0 a 2 anni (4.006 video e 7.646 foto): questa è veramente la cosa più drammatica, si dovrebbe sollevare il mondo davanti ai neonati stuprati. Poi c’è la fascia 3-7 anni (272.363 video e 1.321.969 foto) e infine quella più richiesta, 8-12 anni (715.926 video e 5.742.734 foto). A volte le violenze riflettono una forma di schiavitù, a volte i bambini vengono legati, incatenati. Sembra di raccontare un film horror, ma è realtà.

E questo è difficile da far capire?
È difficile far capire che dietro questi numeri ci sono bambini in carne e ossa. Nel 2014-2019 abbiamo segnalato oltre 16 milioni di foto pedopornografiche, è vero che a volte sono ripetute o quasi uguali ma non si tratta di pochi bambini con un book fotografico da un milione di foto a testa… si tratta di milioni di bambini.

Nel rapporto, Meter denuncia la responsabilità dei colossi del web.
Com’è possibile che Meter può fare questo tipo di servizio, con il volontariato e pochissime risorse, e i colossi del web non riescono a trovare una soluzione con un algoritmo, con dei protocolli? La cosa che più inquieta è che in molti Paesi, dopo la richiesta dell’autorità giudiziaria di fornire i dati degli utenti, la soddisfazione di questa richiesta è su base volontaria, per la questione della privacy: ma può essere mai che si usi il pretesto della privacy per un crimine così?

Quindi, il web e i moderni dispositivi tecnologici garantiscono zone franche per la pedofilia.
Sì, per esempio i free hosting, cioè piattaforme libere dove magari i pedofili caricano il materiale e nel giro di 24 ore fanno sparire tutto. Noi su questo abbiamo lavorato tantissimo. Pensi che nel 2018 al primo posto risultava il dominio .to (1.717 casi), dell’isola di Tonga: non è che l’isola fosse un covo di pedofili ma quell’estensione veniva utilizzata in massa dai pedofili di tutto il mondo. All’inizio non ci credeva nessuno, anzi le autorità di Tonga ci rimproverarono… poi, quando abbiamo spiegato il meccanismo, c’è stata una collaborazione, è intervenuto direttamente il responsabile dell’uso del registro .to e il problema è stato quasi interamente risolto.

Se i domini non sono di per sé indicativi della provenienza, che cosa ci dice il fatto che la quasi totalità dei server si trova in due continenti: Europa e America?
La collocazione dei server è molto più indicativa. Come spieghiamo nel rapporto “Europa e America sono la culla della maggior parte delle aziende che gestiscono i server che permettono il funzionamento di molti siti o piattaforme in cui si divulga materiale pedopornografico”. E sono anche i continenti più ricchi e dove pure più si lucra sul materiale illecito.

Visto che il web è per sua natura senza confini, Meter auspica operazioni comuni a livello internazionale?
Sì, è fondamentale. Se manca la collaborazione internazionale tra i provider, le autorità giudiziarie e le associazioni come la nostra, è difficile intervenire in modo sistematico. Noi abbiamo rapporti di collaborazione con la polizia italiana e polacca. Quando ci sono queste collaborazioni è più facile intervenire.

Si interviene in che modo?
Il punto è individuare i soggetti che hanno creato lo spaccio di pedopornografia. Negli ultimi 15 anni abbiamo fatto sviluppare 23 operazioni nazionali e internazionali, centinaia di arresti, migliaia di indagati, tanti bambini individuati.

E questi bambini in mano a chi erano?
Questa è la cosa più inquietante. In certi filoni d’inchiesta ci sono organizzazioni criminali che sfruttano i bambini, anche per la produzione di materiale pedopornografico. Ricordo in questo senso un’operazione in Brasile, avviata dopo una nostra segnalazione. Un’altra operazione, che partì dall’Italia ma riguardava tutta l’Europa, individuò 250 bambini, anche italiani. Alcuni sono in mano a vere e proprie organizzazioni, altri casi avvengono in famiglia o in molti altri ambiti della società.

Nel rapporto voi parlate di pedofilia culturale. Che cosa si intende?
Ci sono migliaia di portali non necessariamente pedopornografici ma pedoculturali, dove si manifesta fondamentalmente un pensiero e cioè: la pedofilia - dicono - è un orientamento, il pedofilo nasce così e fa, in fondo, l’interesse dei bambini. Ci sono anche portali sui pedofili “virtuosi”, cioè coloro che hanno questi desideri ma affermano di non averli mai attuati: tutto questo è funzionale alla normalizzazione del crimine. Sono organizzazioni ben strutturate, che raccolgono fondi, dicono che “l’amore è amore”, “un bambino non può amare un adulto?”, ecc. Ci sono il Fronte di liberazione dei pedofili, la Boy Love Association, ecc. C’è pure la giornata dell’orgoglio pedofilo.

A questa opera di normalizzazione culturale in che modo contribuisce l’educazione al gender e, in generale, quella che è l’“educazione sessuale” comunemente intesa?
Papa Francesco dice che il gender è una “colonizzazione ideologica”. Il gender è un’ideologia che porta all’erotizzazione e sessualizzazione precoce di bambini e ragazzi, si dice che i minori possono decidere quello che vogliono e come vogliono. Il gender è pericoloso, perché mira a corrompere i bambini. Di questo passo, tra pochi anni la società giustificherà la pedofilia.

Anche attraverso le leggi?
Certo.

Se lei dovesse confrontare l'attenzione mediatica che riguarda la Chiesa - sia per casi veri che falsi (vedi per ultimo il cardinale Pell) di pedofilia - con l’attenzione che ricevono da parte della stampa i vostri rapporti annuali, le vostre segnalazioni, che riflessione farebbe?
Guardi, io ringrazio i pochi media e voci del mondo cattolico, mentre da parte dei grandi media c’è il silenzio assoluto. A maggio abbiamo fatto la XXIV Giornata di Bambini Vittime, la grande stampa non ne ha parlato… è la stessa stampa che incide sui palazzi, sulla politica. Due anni fa abbiamo mandato mille report a mille autorità nel mondo, ci siamo anche autotassati per le spese, ma invano. Possibile che sapere di migliaia di bambini stuprati non interessi a nessuno? Solo al pensiero, vengono i brividi. Tutti gli attivisti per i diritti dei bambini, dei diritti umani, dove sono? Se invece è coinvolto un sacerdote, se ne parla per anni.

Secondo i vostri riscontri, a quali classi sociali appartengono i pedofili?
A tutte le classi. Riguardo alla pedopornografia, significa avere dispositivi, carte di credito, disponibilità di denaro. Non è un fenomeno esclusivo dei ricchi, ma certo interessa molti benestanti. In tutte le classi sociali ci sono bambini violati, da parte soprattutto di uomini ma purtroppo anche di donne.

Per il 2019 voi avete preso in carico 142 richieste di aiuto - la maggior parte dal territorio siciliano (96), lo stesso della vostra sede - e 2 di queste riguardano situazioni in cui i pedofili provenivano da sette. Al di là di questo dato che interessa solo quella piccola parte di persone che hanno chiesto aiuto, in generale avete altri riscontri di legami tra pedofilia e sette sataniche?
Da due anni sono invitato al congresso mondiale degli esorcisti a Roma, e mi hanno chiesto proprio di approfondire il legame tra pedofilia e satanismo. Non vado lì a parlare di teoria, ma con alla mano documenti di operazioni di polizia fatte sia in Italia che all’estero. I riscontri ci sono, il materiale video-fotografico c’è. Ci sono bambini coinvolti in situazioni gravissime.

In cosa mancano i governi?
Più di 30 Paesi al mondo non hanno una legislazione che colpisca seriamente la pedopornografia. In Europa, a parte qualche vuoto, le leggi invece ci sono; l’Italia si può dire all’avanguardia sul piano legislativo, io sono stato anche tra i promotori della legge 269/1998 e nel 1997 il nostro Parlamento è stato il primo al mondo a votare una mozione contro la pedofilia. Quel che manca è l’applicazione di queste leggi.

L’inerzia di molti governi può essere anche frutto di una collusione con i salotti culturali pro pedofilia?
Io ho parlato sempre di lobby, di aggregazioni che fanno pressioni.

Riguardo al 2020, con il lockdown avete riscontrato qualche anomalia?
Tra marzo e aprile abbiamo avuto un aumento del 40% delle chat. Tante famiglie si sono rivolte a noi, e anche la Polizia Postale ha esortato i genitori a essere più vigili.

Riguardo alle 323 chat che avete denunciato nel 2019, si tratta solo di chat individuali o anche di gruppo?
Entrambe. Sono chat che sono state chiuse dopo nostra segnalazione, ma il problema è che ne nascono sempre di nuove. Le chat, su canali come Facebook, Instagram, Telegram, Whatsapp, ecc., sono luoghi privilegiati per lo scambio di materiale e l’adescamento di minori.

Meter ha lanciato un appello alle polizie di tutti gli Stati.
Io penso alle parole di Gesù, di essere “perfetti nell’unità”. Credo che sia importante unire le forze per i bambini, tutti gli Stati dovrebbero salvaguardarli. Ognuno deve fare la sua parte. I bambini devono essere al primo posto, perché una società che non mette al primo posto i bambini fin dal concepimento è una società fallita.