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Covid: Bolsonaro ammalato e i numeri del terrore

Il presidente brasiliano Bolsonaro è positivo al test Covid. Nei titoli in cui si dà questa notizia, si trova molto spesso l’aggiunta che Bolsonaro era il presidente che “sottovalutava il Covid”. È parte della stessa strategia mediatica che enfatizza i pericoli di una seconda ondata in Italia e sopravvaluta gli effetti dell'epidemia negli Usa di Trump

Jair Bolsonaro

Nella narrazione del terrore da Covid-19, una notizia fa gongolare non pochi commentatori: il presidente brasiliano Jair Bolsonaro è risultato positivo al test. Nei titoli in cui si dà questa notizia, si trova molto spesso l’aggiunta che Bolsonaro era il presidente che “sottovalutava il Covid”. Della serie “se l’è cercata”: lo stesso tenore di commenti (anche subliminali, basta un titolo messo in quel modo) che hanno accompagnato la notizia della malattia di Boris Johnson, a suo tempo. Gli altri temi della narrazione del terrore: impennata di contagi negli Stati Uniti, in particolare negli Stati del Sud, quelli più conservatori e vicini a Trump. E infine, ma non da ultimo, il timore per la seconda ondata in Italia. Tutta questa narrazione è a dir poco forzata e pare mirare più ad obiettivi politici che a una descrizione puntuale di questa fase della pandemia mondiale.

Prima di tutto, Bolsonaro è nel mirino della stampa (già dal giorno del suo insediamento), ma lo è in particolar modo da quando l’epidemia di coronavirus ha investito il Brasile. Il motivo è semplice: è esplicitamente contrario alla strategia di lockdown. Ritiene che le vittime di una crisi economica potrebbero essere molto superiori a quelle per malattia. Considerando le dimensioni del Brasile, Bolsonaro non ha tutti i torti: l’epidemia ha ucciso finora 66.741 brasiliani, un numero di vittime secondo solo a quello degli Stati Uniti. Si dimentica sempre però che, in rapporto alla sua popolazione, il Brasile è quindicesimo al mondo per numero di morti. L’Italia, con il suo rigidissimo lockdown, è al sesto posto. In Brasile, benché la situazione resti drammatica, si è passati da un picco di 1492 morti giornalieri del 4 giugno ai 656 attuali. La tendenza al calo non è consolidata, vi sono pericolose impennate giorno dopo giorno, ma non assistiamo comunque ad una situazione del tutto fuori controllo. Bolsonaro, dunque, ha affrontato un rischio calcolato e non ha tutti i torti quando afferma che, in un Paese in via di sviluppo come il suo, una crisi economica, dovuta a un lockdown diffuso, potrebbe causare anche più vittime. Oltre che di cattivo gusto, le stoccate sulla sua malattia sono dunque anche fuori luogo.

Passiamo ora agli Stati Uniti: è vera l’impennata di casi? Intanto, in rapporto alla popolazione, gli Usa sono al nono posto al mondo per numero di contagi (l’Italia è attualmente al sesto, meglio ribadirlo). Sono riscontrati molti più casi giornalieri. Il dato, però, non collima con il numero di morti giornalieri (378, il 6 luglio) che ha raggiunto il suo minimo storico, dal 26 marzo ad oggi. Ed è un dato in calo costante. Cosa potrebbe voler dire questa discrepanza? Potrebbe voler dire che l’aumento del numero dei casi è dovuto a un aumento del numero di test diagnostici. Mentre il crollo del numero dei morti indica una situazione complessivamente in miglioramento. Non diciamolo troppo forte (per scaramanzia), ma nonostante l’iper-esposizione mediatica dell’America di Trump, le cose potrebbero andare veramente meglio oltre Oceano. Stranamente a nessun commentatore viene in mente di dar la colpa alle manifestazioni di massa di Black Lives Matter, giganteschi assembramenti che però sono approvati anche da non pochi medici (che vi partecipano e li benedicono).

Per le proteste degli antirazzisti non vale la stessa regola, mediatica, del terrore per gli assembramenti. Terrore che nutre quotidianamente la narrazione del Covid-19. Vi ricordate cosa si diceva alla fine di aprile dei rischi legati alla riapertura del 4 maggio? Secondo un report finito direttamente nelle mani di Conte, si affermava che, riaprendo tutto, si rischiassero fino a 151mila malati in terapia intensiva, entro la fine di giugno. La previsione si è rivelata fortunatamente molto sbagliata: al 7 luglio i malati in terapia intensiva sono in tutto 70 (settanta).

A metà giugno, la grande festa per la vittoria del Napoli in Coppa Italia, aveva alzato a dismisura la soglia di allarme, facendo dire a Ranieri Guerra, vicedirettore generale delle iniziative strategiche dell'Oms: “Sciagurati. Fa veramente male vedere queste immagini”. Eppure, al 7 luglio: l'incremento settimanale dei casi è sopra la media nazionale, ma la prevalenza è sotto. E non ci sono nuovi focolai a Napoli. Nella Campania ve ne sono due: uno a Mondragone, nelle case abitate da immigrati bulgari e uno a Santa Maria di Serino, tutti casi riconducibili ad un unico nucleo familiare. Difficile trovare nessi con le feste per il Napoli.

I messaggi di questa narrazione sono soprattutto politici? Verrebbe da pensarlo, perché sono tutti coerenti fra loro: Bolsonaro e Trump sono nel mirino dei media (lo sono a prescindere, ma soprattutto dopo l’inizio dell’epidemia) perché si oppongono ad una strategia di lockdown. Idem per i governatori americani meno propensi a chiudere tutto. E per l’Italia vale lo stesso discorso: tutto ciò che sfida l’ordine “restiamo a casa” è descritto come un pericolo gravissimo: la “movida”, una festa calcistica, una riapertura delle attività economiche. Salvo poi, anche in Italia, fare vistose eccezioni, come la mancata condanna degli assembramenti del 25 aprile o quelli per le manifestazioni (italiane) di Black Lives Matter. È la difesa a spada tratta del “modello italiano” di lotta all’epidemia, derivato da quello cinese e una condanna a priori di tutto ciò che potrebbe sfidarlo. Eppure qualche dubbio lo dovremmo avere, proprio qui in Italia, il Paese che ha applicato il lockdown più rigido e duraturo del mondo ed oggi conta uno dei più alti numeri di morti al mondo (in rapporto alla popolazione) e la peggior crisi economica in Europa: la Commissione Europea prevede una contrazione del Pil italiano dell’11,2% il dato peggiore in tutta l’Ue.