• IL CASO

Doppio trapianto di polmoni, un’altra ombra sulla Cina

Salutato come un successo dalla propaganda di regime, il doppio trapianto di polmoni su un 59enne in fin di vita per il Coronavirus potrebbe nascondere l’ennesimo orrore della dittatura comunista: l’espianto forzato degli organi da uno dei tanti prigionieri di coscienza. A lanciare l’allarme è Nadine Maenza (USCIRF). E il rischio, visti i tempi record dell’operazione e i precedenti, è concreto.

Il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli, dice che «uno studio autorevole ha di fatto definito in almeno superiori a 30mila il numero delle vite che sono state salvate o delle morti evitate attraverso [le] misure di contenimento» adottate in Italia. Quante ne sarebbero state salvate in tutto il mondo se il Partito Comunista Cinese (PCC) non avesse mentito per settimane, bloccato l’informazione e perseguitato i medici che hanno cercato di dare l’allarme con l’avallo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Non solo. Mentre Pechino veste adesso i panni del “salvatore” per aver “sconfitto” il Covid-19 e per gli “aiuti” che dispaccia nel mondo, il “miracolo” della medicina cinese potrebbe nascondere un ennesimo abisso. Esseri umani usati come magazzino di “pezzi da ricambio” per altri.

Il 1° marzo il Global Times - l’edizione internazionale in lingua inglese dell’organo ufficiale del PCC, Rénmín Rìbào (il “Quotidiano del Popolo”) - ha dato notizia di un’operazione, avvenuta il giorno prima, 29 febbraio, nell’Ospedale del Popolo di Wuxi, nella provincia dello Jiangsu. Un intervento chirurgico unico nella storia: il trapianto di entrambi i polmoni a un paziente di 59 anni, che, contagiato dal Covid-19, versava in condizioni terminali. L’operazione è stata ovviamente salutata come un precedente decisivo nella lotta al nuovo morbo. C’è invece da augurarsi con tutto il cuore l’esatto contrario. I due polmoni utilizzati per il trapianto potrebbero infatti essere stati espiantati con la forza da uno dei milioni di prigionieri di coscienza di cui pullula la Cina neo-post-comunista.

A lanciare l’allarme è Nadine Maenza, vicepresidente della U.S. Commission on International Religious Freedom (USCIRF), una commissione indipendente del governo federale statunitense, creata nel 1998 per monitorare lo stato della libertà religiosa al di fuori degli Stati Uniti. L’unico modo in cui i polmoni trapiantati possono essere giunti al malato, afferma la Maenza in una intervista al quotidiano The Epoch Times, è attraverso la predazione su prigionieri di coscienza. Non c’è altra spiegazione, infatti, per i tempi rapidi dell’operazione. Al paziente erano stati dati pochi giorni di vita, ma in soli cinque si sono trovati i polmoni sani di un non-fumatore che sono arrivati in corsia super-preferenziale in un quadro generale che conta, nel Paese, 1,35 milioni di donatori per una popolazione di più di 1,4 miliardi di persone: a detta degli esperti, più che un record, un vero miracolo. Oppure un orrore. Peraltro, ampiamente già documentato.

La Cina è un Paese totalitario colmo di nefandezze. Fra questi vi sono l’aborto forzato imposto alle coppie dopo il primo figlio e appunto l’espianto forzato di organi dai prigionieri. Pechino sostiene di avere dismesso entrambi nel 2015. Ma la “politica del figlio unico”, costata negli anni circa 400 milioni di vittime, si è solo trasformata in politica “dei due figli unici” per meri calcoli di ragioneria e lo «human harvesting», come viene chiamato, è diventato semplicemente un po’ meno visibile.

A giugno l’Independent Tribunal into Forced Organ Harvesting of Prisoners of Conscience in China, noto come “China Tribunal”, ha dichiarato moralmente colpevole il regime cinese, affermando che «non vi sono prove del fatto che l’enorme infrastruttura legata all’industria cinese dei trapianti sia stata smantellata» e che «l’assenza di spiegazioni esaustive per la disponibilità immediata di organi porta a concludere che la pratica degli espianti forzati sia ancora in atto». A parte le proteste ufficiali di rito di Pechino, la documentazione fornita dal “China Tribunal” non è ancora stata confutata, e anzi dal 1° marzo è disponibile online nella forma di un libro di ben 500 pagine. Prove a iosa vengono pubblicate, sempre gratuitamente online, anche dalla Victims of Communism Memorial Foundation di Washington.

Ufficialmente, i trapianti di organi che vengono effettuati ogni anno in Cina sono compresi fra i 10.000 e i 20.000, ma gli esperti stimano che siano in realtà fra i 60.000 e i 90.000. Uno studio pubblicato dal periodico scientifico britannico BMC Medical Ethics nel novembre 2019 rileva come diverse prove indichino una realtà di fatto che gli autori «ritengono possa essere plausibilmente spiegata soltanto dalla falsificazione e dalla manipolazione sistematiche dei dati ufficiali cinesi sui trapianti di organi», fra cui il fatto che alcune donazioni forzate vengano invece elencate come volontarie, laddove quelle volontarie vengono spesso incentivate da pagamenti in denaro.

Ma la cosa ancora più agghiacciante è che, mentre l’USCIRF (non un oscuro sito complottista qualsiasi) gettava quest’ombra inquietante sul “miracoloso” doppio trapianto di polmoni del 29 febbraio, la Cina veniva eletta nel Gruppo consultivo del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite: cinque persone che hanno ruolo determinante nel selezionare i 17 incaricati delle indagini sul rispetto dei diritti umani nel mondo. Jiang Duan, delegato della missione diplomatica cinese nel Consiglio stesso, raggiunge quindi i colleghi di Venezuela, Pakistan, Eritrea e Qatar. Era il 1° aprile, ma non era uno scherzo.