• LA LETTERA

«Grati a Don Leonesi per le sue parole contro l’aborto»

Gli attacchi, spesso scomposti e irrispettosi, verso Don Leonesi, “reo” di aver difeso la vita nascente, dimostrano come nel nostro Paese esista una cultura anticristiana. Le sue parole contro l’aborto sono in linea con il Catechismo e noi, fedeli, lo ringraziamo per aver avuto il coraggio di pronunciarle

Abbiamo assistito in queste settimane alle polemiche e agli attacchi, spesso scomposti e irrispettosi, nei confronti di Don Andrea Leonesi, Vicario del Vescovo di Macerata, nati in seguito alla sua omelia sul tema dell’aborto.

Come firmatari di questa lettera vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà a Don Leonesi, vittima di un vero e proprio “agguato” che dimostra come purtroppo esista nel nostro Paese una radicata cultura “anticristiana”.

Le parole di Don Andrea, infatti, sono a nostro avviso perfettamente coerenti con la Dottrina sociale della Chiesa, che nel Catechismo al punto 2270 e 2271 afferma:

2270. La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita.

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5).

«Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 139,15).

2271. Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale:

«Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita» (Didaché).

«Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come pure l'infanticidio sono abominevoli delitti» (Gaudium et spes, 51).

Tale giudizio è stato ribadito da San Giovanni Paolo II nella sua enciclica Evangelium Vitae, che afferma:

Fra tutti i delitti che l'uomo può compiere contro la vita, l'aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all'infanticidio, «delitto abominevole».

Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20).

E più di recente ha ribadito il concetto Papa Francesco, che ha paragonato il ricorso all’aborto all’affitto di un sicario.

È evidente dunque che le parole di Don Leonesi sono perfettamente in linea con la Dottrina sociale della Chiesa, e anche con quella Legge Naturale che dovrebbe ispirare le leggi delle Nazioni.

È evidente altresì che la diffusione dell’aborto, che in Italia viene praticato oltre 80.000 volte l’anno, ovvero oltre 200 volte al giorno (notare come questi numeri siano in linea con le morti che registriamo in questi giorni per il Covid… eppure queste fanno molto scalpore mentre l’uccisione di altrettanti feti innocenti sembra non generare nemmeno più alcuna reazione nell’opinione pubblica), rientra tra le cause di un diffuso trend di denatalità che caratterizza ormai da numerosi anni il nostro Paese, con conseguenze evidenti anche sul piano sociale ed economico.

Come ben sanno gli studiosi di demografia, infatti, è necessario un tasso di natalità di almeno due figli per donna per mantenere nel lungo periodo una sostenibilità della piramide demografica: sostenibilità che viene pesantemente minata dall’aborto e dalla cultura anti-famiglia che purtroppo si è diffusa sempre più negli ultimi decenni.

Sappiamo bene altresì che i padri della Patria vollero assegnare nella Costituzione una tutela particolare alla famiglia, riconoscendo l’importanza di essa come nucleo sociale elementare su cui si fonda l’intera società, e citarono espressamente la difesa della maternità tra gli obiettivi della nascente Repubblica.

È perfettamente comprensibile, e in linea pure con il nostro ordine costituzionale, anche l’appello pronunciato dal Vescovo Nazzareno Marconi, affinché lo Stato possa davvero tutelare quel diritto alla maternità che si traduce anche in diritto della donna a non abortire!

Tutte queste considerazioni ci spingono dunque a prendere le difese di Don Leonesi - vittima anche in questi ultimi giorni di attacchi vigliacchi con interviste registrate di nascosto e video ritagliati ad hoc con lo scopo di screditarlo - e anzi a ringraziarlo per aver avuto il coraggio di sollevare un tema, come quello dell’aborto, che lungi dall’essere un diritto naturale della donna rappresenta invece un fallimento dell’intera società che si perpetua nell’indifferenza generale, con conseguenze gravi sia sotto il profilo morale che sotto quello sociale ed economico.

I firmatari:

Alessandro Guzzini - Presidente UCID (Unione cristiana imprenditori dirigenti) Macerata
Mario Natalucci - Presidente UCID Fermo
Mons. Pietro Spernanzoni
Giuseppe Rivetti - Professore di Diritto Tributario ed Ecclesiastico
Luca Marconi
Paolo Pagnanelli
Graziella Vitali
Gianfranco Fuselli
Don Pompeo Santese, Assistente Ecclesiastico UCID Fermo
Alessandro Andolfi
Lucia Dignani