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Il coronavirus, la Madonna e Benedetto XVI

La società ci fa pensare di poter essere eternamente giovani, in buona salute anche in età avanzata, ma queste sono illusioni. A ricordarcelo è il coronavirus. Per sperare bisogna quindi rileggere le parole di Benedetto XVI in occasione dell'anniversario delle apparizioni della Madonna a santa Bernadette.

In questi giorni, in tutto il mondo, non si fa altro che parlare di questa epidemia del coronavirus. Ci sono pagine di giornali, migliaia di video su YouTube, milioni di post su Facebook, che ne parlano continuamente, dandoci notizie più o meno affidabili. Questo perché, com’è naturale, la malattia ci fa paura, facendoci toccare in modo veramente concreto la nostra fragilità. Forse questo è anche un elemento “positivo”, nel senso che il richiamo alla nostra fragilità è anche un richiamo alla realtà, in quanto siamo esseri fragili.

La Chiesa festeggia la Madonna di Lourdes l’11 febbraio, giornata che dedica anche ai malati. I poveri, i malati, i sofferenti… Non sono queste le categorie a cui ci fa piacere appartenere, quelle di persone in grande difficoltà esistenziale. Nessuno vuole essere povero, malato e nessuno vuole essere sofferente. Ma purtroppo, se siamo fortunati nello sfuggire alla povertà, non lo saremo altrettanto nello sfuggire alla malattia e alla sofferenza, in quanto esse entrano nella vita di tutti prima o poi.

Siamo esseri deperibili; questo è solo un richiamo alla realtà. La società ci fa pensare di poter essere eternamente giovani, sempre in buona salute, efficaci e potenti anche in età avanzata; ma in realtà queste sono solo pie illusioni, cose che ci piace pensare per non voler affrontare la realtà per quello che è. E la realtà è che siamo esseri deperibili. Quindi, la malattia è qualcosa di compreso nel “pacchetto della nostra esistenza“. Ci fa paura, ed è giusto così, perché il nostro istinto ci richiama alla sopravvivenza. Ma, come detto, essa ci porta anche a vedere la vita per quello che è, a mettere tutto in prospettiva.

Seneca diceva: “Se vuoi sapere volta per volta che cosa evitare o che cosa ricercare, guarda al sommo bene, il fine supremo di tutta la tua vita. Ogni nostra azione vi si deve accordare: se uno non ha già disposto la propria vita nel suo complesso, non potrà deciderne i particolari. Nessuno, per quanto abbia pronti i colori, può fare un quadro somigliante, se non sa già che cosa vuol dipingere. Noi tutti decidiamo su singoli episodi della nostra vita, non sulla sua totalità e questo è il nostro errore”.

La malattia ci aiuta a vedere la vita nella sua totalità. Se è logico che cerchiamo di evitarla a tutti i costi, quando ce la troviamo davanti, cerchiamo di trarne qualche buon insegnamento. Sempre Seneca avverte: “Ma è proprio una vergogna per un individuo assennato che il rimedio al dolore sia la stanchezza di soffrire: è meglio che sia tu a lasciare il dolore, non il dolore te; rinuncia subito a un atteggiamento che, anche volendo, non sarai in grado di sostenere a lungo”.

Un elemento importante nel tempo della prova è la preghiera, che aiuta a mettere nelle mani di un Altro quello che non si riesce a sopportare nel momento della disperazione. L’atteggiamento di preghiera non ci fa bene solo spiritualmente, ma anche fisicamente, in quanto un atteggiamento positivo, di fiducia, aiuta un eventuale processo di guarigione. La malattia non è solo a livello fisico, ma spirituale. Corpo e spirito non sono disgiunti, se si cura uno influisce anche sulla sperata guarigione dell’altro.

Proprio in questa festa della Madonna di Lourdes, papa Benedetto XVI fece il suo discorso in cui annunciò la sua rinuncia all’esercizio del ministero petrino. Era il 2013. In quel discorso il Papa pronunciò queste parole: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. Molti si sono affannati per comprendere il significato di queste espressioni, ma certo ci dicono della fatica che affanna non solo la nostra parte materiale, ma anche quella spirituale e di conseguenza quella psicologica.

Nello stesso giorno veniva promulgato il messaggio preparato dallo stesso Pontefice per la giornata internazionale del malato. In esso, tra l’altro, si legge:

Per accompagnarvi nel pellegrinaggio spirituale che da Lourdes, luogo e simbolo di speranza e di grazia, ci conduce verso il Santuario di Altötting, vorrei proporre alla vostra riflessione la figura emblematica del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). La parabola evangelica narrata da san Luca si inserisce in una serie di immagini e racconti tratti dalla vita quotidiana, con cui Gesù vuole far comprendere l’amore profondo di Dio verso ogni essere umano, specialmente quando si trova nella malattia e nel dolore. Ma, allo stesso tempo, con le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), il Signore indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Spe salvi, 37).

Ecco, con il Papa ora emerito, tutti ci auguriamo di essere capaci di vedere le cose in quella sola prospettiva che le rende non solo accettabili, ma anche piene di senso.