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Kamala Harris, la candidata abortista ed estremista

Joe Biden ha scelto la sua vicepresidente: Kamala Harris. Di lei si dice solo che è "donna" e "nera" e sono le uniche cose che interessano. Ma, in veste di procuratrice generale della California e di Senatrice, ha dimostrato di essere un'estremista pro-aborto e ultra-progressista su tutti i temi. 

Joe Biden con Kamala Harris

Alla vigilia della Convenzione nazionale dei Democratici, il candidato alla presidenza Joe Biden ha scelto la sua vicepresidente, Kamala Harris. Di lei si dice solamente che è donna e nera. Si è calcolato anche il numero di record che batterebbe se il “ticket” presidenziale democratico dovesse vincere a novembre: la prima donna vicepresidente, la prima asiatica vicepresidente e la prima afro-americana vicepresidente. Sì, perché, oltre ad essere “nera”, Kamala è figlia di madre indiana, quindi rappresenterebbe anche la minoranza asiatica oltre a quella nera. E’ semmai l’ascendente afro che è più difficilmente dimostrabile, visto che il padre è giamaicano e la Giamaica è da sempre un crogiuolo di etnie. A parte i discorsi di sesso ed origine etnica, che parrebbero tipici di una società razzista (ma alla rovescia), si sa e si dice poco delle idee politiche della Harris. Eppure, nella sua carriera di procuratrice generale, senatrice e poi candidata lei stessa alla presidenza (contro Biden, nelle primarie democratiche), si può capire molto bene quale sia il suo programma.

Partiamo dalle istanze di etica, perché, da procuratrice generale di San Francisco e poi dell’intero Stato della California, si è distinta in particolar modo sull’aborto. Quando l’associazione pro-life Center for Medical Progress, aveva lanciato un’indagine su Planned Parenthood e aveva documentato, grazie a video realizzati con telecamera nascosta, che la potente organizzazione abortista vendeva pezzi di feti umani a laboratori (violando più di una legge federale), la Harris aveva iniziato ad indagare sul… Center for Medical Progress e non su Planned Parenthood. La Harris è sospetta di conflitto di interessi con l’organizzazione abortista, a causa di una serie di email che documentano come abbiano scritto delle leggi insieme, per imbavagliare il movimento pro-life.

Sull’aborto, l’attuale candidata alla vicepresidenza, d’accordo con lo stesso Joe Biden, è determinata a rendere irreversibili gli effetti della sentenza Roe vs. Wade, che di fatto rese l’aborto legale nel 1973. Per essere chiara, intende ostacolare i singoli Stati che intendano promulgare leggi in difesa della vita del nascituro. Nella sua campagna elettorale per l’elezione in Senato ha vantato le sue azioni contro l’obiezione di coscienza, in aziende con proprietari religiosi e nei centri di aiuto alla vita. La sua opposizione al cattolicesimo è manifesta: quando si era espressa contro la nomina del giudice Brian Buescher, per la corte distrettuale del Nebraska, lo aveva ritenuto inadatto a ricoprire il ruolo in quanto membro dell'organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo, "una società tutta maschile, composta principalmente da uomini cattolici". 

Oltre che abortista convinta, Kamala Harris difende la causa Lgbt, dichiara di aver lei stessa celebrato matrimoni gay ed è convinta che il governo federale (centrale, ndr) debba “proteggere i diritti dei più deboli quando gli Stati non lo fanno”, dunque levando ogni autonomia di giudizio sulle nozze gay ai governi locali. La sua battaglia contro il razzismo va a colpire direttamente Cristoforo Colombo: a suo avviso il Columbus Day deve essere ribattezzato “giorno dei popoli indigeni”. E’ a favore del pagamento delle riparazioni per la schiavitù, anche a un secolo e mezzo dalla sua abolizione, sotto forma di ingenti investimenti pubblici a favore della comunità afro-americana.

Sostenitrice del movimento Black Lives Matter, ritiene di essere stata “dentro il sistema” della giustizia penale per “cambiarlo dall’interno”. Ma è comunque accusata di ipocrisia dalle correnti più progressiste del Partito Democratico. Le sue idee non sempre collimano con la sua carriera di pubblica accusa. Ad esempio, dice di essere contraria alla pena di morte, ma da procuratrice generale l’ha sostenuta in tribunale. La sua filosofia, comunque, consiste nel non punire, ma nel prevenire. Dove per “prevenire” si intende: creare le condizioni sociali per non delinquere, investendo nelle comunità. Un principio sacrosanto, sulla carta, ma che tende a tradursi, nella pratica, in esperimenti di ingegneria sociale, quasi sempre falliti.

Nella sua corsa alla vicepresidenza sarà certamente sostenuta dalle grandi imprese della Silicon Valley, fra cui Facebook. Ma lei non intende ricambiare il favore: è contraria al taglio delle tasse effettuato dall’amministrazione Trump, vuole colpire soprattutto grandi aziende e banche, ritiene che Facebook sia un servizio di pubblico interesse e regolamentarlo di conseguenza. Vedremo quanto l’ideologia dei giovani imprenditori e manager prevarrà sui loro stessi interessi. Sicuramente, la candidata vice si rivolge a loro anche col suo programma ecologista: no alle trivellazioni, no al petrolio, rientrare negli accordi di Parigi, raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2030, promozione attiva del Green New Deal.

Non manca, ovviamente, la promozione delle porte aperte all’immigrazione, alla legalizzazione dei clandestini, all’abbattimento del muro. Nella sua esperienza di procuratrice generale della California, è stata fra le maggiori responsabili della nascita di “città santuario” dove le leggi sull’immigrazione erano semplicemente disattese e la presenza di clandestini tollerata. La California, tuttavia, è anche un esempio lampante di fallimento dell’integrazione, dove gli immigrati sudamericani arrivati poveri restano poveri, privi di documenti e di lavori regolari.

Con idee così, la Harris diventerà sicuramente l’idolo degli osservatori politici europei. Ma gli americani non sono europei, non ancora.